Crisi economica

Per la Puglia e Taranto il 2026 inizia nel segno della desertificazione

07 Gen 2026

di Silvano Trevisani

L’avvicendarsi dei calendari impone ritualmente una riflessione a mo’ di bilancio tra passato e presente. Nei giorni scorsi abbiamo raccontato già il bilancio politico presentato dall’amministrazione comunale della nostra città, fatto più di ombre che di luci, soprattutto per la mancanza di risorse: una situazione dovuta in gran parte agli sperperi della giunga Melucci, che ha lasciato la casse comunali in pre dissesto, anche se il sindaco Bitetti tende a tranquillizzare. Anche perché la parola “dissesto” evoca, per i tarantini, anni difficili e di generale arretramento, dovuti anche quelli all’allegra gestione della giunta comunale, allora guidata da Rossana Di Bello.

Ci sarebbe da riflettere sulle responsabilità della gestione allegra che ha consentito lo dilapidare decine di milioni di euro per organizzare gare di barca a vela e ogni genere di festival, solo per nascondere sotto il tappeto la polvere di una crisi incombente e mostrare la faccia entusiasta di un territori in forte sofferenza. Ma ormai è troppo tardi, e poi sappiamo bene che la giunta Melucci è stata interrotta prima del termine, e di problemi da affrontare ce ne sono tanti. Per Taranto come per tutta la Puglia.

La crisi sociale, economica, produttiva, demografica della regione sembra inarrestabile, nonostante certi proclami politici e soprattutto gli entusiasmi di chi opera nel settore turistico. L’unico che riesce a mascherare la gravità della crisi che viviamo. Ma quel settore rivela ogni giorno la sua dimensione effimera. Per ora sappiamo che il turismo porta un certo benessere solo agli operatori del settore e malessere alla stragrande maggioranza della cittadinanza, come dimostrano i dati economici ufficiali secondo i quali la Puglia è la regione italiana che registra il maggiore aumento dei prezzi al consumo, dovuto proprio alla spirale inflattiva causata dal turismo (basti vedere i prezzi delle pizze!). L’overturism, che sta diventando una costante per tutto il Paese, a corto di altre risorse, danneggia fortemente il mercato immobiliare, innesta spirali inflattive, consuma risorse fondamentali, come l’acqua, inflaziona la sanità, che in regioni come la Puglia è già in fortissimo ritardo, aumenta l’inquinamento e crea un’occupazione temporanea e sottopagata ed è la prima fonte di lavoro nero.

La Puglia, diversamente da quanto si proclama, sta conoscendo una fase di vera e propria desertificazione: nell’ultimo anno ha perso 10.000 posti di lavoro, in vari settori, non ha più un’imprenditoria ad alto valore tecnologico, sta perdendo la sua popolazione, passata dai quasi 5 milioni del 1982 ai 3,8 milioni attuali.

Questi ultimi dati li deduciamo dal Rapporto annuale di ‘Aforisma’, osservatorio economico diretto da Davide Stasi, presentato a Lecce. È calato il volume dell’export, è calato il Pil regionale, tenuto in piedi per metà dalla sola provincia di Bari. Ma quello che più preoccupa, nelle analisi del rapporto annuale di Aforisma, è che si va riducendo il numero delle imprese specializzate, soprattutto nell’industria e nel manifatturiero, che sono le più importanti in termini di distribuzione della ricchezza. Il saldo negativo generale è aggravato dal fatto che l’energia l’acquistiamo soprattutto da imprese che hanno sede tra Milano e Roma.

Ma ci sono altre questioni preoccupanti che riguardano il nostro territorio: il governo centrale insiste nel suddividere le risorse ripartire alle regioni sulla base del Lep, cioè della spesa storica, attuando di fatto l’autonomia differenziata che la Corte Costituzionale ha bocciato, e continuando sfacciatamente a privilegiare il Nord.

Gli investimenti infrastrutturali non ci sono o sono insignificanti (compresi i lavori ritardati di un tratto della Regionale 8), mentre l’Intercity serale per Milano da Taranto viene soppresso, i collegamenti tra Taranto e Lecce, nonostante le continue sollecitazioni dei pendolari, sono fermi all’età della pietra, l’autostrada non è stata completata nonostante i Giochi del Mediterraneo, mentre il governo insiste col Ponte sullo Stretto che sarebbe opera avveniristica nel generale deserto dei trasporti meridionali.

E ora dovremo assistere alle scelte sul futuro dell’acciaio, che rischia di passare nelle mani di un fondo statunitense, in un momento in cui i rapporti tra gli Stati Uniti e l’Europa (Italia compresa) non sono certo idilliaci.

Insomma: la situazione richiederebbe una capacità politica che non vediamo, ora come ora, sufficientemente espressa dal nostro territorio e dal Sud, in particolare: una capacità di opporsi alle scelte del governo anche da parte dei rappresentanti meridionali degli stessi partiti che lo compongono. Ma purtroppo questo non sarà possibile finché a scegliere i parlamentari meridionali saranno le segreterie nazionali. Cioè: fino a che ci sarà un sistema elettorale che allontana le scelte politiche dai territori che avrebbero il diritto di esprimerle.

E naturalmente occorrerebbero misure idonee ad attutire la decrescita demografica. Ma in questa situazione appare più o meno un’utopia.

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