Cultura

La complessità secondo Guardini e Florenskji

ph G. Leva
25 Mag 2026

Si è svolto  nella sede della Camera di Commercio di Brindisi-Taranto l’incontro sul tema ‘La complessità secondo Guardini e Florenskji’, proposto dal Centro di cultura G. Lazzati in collaborazione con la Camera di Commercio di Brindisi-Taranto  e con l’Istituto superiore di Scienze religiose metropolitano ‘Giovanni Paolo II’ di Taranto.

L’incontro seminariale è stato aperto dai saluti della segretaria generale della Camera, Claudia Sanesi, che  ha sottolineato come, nel lungo percorso che accomuna la Camera al Centro di cultura, il tema della complessità  sia  un punto di grande interesse per comprendere le antinomie del nostro territorio e leggerle con uno sguardo aperto all’allargamento della ragione. Il prof. Mario Castellana, filosofo della scienza, ha introdotto il libro di Domenico Burzo ‘Guardare alla totalità: polarità e antinomia tra Romano Guardini e Pavlev Floreskji’ mettendo a fuoco i punti centrali che caratterizzano questi ‘giganti del pensiero’,  ritenuti  “tra le più grandi e limpide personalità del panorama filosofico e teologico del Novecento”.

ph G. Leva

Il prof. Burzo, con la sua ricchezza di argomentazioni, ha spiegato come i due grandi pensatori del Novecento siano collegati al tema della complessità.  “Il livello di invadenza e di sviluppo delle tecno-scienze, la crisi climatica ed ecologica, l’informatizzazione avanzata in ogni ambito lavorativo ed esistenziale, gli entusiasmi e i timori generati dalla crescita e dal potere dell’intelligenza artificiale, rendono ormai evidente un livello sempre più generalizzato di interconnessione globale, tra i singoli, i popoli e le nazioni. Tutto questo – ha affermato Burzo –  ci pone dinanzi a sfide da affrontare e a compiti urgenti da portare a termine, dove la posta in gioco si fa sempre più alta, e dove i modelli cognitivi e comporta-mentali che ancora dominano la mentalità comune risultano antiquati e fallimentari. Veniamo da alcuni secoli in cui lo scientismo ci ha insegnato a ritenere che sia vero solo ciò che è esperibile empiricamente e dimostrabile attraverso una formulazione logico-matematica. Occorre allora una rivoluzione dell’intelligenza, un allargamento della ragione, uno sguardo che risulti nuovo. Insegnamenti importanti per il nostro presente e per il futuro ci possono venire da Pavel Florenskij e Romano Guardini, che fin dall’inizio del secolo scorso, cogliendo i segni di un’epoca che terminava e desiderosi di costruire ed educare in vista del futuro,  hanno saputo sviluppare visioni del mondo già caratterizzate da un approccio transdisciplinare e già volte alla comprensione dell’intero, desiderose di cogliere  il senso della totalità e di fondare su di esso l’esistenza”. E, a proposito del rieducarsi a questo nuovo approccio, Burzo ha sottolineato il possibile effetto in ambito politico. “  Lo scenario geopolitico mondiale ci mostra in maniera generalizzata una mentalità politica determinata dall’uso della forza e dalla volontà di predominio, dove realtà umane fondamentali come la relazione e il dialogo, l’ascolto e il rispetto dell’altro non sembrano avere più alcun senso. E le cose non pare vadano diversamente a livelli inferiori. L’interesse della parte o del singolo è, ovunque, l’unica cosa che conta. Questo ovviamente crea da un lato fratture, separazioni che diventano insanabili perché in realtà non si ha voglia di sanarle, mentre dall’altro genera disillusione in coloro che subiscono le conseguenze di siffatta politica. Accettare la fatica di recuperare il senso sinottico della complessità – tanto quella che riguarda l’uomo, in senso prettamente antropologico, quanto quella riguardante le conseguenti dina-miche sociali e culturali – non può che avere effetti benefici sull’esercizio e la gestione del potere, ma anche sulla stessa concezione e percezione della politica in tutti coloro che la vivono, pur se in posizioni diverse”. Da questa visione il territorio, la parte di mondo che ci tocca più da vicino, personalmente e nella sfera della nostra socialità immediata,  lo specchio e l’ingrandimento dell’anima di coloro che lo vivono, cosa può evincere? “Se