Diocesi

“La letizia è lasciarsi concimare da Dio”: Davide Rondoni alla Settimana della fede

26 Feb 2026

di Silvano Trevisani

Si è chiusa nel segno di san Francesco d’Assisi la prima parte della della 54ª Settimana della fede, che proseguirà, negli ultimi due giorni, a livello vicariale e parrocchiale. Relatore d’eccellenza, il poeta e scrittore Davide Rondoni, presidente del Comitato nazionale per le celebrazioni dell’ottavo centenario della morte di San Francesco d’Assisi. “La ferita, la letizia – A tu per tu con Francesco poeta e uomo di pace” è stato il tema della sua seguitissima relazione, aperta dal saluto dell’arcivescovo Ciro Miniero e dalla presentazione di monsignor Gino Romanazzi. Una relazione fatta anche di provocazioni, non poche volte di un pizzico d’ironia che ha fatto sorridere il pubblico, e che, in un certo senso, ha interpretato autenticamente le novità carismatiche di Francesco, smontando molti luoghi comuni sviluppatisi attorno al suo modo di essere. Come le letizia, che non è bonaria giocosità, la povertà, che non è miseria ma amore, l’incanto delle creature che non è naturismo ma amore per il Dio creatore.

Davide Rondoni ha accettato volentieri di rispondere ad alcune nostre domande sul tema dell’incontro.

Tu inviti chi vuol conoscere e vivere la spiritualità di san Francesco ad accostarsi ai suoi frati, come segno di continuità e di attenzione. Ma anche per lui, in vita, il rapporto con i suoi frati non è stato sempre facile.

Ma la dimensione comunitaria è fondamentale, per questo uno che voglia avvicinarsi a comprendere meglio la figura di san Francesco deve fare una cosa molto semplice: stare coi suoi amici, cioè con quelli che hanno dedicato la vita al suo carisma, suore e frati innanzitutto…i “bro”, come li chiamo io. Francesco sapeva benissimo che nel Vangelo non c’è scritto “dove tu sarai bravo, Dio sarà con te”, ma: “dove due o tre saranno insieme nel nome mio, io sarò la”. Anche i libri possono aiutare. Ma magari è meglio non leggere i libri troppo furbetti e preferire i libri scritti dai credenti, perché se uno non crede in Dio e prova a spiegare san Francesco è come se uno provasse a spiegare il calcio senza parlarti del pallone. Per tornare alla tua domanda, credo che sia la dimensione comunitaria la più importante, perché la prima cosa che san Francesco fa è stare coi frati. Certo, la storia ci dice che dopo litigò, se ne andò, perché in tutte le cose umane i problemi non mancano, ma certo non si isolava, andava dalle monache, stava con altri frati. Francesco senza Rufino, Masseo, Leone, Chiara, Jacopa non sarebbe stato Francesco.

Tu parli di lui come di ‘un uomo capovolto’, che cosa vuoi dire?

È un’immagine che veniva usata anche nell’emblematica medievale, quella dell’albero con le radici in cielo. Capovolto perché è un uomo che impegnato la vita a cesellare il terzo aggettivo riportato all’inizio del Cantico delle creature, cioè “buono”: è questo che cambia tutto. Infatti, che la vita sia abitata da qualcosa di altissimo e onnipotente, se uno non è scemo se ne accorge, perché non siamo padroni della vita, né della nostra esistenza, né del mondo, né dell’universo. Però bisogna capire se questo mistero è “buono” o no. E lui lo ha compreso e ha passato tutta la vita commosso dall’aver compreso che questo mistero è buono, perché ha preso forma nel Bambino Gesù, e poi nella croce. Perciò questo terzo aggettivo capovolge tutto.

Il Cantico delle creature, tu scrivi, decanta l’unità del cosmo. Anche papa Francesco ha premuto questo tasto, mettendo insieme pace, ambiente e umanità. È un discorso però che resta molto complicato ai nostri giorni, no?

