La debacle di ogni previsione
A distanza di alcuni giorni dall’esito del referendum, è necessaria qualche considerazione, magari asettica, glaciale e distaccata. La affermazione del No non è solo una disfatta totale, un fallimento clamoroso, un crollo rovinoso della presidente del Consiglio e del ministro della Giustizia, ma di tutta la maggioranza di governo e dei partiti che la compongono, del Comitato Sì Riforma e del suo portavoce, della Unione delle Camere Penali. Una debacle ancor più clamorosa se si pensa che erano stati mobilitati gli strumenti a disposizione, dal martellamento RAI e Mediaset, alla pressione sulle scuole, passando dal podcast di Fedez alle pagine dei social, strumentalizzando qualsiasi notizia o caso di cronaca. Ma occorre essere prudenti e guardare il tutto. Il prevalere del No non si può, nel modo più assoluto, considerare una vittoria del campo largo, dei partiti di opposizione, dell’Associazione Nazionale Magistrati, di Repubblica e di LA7, ma di quella parte della società civile che ha smesso totalmente e da tempo di votare per partiti che non la rappresentano. Chi scrive ha incontrato, la mattina di domenica scorsa, proprio nei pressi della propria sezione elettorale, un caro amico che ha mostrato, senza difficoltà, l’ultima data del proprio certificato: era il 4 dicembre del 2016, la data del referendum che bocciò la riforma costituzionale voluta da Matteo Renzi. È quella parte della società civile che soffre dei molti disagi della povertà crescente, della precarietà del lavoro, di servizi inadeguati per la scuola e la salute, che appare silenziosa ma che manifesta contro le mattanze della Striscia di Gaza, della Cisgiordania, dell’Ucraina, dell’Iran, del Libano, contro il riarmo, l’intolleranza, il pregiudizio, la violenza contro le donne, l’attacco a diritti civili faticosamente ottenuti. In questo caso si può dire che non li hanno visti arrivare: non si è accorto per davvero nessuno del loro arrivo. È il trionfo di una generazione giovane, su cui grava la totale assenza di futuro, lo sdoganamento di una scelleratezza senza limiti ai più alti livelli di potere, la vittoria della legge del più forte contro gli organismi di carattere internazionale, sorti per la difesa dei diritti umani. Ma è anche la vittoria di un movimento intergenerazionale che oggi riprende esigenze di cambiamento di un sistema che affossando principi elementari di giustizia, libertà, di rispetto per le diversità e per l’ambiente, sta trasformando il mondo intero in un sistema di guerra. È la gioventù che aveva stupito nei cortei a favore della Flottilla, la stessa che si era riversata nelle piazze dopo la tragedia di Giulia Cecchettin, la stessa che ha solcato il pianeta aderendo ai Fridays for Future e altri raduni sulla emergenza climatica. C’è un errore di fondo che attraversa, da tempo, il dibattito pubblico nel nostro paese: la convinzione che la politica possa fare a meno dei partiti. No, non è così, non può e non deve essere così. Il vero problema non è scegliere fra società civile e partiti come se fosse una facoltà di opzione, ma alimentare una arte di argomentare e di ragionare costante, perché se società civile e partiti smettono di parlarsi, il vuoto che si crea è il terreno fertile per ogni sorta di deriva. Ma per dare esistenza a quel parlarsi è indispensabile che da entrambe le parti ci sia apertura, ascolto, attenzione, una vera disponibilità e, soprattutto, un atteggiamento di collaborazione. Ma non è stato sempre così, almeno negli ultimi anni, ma questa volta va quanto meno tenuto conto di una novità: che l’opinione pubblica è mutevole e variabile, che non è immobile, che ci sono altre, diverse e nuove consapevolezze di cui non si può non tener conto e pure forme di organizzazione impreviste e imprevedibili, alla stessa maniera dei soggetti che le promuovono e muovono. Tutto questo ha scompaginato del tutto il lavoro dei sondaggisti, le cui previsioni si sono rivelate essere più sfocate: oggi siamo in presenza di una pressocchè assoluta mancanza di comprensione dei movimenti sociali che non sono più reperibili nelle “forbici” di ogni ipotesi sondaggistica. Nessuno, nelle settimane precedenti al voto ha intercettato la spinta alle urne, che ha stravolto tutte le previsioni e ha invalidato ogni schema matematico. Spettacolare l’imbarazzo apparso sulle diverse reti televisive, all’inizio dei tanti talk programmati per monitorare lo scrutinio, dei manager delle società di sondaggio che apparivano incerti per una percentuale di votanti che vanificava tutti gli schemi di calcolo approntati per afferrare la previsione vincente dei risultati. Tuttavia, segnali non erano mancati. Ma bisognava avere orecchie tarate su codici non convenzionali, che emergevano dalle pieghe dei meandri digitali dei diversi social, per interpretare quanto si annunciava in rete. E proprio chi, come i sondaggisti vive a stretto contatto con cifre e con numeri, appariva a disagio dinanzi al fluire di manifestazioni di quei comportamenti che erano stati fino ad oggi ricostruiti ma non osservati. Aree inesplorate, in cui stanno quei giovani o quei professionisti o quei residenti di grandi città che avevano deciso di diluire le file davanti ai seggi. Come era possibile che venissero scompigliati gli stereotipi che volevano proprio quelle figure del tutto disinteressate dalla politica? Questo è un piccolo spaccato per illuminare uno scenario: il mondo digitale ha invaso la nostra esistenza e va abitato politicamente, con nuove regole, ma senza importare in quello scenario le modalità del ’900. Sono comunità instabili, che si muovono secondo le regole della soluzione di un problema e non delle appartenenze ideologiche. Siamo sul ciglio di un vulcano: la lava questa volta è scesa su un versante ma non sarà lo stesso la prossima volta. L’aspetto che va compreso è che siamo al cospetto di un modo di vivere che si basa sulla relazione diretta che connette partecipazione e decisione, senza deleghe o mediazioni. Questa è la lezione da capire, questa è la lezione che ci lascia in eredità questo referendum.




