Quanto ancora reggerà il racconto?
È un automatismo quello di ascoltare Trump e di ritornare con il pensiero ad Alberto Sordi, il quale, al domestico Ricciotto che gli svela di non essere Gasperino carbonaro ma il marchese Onofrio del Grillo, dice “ma che … stai a di’!?”. In effetti, il suo discorso alla nazione sulla guerra contro l’Iran, pronunciato alla Casa Bianca il 2 aprile, è stato tutta una serie di oscillazioni, fra il magniloquio e lo sproloquio, fra lo stoltiloquio e il vaniloquio. Parla tanto, molto più di tutti gli altri capi di stato del mondo: oltre a intervenire sul suo social media Truth continuamente e incessantemente, parla più volte al giorno con i giornalisti, anzitutto quelli che non fanno troppe domande e non fanno domande scomode. È chiaro che i suoi comportamenti e i suoi pensieri sono contrassegnati da una costante ricerca di attenzioni, approvazioni e sostegno degli altri. Parlare senza dire niente non può essere una strategia tollerabile quando si è il capo di una potenza mondiale, anzitutto in tempo di guerra. Quando la Casa Bianca ha preannunciato che avrebbe rivolto un discorso alla nazione, nessuno prevedeva cosa avrebbe detto, ma la formalità dell’evento era così inconsueta che tutti si aspettavano un annuncio importante, persino lo stop alla guerra in Iran. Ha parlato per diciannove minuti e ha cercato di dare un fine una guerra che, in realtà, fine ancora non ha. Ha detto che è l’epilogo è vicino, che l’Iran sta per piegarsi, che basteranno ‘due o tre settimane’ di colpi per raggiungere gli obiettivi (ma quali?). Il tono è stato sempre quello della abituale sicumera, quasi della conclusione imminente dei combattimenti. Ma più che le parole, ancora una volta, pesano le omissioni, anzitutto pesa la distanza fra ciò che Trump racconta e ciò che gli americani percepiscono. Ha insistito sulla necessità della guerra, l’ha presentata come ‘un investimento per proteggere i bambini americani’, come se fosse una tappa obbligatoria verso un avvenire più sereno. È mancato, però, il punto centrale, cioè quello che avrebbe potuto realmente rassicurare: una via di uscita attendibile, una soluzione credibile. Per l’ennesima volta, Trump è stato vago sulla conclusione di un conflitto i cui obiettivi non sono mai stati spiegati nelle decine di dichiarazioni rilasciate dopo l’inizio dei combattimenti, fra l’altro cambiando di continuo. Contro ogni evidenza, ha ancora asserito che il regime iraniano è stato rovesciato: il governo di Teheran è stato sì decapitato, ma il resto dell’apparato è tuttora in funzione. Nessun colloquio, nessun negoziato, nessuna trattativa, nessuna controparte, nessun interlocutore, nessuno schema diplomatico: solo la promessa che si andrà avanti ‘finché gli obiettivi (richiedo, quali?) non saranno completamente raggiunti’. Un frasario più o meno esplicito per mettere in evidenza il serio rischio che anche questa diventi un’altra guerra senza fine, come tante nel passato. Nel frattempo, la realtà si muove su un piano molto più concreto. Un aereo F-15E è stato abbattuto nello spazio aereo iraniano, con uno dei due militari a bordo tratto in salvo mentre le ricerche per il secondo sono tuttora in corso; un altro, un A-10 Thunderbolt, è stato colpito nel Golfo Persico, lo Stretto di Hormuz resta ancora bloccato, i prezzi della benzina superano la soglia psicologica dei quattro dollari al gallone, le famiglie fanno i conti con una guerra che entra direttamente nelle loro tasche. Trump minimizza, parla di una economia ‘fra le migliori di sempre’ e nega ogni difficoltà di approvvigionamento. Ma la realtà racconta altro: oltre la metà degli americani teme un impatto sulle proprie finanze, e due su tre vogliono che gli Stati Uniti escano dalla guerra, anche a costo di non raggiungere gli scopi. E il divario fra narrazione e realtà si fa più evidente ed è un divario che non si colma con un discorso. Se l’opinione pubblica è scettica, il GOP, il partito repubblicano, è percorso da una tensione più sottile ma similmente significativa: la base, anzitutto quella più legata al mondo MAGA, continua, in larga parte, a sostenere l’azione militare. Ma le crepe si scorgono. C’è chi parla di momento risolutivo, vede una strategia, un finale già scritto, c’è chi sostiene la chiarezza del messaggio e anche la sua funzione verso gli alleati. Poi c’è un’altra America, quella che guarda ai prezzi cresciuti, alle elezioni di metà mandato, al costo della vita, al debito che sfiora i quarantamila miliardi di dollari, al sistema assistenziale e previdenziale, ormai totalmente saltato in aria. È il segnale di una frattura sempre più esplicita fra l’America First promessa e quella praticata. Qualche consigliere, esperto di politica italiana, dovrebbe comunicare a Trump che non sono gli elettori più fedeli a determinare le votazioni, ma quelli autonomi, quelli indipendenti, quelli che da tempo non si recano alle urne, quelli che oscillano, e che oggi in America vedono questa guerra con crescente diffidenza. In questo momento, Trump si ritrova a essere stretto fra due necessità, difficili da contemperare. Da una parte, andare avanti con la guerra, per non apparire debole e per portare a casa un risultato militare. Dall’altra, fermarsi, per evitare che il costo economico e politico eroda ancor più il consenso che si assottiglia sempre più. Nel suo discorso alla nazione ha provato a tenere insieme le due esigenze, ha promesso una conclusione vicina, oltre alla usuale vittoria con tanto di marcia trionfale, però senza puntualizzare per davvero in che modo arrivarci. Per di più, ha promesso un conflitto di breve durata, “due o tre settimane”, contenuto, ben padroneggiato, inevitabile ma indispensabile. Ma chi lo ascolta, gli americani che vivono sulla propria pelle il costo della decisione di far crescere la ricchezza invece di alleggerire la povertà, vede qualcosa di diverso: una guerra senza fine e con un costo che già si fa sentire. Quando una guerra inizia a pesare più nelle tasche che nelle parole, è complicato raccontarla come una vittoria. Per quanto tempo ancora il racconto di Trump reggerà?