per territorio intendiamo; se è il mondo per come noi lo incontriamo e lo viviamo quotidianamente, allora è subito chiaro che il territorio – come a un livello inferiore la nostra casa – è lo specchio degli uomini che lo vivono e che lo fanno. Non esiste infatti il mondo come una somma di realtà che stanno lì, inerti, fuori di noi. Romano Guardini diceva infatti che il mondo è esso stesso una totalità, una realtà integrale che sorge nell’incontro vivo tra l’uomo e il reale, nella relazione complessa e polare tra l’io e le cose, secondo tutti i livelli di significato che in questa relazione si aprono e si esperiscono. In chiave politica, Platone diceva che lo Stato è lo specchio e l’ingrandimento dell’anima, ma declinando la medesima affermazione in termini sociologici possiamo dire che anche il territorio (come la casa) è lo specchio e l’ingrandimento dell’anima di coloro che lo vivono. È infatti la dimensione culturale e spirituale a determinare la dimensione economica, politica e sociale, così come è l’interiorità a determinare in fondo la bellezza esteriore di ogni cosa. Un uomo e una società educati a tenere conto di tutti i fattori in gioco nell’esistenza, e di tutti i livelli del reale, non potranno quindi che rispecchiarsi in un territorio più armonico e meno lacerato da contraddizioni insolubili”. E, a proposito del ruolo dei cristiani, dei cattolici nel mondo di oggi, Burzo ha affermato: “Nelle pagine finali del Manifesto della Transdisciplinarità, il fisico quantistico Basarb Nicolescu scrive: «Tutto ciò che possiamo fare è testimoniare». Credo che questo riassuma perfettamente quale sia il compito del cristiano, oggi come sempre, qualunque sia l’epoca in cui si è trovato e si troverà a vivere, e qualunque sia il grado di complessità che ha dovuto o dovrà affrontare. In forza della fede professata, e dell’esperienza vissuta che da tale fede dovrebbe generarsi, il cristiano ha – o dovrebbe avere – tra le sue mani una chiave ermeneutica fondamentale per comprendere e vivere la complessità che oggi ci affronta, ci mette in discussione e ci fa temere. Se infatti Dio è padre e madre (Giovanni Paolo I, 1978) – mentre noi ancora fatichiamo a ricucire la frattura tra mascolinità e femminilità –, se Dio è al contempo Uno e Trino, una Sostanza in Tre Persone – mentre noi ci dibattiamo sempre in rapporti drammatici e malriusciti –, allora vuol dire che tutto ciò che per noi è contraddizione – politica, sociale, economica, culturale, psicologica o esistenziale –, in Dio è abbracciato e riconciliato, ad un livello superiore rispetto a quello semplicemente umano, al quale dobbiamo tuttavia guardare e che dobbiamo incarnare. È di questo che, in qualche misura dovremmo dar testimonianza, della possibilità concreta di una pacificazione delle contraddizioni in un’armonia superiore. Ma non in modo fideistico e meramente confessionale, bensì con un’intelligenza – generata dalla fede – adeguata ai nostri tempi e capace di parlare di tutto con tutti; con una solidità di coscienza e un atteggiamento aperto consapevole e responsabile. Solo questa intelligenza e questa postura potranno infatti esser capaci di dar conto della speranza che è in noi (1Pt 3,15) e che deve essere offerta al mondo; ricordando che l’aggettivo katholikos, per come veniva utilizzato soprattutto nei primi mille anni della Chiesa indivisa, esprime proprio l’apertura all’universalità, tanto l’universalità umana quanto quella del convergere di tutte le traiettorie del cosmo e della storia nell’unico Centro vivificante, fonte e foce di ogni cosa.

 Il prof. Domenico Maria Amalfitano, presidente del Centro di cultura Lazzati, ha concluso  i lavori sottolineando come il concetto di complessità sia il fil rouge che sta caratterizzando tutti  gli  incontri del Centro, declinandoli nelle diverse sfaccettature del reale. Guardini e Florenskji suggeriscono un nuovo cammino perché fuori dalla totalità, fuori dall’intero. Il loro è  un pensiero che orienta, dischiude orizzonti fecondi  e creativi,  includente e  liberante,  che propone  un nuovo pensiero una nuova visione, un nuovo connettere. Un pensiero rifondante,  come ritroviamo nella nostra Assemblea costituente.