Ma intanto bisogna chiarire alcuni termini, se no si fa confusione: il Cantico di san Francesco non è un cantico alla flora e alla fauna, ma è un cantico all’Altissimo. Lodabile, lodevole, perché le sue creature, in quanto sue creature, sono buone. Non è scemo, sa benissimo, come Lucrezio o Leopardi, che la natura, quella che noi chiamiamo natura, non è né buona né cattiva. Lui convoca gli elementi fondamentali del cosmo: acqua, fuoco, terra, aria, li convoca nella lode dell’Altissimo, perché sono sue creature. Francesco sa che chi ama è povero perché sa che la creatura non è la sua, anche la creatura amata, i figli, la moglie, gli amici, l’amante, la zia non è la tua e non è tuo possesso. E quindi è un cantico a Dio che è il padrone del mondo. Questo rende amabili le creature. Perché sono sue, non perché sono buone in sé. Il vulcano non chiede il permesso a quelli sotto prima di eruttare. Francesco conosceva i lebbrosi, conosceva che la natura ti dà le cose meravigliose, ma anche terribili, quindi non è buona in sé, dipende da come la guardi.

Il titolo del tuo intervento cita la “letizia”, termine che ci riporta sempre a Francesco. Ma non è stata a volte fraintesa questa sua “letizia”, passata come una sorta di giocosità superficiale?

La parola letizia viene dalla parola letame, è la terra fertile in quanto concimata da un letame che non finisce mai. Potremmo dire così: la letizia di Francesca è concimata da Dio, questo rende la vita fertile, appunto, che non vuol dire un sorrisetto babbeo con cui andare in giro e credere così che, come ci han detto, “andrà tutto bene”. Peccato che poi si sono state tante guerre, e se andava male chissà che succedeva…! No, la letizia non è una sorrisetto stupido, è sapere che la vita può essere fertile sempre, anche nelle circostanze difficili, anche nelle circostanze contrarie, perché la vita è concimata dal cielo.

Ma i concetti di umiltà e povertà di spirito, che legano Francesco al Vangelo, cosa ci dicono?

Anche qui torniamo alla terra. No, l’umiltà non è quell’atteggiamento a volte anche un po’ esibitorio di una sorta di volare bassi. L’umiltà è stare attaccati alla terra, cioè è stare nell’humus, in quello che ti nutre e che ti dà forza. Questa è un’umiltà di fondo, non di atteggiamento. No, io vedo troppa “para umiltà” esibita in giro e magari invece poca umiltà di sostanza. Francesco a volte aveva un temperamento irruento, era tutt’altro che gentile, a volte, anzi abbastanza brusco. No, Francesco non era un uomo, come dire, umile, nel senso che in genere intentiamo. Era umile perché sapeva di essere l’ultimo dei salvati, cioè era umile di fronte all’apocalisse, alla lettera tau, che è la lettera della salvezza. Era umile in quanto diceva: ma come è possibile che Dio si sia chinato per me? Questa è l’umiltà di Francesco, non un atteggiamento così… un po’ bonario. Lo stesso vale per la povertà che non è la miseria ma è la sposa di Cristo, l’amante di Francesco. Questa povertà ha a che fare con l’amore. Per essere chiari: la povertà non è andare a vivere sotto un ponte, quello è meglio evitarlo anzi: è meglio aiutare chi vive sotto un ponte. Francesco non viveva miseramente, viveva poveramente, che è diverso: la povertà è l’atteggiamento di chi ama e conosce la differenza tra amare e possedere. Sa che “ciò che amo non è mio”. Questo vale per la tua donna, per i tuoi figli, per il mondo intero, per la tua stessa vita, perché è la povertà che può far dire sorella morte, ci dice che: io non sono mio.

E infine, come può essere Francesco, un uomo di Dio così fatto, un modello per una società di oggi, così violenta e arrogante?

Oggi? Ma la società è sempre stata violenta e arrogante, anche ai tempi di Francesco. Non dimentichiamoci che san Francesco non sarebbe san Francesco se non fosse andato in guerra e avesse perso contro i perugini. Poi è andato in galera, quindi… la società ai tempi di Francesco era violenta come la nostra, anzi forse anche di più per certi aspetti. La vita media era 44 anni quindi noi possiamo lamentarci troppo. Come Francesco bisogna puntare sulla misericordia e sul perdono. C’è bisogno di “riannunciare”, di aiutare tutti noi a percepirci come creature, perché se sei creatura riconosci che c’è una possibile fraternità, se no la fraternità su cosa si fonda? È finta. Solo così puoi accettare che anche quello che apparentemente ti è contro va bene perché è una creatura. Se non c’è più questo sguardo creaturale, il conflitto è l’unica possibilità.

Il servizio fotografico è stato curato da G. Leva

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