Anche a Taranto il ‘No’ ha vinto nettamente
Anche a Taranto, come in tutto il Sud, ha vinto nettamente il ‘No’. Sono stati 228.226 gli elettori di Taranto e provincia che si sono recati alle urne, e in grande maggioranza, il 56,71% hanno votato No. Per l’esattezza, i voti per il No, nelle 543 sezioni della provincia, sono stati 129.419, mentre i Sì sono stati 98,807.
Il tutto per una affluenza che supera di poco il 50% degli aventi diritto, attestandosi al 50,72%. Una cifra significativa, anche se inferiore alla media nazionale, che è stata del 59%, e anche alla media regionale, che è stata del 52,01, e ancor più a Bari, che si è avvicinata al 54%. Se pensiamo che a Bologna l’affluenza ha superato il 70% dobbiamo ammettere che siamo ben distanti, ma si tratta pur sempre di un dato significativo, se si pensa che alla vigilia vi era molto scetticismo rispetto alla partecipazione a un referendum dai contenuti così nebbiosi. Segno che gli elettori hanno voluto dire la loro più che sui contenuti specifici, sulla difesa della Costituzione che garantisce da 80 anni una convivenza democratica, e sulla svolta politica che questo referendum è andato assumendo con il passare dei giorni.
Non può essere sottaciuto un dato macroscopico: anche il Sud ha partecipato massicciamente al voto, certamente immaginando l’importanza che esso avrebbe avuto nel futuro del Paese, ma anche negli equilibri politici, che negli ultimi anni hanno visto il Mezzogiorno d’Italia allontanarsi degli interessi nazionali e ha votato compatto per il No, in alcuni casi quasi a livello plebiscitario. A Napoli, ad esempio, dove si è registrata un’affluenza imprevedibile alla vigilia vicina al 50%, i No hanno superato il 71%. Possiamo immaginare che l’allarme dato dal procuratore capo di Napoli, Gratteri, abbia sortito il suo effetto, ed è evidente che i contenuti di quell’allarme hanno provocato una levata di scudi a difesa dell’indipendenza della magistratura, ma siamo convinti che sia stata la politicizzazione del voto, assieme ai fatti salienti che riguardano il Paese e il mondo intero, ha spingere a una così netta presa di posizione.
I tagli notevoli agli investimenti al Mezzogiorno, anche rispetto al Pnrr, la crescente povertà, la desertificazione industriale e il crollo della popolazione fanno da sfondo a una realtà internazionale che vede fronti di guerra pericolosi avvicinarsi, in assenza di un chiara posizione da parte del governo. Il Trump guerrafondaio, amico di Giorgia Meloni, ha dato sicuramente il suo contributo a spingere parte dell’elettorato verso il No, generando un clima di incertezza, di paura, di generale impoverimento che non può essere certo cambiato da un misero taglio di accise, per altro non applicato da tutti i benzinai.
Ma c’è un altro dato da sottolineare: i giovani hanno votato compatti, anche dall’estero, e due su tre hanno votato No, segno che sono preoccupati per il loro futuro, e che per loro la Costituzione, che si incomincia a capire ora anche sui banchi di scuola, è davvero fondamentale nella difesa dei valori democratici e non va cambiata certo per assecondare umori momentanei. Anche perché i padri costituenti, statisti di livello non più raggiunto, facenti parte di tutti i partiti democratici, hanno fissato valori immutabili, a partire dalla tripartizione dei poteri. Semmai il compito degli italiani da ora in poi è quello di ridare anima a uno dei tre poteri che di fatto è fortemente penalizzato ormai da anni: il potere legislativo, che è stato sopraffatto da quello esecutivo. In questo senso, la legge elettorale dovrà favorire un ricambio generazionale evitando di concentrare la scelta degli eletti nelle mani dei capi dei partiti. Perché questo andamento ha provocato il dissolvimento del Parlamento, che si limita ad approvare pedissequamente ciò che l’esecutivo gli propina e non legifera mai.




