Emergenze sociali

Lancini (psicologo): “La vera prevenzione soltanto attraverso relazioni autentiche”

21 Gen 2026

Accoltellare a morte un compagno di scuola all’interno di un’aula e alla presenza di altri studenti. Un gesto crudele, sfrontato e sconvolgente. È quanto accaduto in un istituto professionale di La Spezia qualche giorno fa. Si tratta di un episodio isolato? In realtà, negli ultimi anni, casi simili – magari con epiloghi meno drammatici -, stanno ciclicamente richiamando la nostra attenzione. Come inquadrare questi eventi? Quali domande pongono agli adulti, alla scuola, alle famiglie? Ne parliamo con Matteo Lancini, psicologo e psicoterapeuta, presidente della Fondazione Minotauro di Milano e autore del recente volume ‘Chiamami adulto. Come stare in relazione con gli adolescenti’ (Raffaello Cortina, 2025).

Professor Lancini, come interpretare un gesto così drammatico e sconvolgente?
La violenza giovanile è una realtà che interessa tutte le epoche. Nella nostra, in particolare, pare assumere una connotazione molto particolare. I dati statistici attuali ci dicono che certi tipi di reati tra i giovani siano in progressiva diminuzione e altri in aumento. Contestualmente ci segnalano, però, la crescita di altre forme di violenza… Oggi i giovani attaccano soprattutto sé stessi e i pari, con gesti come questo, ma anche attraverso atti di autolesionismo o, in forme estreme, come il suicidio. Si tratta di una violenza che riguarda i “corpi”.

Che cosa c’è alla radice di questo cambiamento?
Viviamo in una società il cui tratto individualista non ha precedenti e nella quale la violenza è “sdoganata” in primis dagli adulti. Il modello proposto è quello dell’egoistica affermazione del sé e della sopraffazione dell’altro. Pensiamo alle guerre in corso, alle immagini che arrivano attraverso i media. I giovani ne sono testimoni e, in alcuni casi, vittime. Queste generazioni, apparentemente più ascoltate delle precedenti, in realtà sperimentano promesse tradite, perché le loro emozioni più profonde non sono realmente udite. La paura, la tristezza e la rabbia sono sentimenti che “disturbano” gli adulti, non potendo essere tradotte in parole, in alcuni casi si trasformano in azioni violente.

Perché a La Spezia il gesto si è consumato proprio in classe, all’interno della scuola? 
Circa vent’anni fa, l’Ufficio Scolastico Regionale della Lombardia istituì una task force, di cui feci parte, per supportare il personale della scuola nella gestione di atti di violenza che in precedenza non si erano mai verificate all’interno delle aule. All’epoca coniammo un’espressione per descrivere il fenomeno che aveva portato a questa trasformazione: “affettivizzazione della scuola”. In questi ultimi decenni la caduta dei ruoli sociali di riferimento, come quello degli insegnanti, ha fatto sì che i luoghi di apprendimento divenissero gradualmente “palcoscenici” per l’espressione totale del sé, dove gli adolescenti non si presentano più solo come “studenti”, ma portandosi dietro l’intera persona, le proprie criticità e sofferenze. Proprio all’interno degli edifici scolastici, abbiamo assistito all’aumento di tentativi di suicidio, aggressioni e atti di autolesionismo.

Alcune voci sottolineano l’etnia dei giovani coinvolti, come per confinare questi episodi a determinate stratificazioni o realtà sociali…
Il fenomeno delle lame e dei coltelli è presente anche fra i ragazzi non appartenenti a ceti socio-economicamente svantaggiati, o a etnie particolari. Chi vive in situazioni marginali, o di mancata integrazione può essere portato a reagire più frequentemente in maniera violenta all’invisibilità sociale e alla mancanza di cura. Si tratta di giovani che hanno paura e tentano di ribaltare la situazione, creando paura negli altri e ottenendo quindi visibilità.

Come far sì che le emozioni e i sentimenti determinati da questa tragedia possano ispirare percorsi di prevenzione? Come aiutare i giovani e le famiglie coinvolte?
Molto spesso si tende a chiudere i conti con le esperienze spiacevoli, a rimuoverle. Occorre, invece, aiutare i ragazzi a elaborare il dolore e il lutto. Questa tragedia può offrire agli adulti l’occasione per assumersi le proprie responsabilità e per avviare un processo di evoluzione educativa e culturale. Difficile immaginare le conseguenze che l’uccisione del giovane studente avrà sui soggetti coinvolti in prima persona, proprio per questo occorrono interventi di supporto tempestivi a breve e lungo termine.

Le misure repressive e punitive che ruolo giocano nella prevenzione?
Tutti quei provvedimenti che mirano a reprimere e a punire servono soltanto a ottenere il consenso emotivo degli adulti. Occorre, però, comprendere che i gesti estremi sono dettati dalla disperazione e chi è disperato non teme punizioni, perché non ha nulla da perdere. La vera prevenzione può realizzarsi soltanto attraverso l’offerta di relazioni autentiche e di una nuova democrazia affettiva. Gli adolescenti oggi cercano la relazione con l’adulto molto più di quanto sembri.

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