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Zohran Mamdani, sindaco di New York: è la nuova voce del sogno americano

ph Ansa-Sir
05 Nov 2025

La notte elettorale del 4 novembre ha riscritto la geografia politica americana. A New York, nel New Jersey, in Virginia e persino nel cuore repubblicano dell’Ohio, i democratici hanno vinto. Hanno vinto in modo diverso, con volti nuovi e motivazioni differenti, ma hanno vinto ovunque. E lo hanno fatto in una notte in cui Donald Trump ha scelto il silenzio e l’azione, convocando alla Casa Bianca i senatori repubblicani per negoziare la riapertura del governo e concludere lo shutdown che gli è costato la sconfitta. A New York, la vittoria di Zohran Mamdani segna un passaggio d’epoca. Trentaquattro anni, figlio di immigrati ugandesi di origine indiana, musulmano, socialista democratico, attivista nel Queens, Mamdani è riuscito a trasformare un discorso che sembrava confinato ai margini della politica cittadina in una proposta di governo convincente, soprattutto tra i giovani, gli operai e anche tra i giovani ebrei, nonostante alcune delle sue posizioni su Israele fossero sfociate in accuse superficiali di antisemitismo. Zohran ha parlato dei problemi reali della Grande Mela: dal costo della vita, agli affitti insostenibili, al sentimento di una classe media schiacciata tra i guadagni miliardari di Wall Street e la soglia di povertà sempre più minacciosamente vicina. Mamdani, durante la sua campagna, ha ascoltato molto e ha bussato porta a porta, quartiere per quartiere, soprattutto tra giovani, precari, immigrati e quella parte ormai vasta della città che non si riconosce più nel racconto ufficiale del glamour.

La sua vittoria contro Andrew Cuomo, ex governatore e volto dell’establishment democratico, è una sconfitta netta per la vecchia guardia. E non c’è stata interferenza presidenziale che abbia cambiato il corso delle cose.
Trump aveva appoggiato Cuomo apertamente, definendo Mamdani un ‘comunista’ e minacciando di tagliare i fondi federali alla città. Ieri aveva anche definito “stupidi” gli ebrei che avrebbero votato questo immigrato, che in altri tempi, come quelli del primo sindaco italo-americano di New York, Fiorello LaGuardia, sarebbe invece stato celebrato come il successo del sogno americano. Martedì sera, Mamdani, parlando ai suoi sostenitori a Brooklyn, ha detto: “Da quando abbiamo memoria, i ricchi e i benestanti hanno sempre detto ai lavoratori di New York che il potere non appartiene a loro. Eppure negli ultimi 12 mesi avete osato raggiungere qualcosa di più grande. Stasera, contro ogni previsione, l’abbiamo afferrato”. Con oltre il 50% dei voti, Mamdani ha battuto Cuomo e il repubblicano Curtis Sliwa, diventando il primo sindaco musulmano della città, il più giovane da oltre un secolo e il primo immigrato dagli anni ’70. La sua agenda è ambiziosa: più alloggi, asili nido accessibili, scuole di qualità, trasporti efficienti. Se riuscirà a costruire una città più equa, dove i cittadini si sentano sicuri e rispettati, potrà aspirare a essere uno dei grandi sindaci della storia di New York. Ma dovrà farlo con una squadra mista: forse pochi socialisti democratici ideologizzati e molti funzionari esperti, capaci di gestire la macchina amministrativa. La sua elezione ha scosso anche i piani alti di Manhattan.

I colossi di Wall Street, che avevano investito milioni per sostenere altri candidati, ora dovranno collaborare con un sindaco che consideravano impensabile. E sperare che le loro peggiori paure sull’impatto della sua politica economica non si avverino. Qualcuno su X si è già detto disponibile ad aiutare il nuovo primo cittadino.

Il successo di Mamdani si inserisce in una valanga democratica che ha attraversato il Paese. Abigail Spanberger in Virginia, Mikie Sherrill in New Jersey, giovani che hanno rovesciato dinastie, donne che hanno scritto una prima volta nella storia. Tutti uniti da un messaggio: “Possiamo avere tante facce diverse – ha detto Alexandria Ocasio-Cortez – ma siamo consapevoli del compito che abbiamo: giocare insieme nella stessa squadra”. La protesta del “No Kings Day” del 18 ottobre, con 8,5 milioni di partecipanti, ha trovato voce nei seggi. La deriva autoritaria di Trump ha generato una risposta politica, non solo emotiva, mostrando che la paura non è più un programma di governo. L’economia, ancora una volta, è stata il cuore di questa risposta. Secondo l’AP Voter Poll, condotto su oltre 17.000 elettori in New Jersey, Virginia, California e New York, prezzi alti, salari fermi, minori opportunità sono stati il tema dominante. A New York, il costo degli alloggi; in New Jersey, tasse e bollette; in Virginia, tagli federali e licenziamenti. Immigrazione e criminalità sono rimaste invece in secondo piano. Ironia della sorte, le stesse preoccupazioni economiche che hanno portato Trump alla Casa Bianca un anno fa ora sembrano minare le prospettive del suo partito. E potrebbero essere ancora più problematiche nelle elezioni di medio termine del 2026, che decideranno l’equilibrio di potere della sua presidenza, poiché la maggioranza al Congresso potrebbe passare ai democratici. Se il modello Mamdani avrà successo, offrirà un modello di governo democratico in un momento in cui molti americani sono scettici. La sua vittoria è un segnale: New York non è solo democratica o socialista. È ancora una volta laboratorio politico. E il sogno americano, per una notte, ha parlato con accento ugandese, cuore indiano e voce newyorker.

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