Don Francesco Nigro, teologo e direttore dell’Issrm, ha moderato i lavori, spiegando lo spirito dell’incontro.  

Riportiamo una  sintesi della ricchezza di contenuti dell’intero incontro attraverso alcune suggestioni che don Francesco Nigro, direttore dell’Issrm, ha messo in evidenza nella sua introduzione cogliendo appieno lo spirito del convegno.

ph G. Leva

“Il filosofo, teologo e letterato italo-tedesco Romano Guardini (1885-1968) e il matematico, scienziato e teologo russo Pavel Florenskji (1882-1937) rappresentano due fari nello scenario intellettuale della prima metà del ‘900, entrambi preti, entrambi docenti universitari. La loro formazione è decisamente diversa, in quanto Guardini risente della cultura cattolica e mitteleuropea, con un taglio squisitamente umanista, filosofico e teologico, ma anche pedagogico. L’altro, invece, è un ortodosso convinto, considerato il “Leonardo da Vinci russo” per la sua genialità, essendo laureato in matematica e fisica con competenze storico-artistiche e linguistiche di taglio mistico. Entrambi, però, vivono il tempo delle grandi trasformazioni politiche dell’Europa e dei loro paesi, segnati dal nazifascismo e dalla rivoluzione di ottobre con la nascita del marxismo politico leninista.

 La riflessione sulla complessità in Romano Guardini e Pavel Florenskji rileva una comune critica alla riduzione moderna della realtà a schemi puramente razionali, tecnici o ideologici. Il loro approccio potremmo definirlo trans-disciplinare poiché mira all’unità del sapere, superando l’approccio specialistico e riduttivo che non ne illumina la complessità. Se Guardini propende per una visione filosofica della opposizione polare, ossia della tensione costruttiva tra immanenza e trascendenza, tra forma e contenuto, Florenskij predilige la “Sofiologia”, ossia una “Sapienza divina organizzatrice del mondo” di tipo simbolico e antinomica, compresa a partire dall’eccedenza dei misteri della fede, in primis la Trinità, come verità che va al di là della logica del mondo, ma in senso fondativo e non oppositivo. ….

Per Guardini la persona umana non è una macchina né una coscienza isolata, ma è un essere in relazione, situato nella storia, col corpo e lo spirito, in un rapporto dinamico tra interiorità e trascendenza, con Dio e con il mondo circostante. Se scienza e tecnica sono utili, lo specifico del sapere umano è la ricerca del “senso” del “perché”, che va esplorato in ciò che siamo e facciamo, con uno sguardo estatico-contemplativo, come avviene nel mistero celebrato. La liturgia è infatti lo spazio simbolico-reale in cui mistero e concretezza reale si incontrano e si trasfigurano, dove la complessità del reale si ascolta, si vive, si fa azione/rito, si contempla e ti trasporta in una dimensione eccedente….

Florenskji utilizza il linguaggio simbolico, ad esempio dell’arte iconografica, della liturgia, ma anche della matematica che ci offrono uno sguardo sulla realtà della verità che è eccedente e complesso, pertanto riguarda la filosofia come la teologia, la matematica o le scienze esatte come la mistica, offrendo così una conoscenza integrale….

Con prospettive differenti, entrambi gli autori prendono le distanze da un approccio positivista e materialista della realtà, invitando a vigilare sulla deriva tecnocratica che già allora prendeva piede. Guardini e Florenskji ci aiutano a superare la semplificazione algoritmica della cultura digitale e dell’Intelligenza artificiale che riduce tutto a dati e calcoli. Entrambi pongono al centro l’essere umano personale, quindi relazionale, formato da spirito, anima e corpo. Il loro sguardo di fede, di tipo mistico, li conduce per vie diverse a contemplare la realtà come mistero, quindi carica di un senso profondo che non è conoscibile solo con un sapere scientifico-tecnico, ma anche filosofico e religioso, spirituale. Recuperare lo spirituale o la spiritualità, nel momento di crisi che vive l’attuale fase di modernità, significa ricercare il senso e valore dell’esistere e dell’esistente. Essi riaprono la via al dialogo tra le due ali del sapere, la ragione e la fede che elevano l’uomo alla conoscenza-esperienza della verità. A fronte di una cultura delle opinioni e relativistica, l’interiorità e il mondo simbolico offertoci da entrambi ci permette di scrutare con occhi diversi il reale. L’autore russo con una lettura mistica, il professore tedesco scrutando la coscienza umana.

