Quaresima

Dalla cecità alla fede nell’incontro con Cristo

Come ricorda Agostino d’Ippona, tutti i prodigi del Signore sono insieme dei fatti e delle parole, segni che rivelano il mistero di Dio.

13 Mar 2026

di Luana Comma

La IV Domenica di Quaresima, tradizionalmente chiamata Laetare, introduce nel cammino penitenziale una luce particolare: non è ancora la Pasqua, ma già se ne intravede il chiarore. Il Vangelo proposto dalla liturgia (cf. Gv 9,1-41) narra la guarigione del cieco nato e si presenta come una delle pagine più dense della teologia giovannea, dove il segno compiuto da Gesù Cristo diventa rivelazione progressiva della sua identità e, nello stesso tempo, itinerario di fede per l’uomo.

Il racconto si apre con uno sguardo: «Passando, Gesù vide un uomo cieco dalla nascita» (cf. Gv 9,1). Non è l’uomo che cerca Cristo, ma è Cristo che per primo si accorge della sua condizione. Questo dettaglio, apparentemente semplice, racchiude una verità teologica decisiva: l’iniziativa della salvezza appartiene sempre a Dio. La cecità di quest’uomo non è soltanto una condizione fisica, ma diventa nel racconto il simbolo della condizione dell’umanità intera, segnata dal limite e incapace di vedere pienamente la verità.

Di fronte a quell’uomo i discepoli pongono una domanda che riflette una mentalità diffusa nel mondo antico: «Rabbì, chi ha peccato, lui o i suoi genitori, perché sia nato cieco?» (cf. Gv 9,2). Si trattava di una concezione teologica che stabiliva un legame diretto tra peccato e malattia, interpretando la sofferenza come conseguenza immediata di una colpa. Gesù rifiuta questa logica: «Né lui ha peccato né i suoi genitori, ma è perché in lui si manifestino le opere di Dio» (cf. Gv 9,3). Con questa risposta egli sposta radicalmente la prospettiva: non si tratta di cercare un colpevole nel passato, ma di riconoscere ciò che Dio vuole compiere nel presente.

Subito dopo Gesù pronuncia una delle grandi affermazioni cristologiche del quarto Vangelo: «Finché io sono nel mondo, sono la luce del mondo» (Gv 9,5). La guarigione che segue non è dunque un semplice gesto taumaturgico, ma un segno che rivela la sua identità. Egli è la luce capace di dissipare le tenebre dell’uomo, la presenza divina che illumina la storia e apre alla verità.

Il gesto con cui avviene la guarigione è ricco di simbolismo. Gesù fa del fango con la saliva, lo spalma sugli occhi del cieco e poi gli ordina di andare a lavarsi alla piscina di Siloe, il cui nome significa “Inviato”. L’uomo obbedisce, si reca alla piscina e, dopo essersi lavato, ritorna con gli occhi aperti alla luce. La tradizione cristiana ha spesso riconosciuto in questo gesto un richiamo alla creazione: il fango evoca l’argilla con cui Dio plasmò l’uomo nel racconto della Genesi. Cristo appare così come il nuovo Creatore che restituisce all’uomo la capacità di vedere, cioè di vivere nella verità.

Il racconto evangelico non si ferma tuttavia al miracolo. L’evangelista costruisce una lunga serie di interrogatori che progressivamente svelano il significato del segno. I vicini, i farisei e persino i genitori del guarito si interrogano sull’accaduto. E qui emerge un paradosso: mentre il cieco nato acquista la vista, coloro che ritengono di vedere restano chiusi nella loro cecità.

L’uomo guarito compie invece un vero cammino di fede. All’inizio conosce Gesù soltanto come «l’uomo chiamato Gesù»; successivamente lo riconosce come «profeta»; infine, quando Cristo lo incontra nuovamente e gli rivela la sua identità, egli giunge alla confessione decisiva: «Credo, Signore!» (cf. Gv 9,38). Il segno della guarigione diventa così un itinerario spirituale: dalla cecità alla luce, dall’ignoranza alla fede.

Diversa è la posizione dei farisei. Custodi della Legge e convinti di possedere la verità, essi si chiudono progressivamente nel rifiuto. Non riescono a riconoscere l’opera di Dio perché restano prigionieri di uno schema religioso che pretende di controllare la rivelazione. Così, mentre il cieco viene illuminato, coloro che si ritenevano maestri rimangono nelle tenebre.

È proprio in questo contesto che Gesù pronuncia parole di grande forza: «Io sono venuto in questo mondo per un giudizio: perché coloro che non vedono vedano e quelli che vedono diventino ciechi» (cf. Gv 9,39). Non si tratta di un giudizio che condanna dall’esterno, ma di una rivelazione che mette in luce la verità del cuore umano: chi riconosce la propria cecità si apre alla luce, mentre chi presume di vedere si chiude alla salvezza.

Su questo punto si inserisce una riflessione particolarmente penetrante di Benedetto XVI, il quale ha sottolineato come in questo episodio emerga una dinamica spirituale decisiva: Gesù viene a separare coloro che si lasciano guarire da coloro che, presumendo di essere già “sani”, rifiutano la luce. Il Papa metteva in guardia da una tentazione molto profonda nell’uomo, quella di costruirsi sistemi di sicurezza ideologici, nei quali si cerca protezione e stabilità. Persino la religione — se ridotta a schema o a garanzia — può diventare parte di questo sistema. In tal modo, però, l’uomo finisce per rimanere prigioniero del proprio egoismo e incapace di accogliere la luce che viene da Dio.

Il Vangelo della IV Domenica di Quaresima diventa così un invito alla conversione dello sguardo. Non basta possedere una tradizione religiosa o una conoscenza dottrinale; ciò che conta è lasciarsi raggiungere dalla luce che viene da Cristo. Solo chi riconosce la propria cecità può essere realmente guarito.

Nel cammino verso la Pasqua, la Chiesa invita dunque ogni credente a fare verità davanti a Dio, confessando le proprie cecità e le proprie miopie spirituali. In questo percorso di purificazione e di luce, come ricordava ancora Benedetto XVI, accompagna la presenza materna di Maria, che generando Cristo nella carne ha donato al mondo la vera luce.

Così, attraverso il segno del cieco nato, il Vangelo rivela il cuore della missione di Cristo: egli viene per illuminare l’uomo, per liberarlo dalle tenebre dell’orgoglio e per condurlo alla gioia di una fede autentica, capace di riconoscere nella sua luce il senso ultimo della vita.

 

* referente della comunicazione Gris (Taranto)

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