Tracce

Ribelle per amore

(Avvenire)
09 Feb 2026

di Emanuele Carrieri

Il primo incontro non fu granché. Aveva appena terminato il suo recital di poesie. Decine di poesie, una dietro l’altra, commentate a una a una. L’ultima fu “Frei Tito”. Gli si parò davanti un ragazzo, di circa venti anni, e gli domandò: “A padre Tito de Alencar Lima è dedicata l’ultima poesia?”. Gli occhi severi di padre David Maria Turoldo puntarono gli occhi di quel ragazzo. “Chi sei tu? Cosa sai tu di quel domenicano?”. Sono passate diverse decine di anni da quel primo incontro, sono passate molte estati e sono finiti molti inverni da quel freddissimo 6 febbraio del 1992 in cui padre David Maria Turoldo morì. Il drago – così chiamava il cancro al pancreas che lo aveva colpito nell’estate del 1988 – smise di incutere paura perché definitivamente sconfitto. Da quella estate del 1988 padre David fece di quel suo dolore, e dei dolori dell’umanità, un canto divino fra terra e cielo. Continuò imperterrito, senza un momento di sospensione, a scrivere, a parlare, a urlare il dolore del mondo. Urlò lo scandalo della guerra nell’arena di Verona, nel settembre del ’91, durante la manifestazione di Beati i costruttori di pace: “O l’uomo è uomo di pace o non è uomo!”. Ha vissuto fino all’ultimo respiro, chiamando amico e fratello il drago che si era introdotto come un re sul trono proprio nel centro esatto del suo ventre. Ma è sempre più complicato, anche a distanza di molti anni, cercare e trovare un ambito, un luogo, un territorio per circoscrivere una figura come quella di padre David: frate, poeta, scrittore, esegeta, predicatore, regista. Dovunque si tenti di collocarlo, l’uomo David scompare. Quello che a tutti gli esseri umani appare eccezionale, per lui era normale, era conseguenza ovvia e naturale di una vita smerigliata, scartavetrata, spianata, smussata dalla Parola di Dio. Come si fa a dare forma poetica alla Parola di Dio senza rimanere abbagliati, conquistati e scandalizzati da quel monito perentorio, da quell’annuncio di nuovi cieli e nuove terre? “Non ho mai avuto il bisogno di scegliere – rispose in una intervista rilasciata diversi mesi prima di morire al vaticanista di Repubblica Luigi Accattoli – per me poetare e pregare è la stessa cosa. La mia poesia viene dalla Bibbia e dai Salmi”. Ecco perché non c’è disgiunzione in lui, fra l’uomo, il poeta e il religioso. Scrivere era come sentire la voce degli abissi che si manifestava per mezzo del rombo inquietante della storia, che, di volta in volta, egli trascinava a giudizio. Padre David sapeva bene che la Parola di Dio abita nelle periferie delle città, luoghi in cui si accampano i poveri, gli oppressi, i miserabili, gli esuberi e i rigettati dal mondo. Sotto quella linea di orizzonte, aveva conosciuto e imparato a guardare le cose, fin dall’infanzia. Quella dei bisognosi, infatti, era la sua casa, era la sua famiglia in quel paesino del Friuli, Coderno di Sedegliano, dove era possibile condividere perfino la miseria. Quella condivisione era il simbolo di una gioia semplice, costruita sull’essenziale, una gioia che oggi viene scompigliata dal caos del superfluo. Una deriva umana che padre David considerava una specie di guerra sul retroscena del mondo, in cui la morte, addirittura la morte, diventa un oggetto riproducibile in serie. E, poi stava sempre al fianco degli sconfitti, degli oppressi, dei dannati. Ai piccoli, agli ultimi, agli emarginati, ai derelitti di qualunque latitudine, padre David è rimasto fedele sempre e ha cantato gli abbandonati, gli anonimi, gli ultimi degli ultimi, che non possono neanche far conoscere al mondo la loro esistenza, come i barboni, i clochard, i senza nessuna dimora, che dormono all’addiaccio, nei cartoni nel cuore di Milano, la città più mitteleuropea di Italia. In questa civiltà delle guerre, degli eccidi, degli assassini e degli stermini armati, l’uomo della Parola di Dio non poteva rinunciare a dire, a cantare lo scandalo della violenza. La morte orribile delle guerre, Turoldo l’ha sempre denunciata e così ha cantato le vittime sacrificali dell’odio umano. Significativi e di grande spessore spirituale sono i versi della poesia scritta per ricordare padre Tito, giovane domenicano suicida, nel boschetto di un convento di Lione, perché distrutto dalle torture del regime militare e dittatoriale brasiliano: “Che Dio ci perdoni / ci perdoni di esistere / ci perdoni di dirci cristiani / ci perdoni di questi anni / santo Frei Tito / ancora pendente all’albero / (della vita nel nuovo giardino) / davanti al convento di Lione”. Parole che sbocciano da un cammino spirituale di grande spessore e di elevata statura. E sono le parole di un uomo, un poeta, un credente, che insieme a Teresio Olivelli, Carlo Bianchi, Giovanni Barbareschi, Dino Del Bo, Mario Apollonio, si definivano “ribelli per amore”. E fino all’ultimo respiro padre David è rimasto un ribelle “per amore”. Per questo ha amato fino all’ultimo soffio di vita, per questo è stato amato. E per questo, a distanza di oltre trenta anni dalla scomparsa, viene ancora amato e ricordato.

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