Questa duplice proposta ci permette di esercitarci nell’arte di cercare la realtà nella sua ricchezza e complessità, senza la presunzione di “definire” o dare “confini” a ciò che va al di là delle nostre possibilità di comprensione. Questo vale non solo per lo studio, ma anche per la vita sociale, politica, per l’etica.  In sostanza recuperare l’unitarietà del sapere e la possibilità di mettere in dialogo i vari approcci, secondo la logica dell’ “et-et” e non dell’aut-aut, secondo quella proposta che papa Francesco aveva rilanciato in Veritatis Gaudium, ossia di promuovere non solo l’inter-disciplinarietà del sapere, ma anche la trans-disciplinarietà”.

 

A margine del convegno, abbiamo fatto alcune domande al prof. Domenico Burzo:

Prof. Burzo, lei parla di una nuova proposta culturale per l’idea di complessità. Come questa visione della totalità può far cambiare la governance, la politica?

“Se guardiamo al mondo di oggi e a tutto ciò che in varia misura determina le nostre vite, il termine complessità è quello che certamente risulta più pregnante e meglio descrittivo. Il livello di invadenza e di sviluppo delle tecno-scienze, la crisi climatica ed ecologica, l’informatizzazione avanzata in ogni ambito lavorativo ed esistenziale, gli entusiasmi e i timori generati dalla crescita e dal potere dell’intelligenza artificiale, rendono ormai evidente un livello sempre più generalizzato di interconnessione globale, tra i singoli, i popoli e le nazioni. Tutto questo ci pone dinanzi a sfide da affrontare e a compiti urgenti da portare a termine, dove la posta in gioco si fa sempre più alta, e dove i modelli cognitivi e comportamentali che ancora dominano la mentalità comune risultano antiquati e fallimentari. Veniamo da alcuni secoli in cui il dominio di una mentalità razionalista ci ha educati ad accettare ogni tipo di riduzionismo e semplificazione; secoli nei quali lo scientismo ci ha insegnato a ritenere che sia vero solo ciò che è esperibile empiricamente e dimostrabile attraverso una formulazione logico-matematica. L’ampiezza del nostro sguardo e della nostra ragionevolezza, come la profondità delle nostre percezioni, ne risultano fortemente ridotte, ritrovandosi non più capaci di cogliere, comprendere e affrontare la realtà pluridimensionale e complessa in cui viviamo, per natura e secondo determinate dinamiche storiche.
Occorre allora una rivoluzione dell’intelligenza, un allargamento della ragione, uno sguardo che risulti nuovo, ma che sia in realtà capace di tornare a sviluppare tanti livelli di percezione e comprensione quanti sono i livelli di realtà che abbiamo davanti, senza censurarne alcuno.
Di questa esigenza di rinnovamento si occupano con attenzione e impegno, da alcuni decenni, coloro che, a partire da esperienze e settori di ricerca differenti, sono interessati a sviluppare una visione sinottica. Penso, ad esempio, agli studi sulla transdisciplinarità, o sul pensiero complesso. Ma insegnamenti importanti per il nostro presente e per il futuro ci possono venire in tal senso anche da coloro che hanno anticipato, in modo profetico, questi nuovi approcci, come ad esempio Pavel Florenskij e Romano Guardini. Fin dall’inizio del secolo scorso, cogliendo i segni di un’epoca che terminava e desiderosi di costruire ed educare in vista del futuro, essi hanno saputo sviluppare visioni del mondo già caratterizzate da un approccio transdisciplinare e già volte alla comprensione dell’intero, desiderose di cogliere il senso della totalità e di fondare su di esso l’esistenza.
Tra i tanti effetti che oggi può avere il ri-educarsi ad un approccio e ad una mentalità del genere, di non poca importanza sono indubbiamente gli effetti in ambito politico. Lo scenario geopolitico mondiale ci mostra in maniera generalizzata una mentalità politica determinata dall’uso della forza e dalla volontà di predominio, dove realtà umane fondamentali come la relazione e il dialogo, l’ascolto e il rispetto dell’altro non sembrano avere più alcun senso. E le cose non pare vadano diversamente a livelli inferiori. L’interesse della parte o del singolo è, ovunque, l’unica cosa che conta. Questo ovviamente crea da un lato fratture, separazioni che diventano insanabili perché in realtà non si ha voglia di sanarle, mentre dall’altro genera disillusione in coloro che subiscono le conseguenze di siffatta politica. Accettare la fatica di recuperare il senso sinottico della complessità – tanto quella che riguarda l’uomo, in senso prettamente antropologico, quanto quella riguardante le conseguenti dinamiche sociali e culturali – non può che avere effetti benefici sull’esercizio e la gestione del potere, ma anche sulla stessa concezione e percezione della politica in tutti coloro che la vivono, pur se in posizioni diverse”.

E il territorio cosa può evincere dalla sua riflessione?

“Se per territorio intendiamo la parte di mondo che ci tocca più da vicino, personalmente e nella sfera della nostra socialità immediata; se è il mondo per come noi lo incontriamo e lo viviamo quotidianamente, allora è subito chiaro che il territorio – come a un livello inferiore la nostra casa – è lo specchio degli uomini che lo vivono e che lo fanno. Non esiste infatti il mondo come una somma di realtà che stanno lì, inerti, fuori di noi. Romano Guardini diceva infatti che il mondo è esso stesso una totalità, una realtà integrale che sorge nell’incontro vivo tra l’uomo e il reale, nella relazione complessa e polare tra l’io e le cose, secondo tutti i livelli di significato che in questa relazione si aprono e si esperiscono. In chiave politica, Platone diceva che lo Stato è lo specchio e l’ingrandimento dell’anima, ma declinando la medesima affermazione in termini sociologici possiamo dire che anche il territorio (come la casa) è lo specchio e l’ingrandimento dell’anima di coloro che lo vivono. È infatti la dimensione culturale e spirituale a determinare la dimensione economica, politica e sociale, così come è l’interiorità a determinare in fondo la bellezza esteriore di ogni cosa. Un uomo e una società educati a tenere conto di tutti i fattori in gioco nell’esistenza, e di tutti i livelli del reale, non potranno quindi che rispecchiarsi in un territorio più armonico e meno lacerato da contraddizioni insolubili”.

Che devono fare i cristiani, i cattolici, nel mondo di oggi?

“Nelle pagine finali del Manifesto della Transdisciplinarità, il fisico quantistico Basarb Nicolescu scrive: «Tutto ciò che possiamo fare è testimoniare». Credo che questo riassuma perfettamente quale sia il compito del cristiano, oggi come sempre, qualunque sia l’epoca in cui si è trovato e si troverà a vivere, e qualunque sia il grado di complessità che ha dovuto o dovrà affrontare. In forza della fede professata, e dell’esperienza vissuta che da tale fede dovrebbe generarsi, il cristiano ha – o dovrebbe avere – tra le sue mani una chiave ermeneutica fondamentale per comprendere e vivere la complessità che oggi ci affronta, ci mette in discussione e ci fa temere. Se infatti Dio è padre e madre (Giovanni Paolo I, 1978) – mentre noi ancora fatichiamo a ricucire la frattura tra mascolinità e femminilità –, se Dio è al contempo Uno e Trino, una Sostanza in Tre Persone – mentre noi ci dibattiamo sempre in rapporti drammatici e malriusciti –, allora vuol dire che tutto ciò che per noi è contraddizione – politica, sociale, economica, culturale, psicologica o esistenziale –, in Dio è abbracciato e riconciliato, ad un livello superiore rispetto a quello semplicemente umano, al quale dobbiamo tuttavia guardare e che dobbiamo incarnare.  È di questo che, in qualche misura dovremmo dar testimonianza, della possibilità concreta di una pacificazione delle contraddizioni in un’armonia superiore. Ma non in modo fideistico e meramente confessionale, bensì con un’intelligenza – generata dalla fede – adeguata ai nostri tempi e capace di parlare di tutto con tutti; con una solidità di coscienza e un atteggiamento aperto consapevole e responsabile. Solo questa intelligenza e questa postura potranno infatti esser capaci di dar conto della speranza che è in noi (1Pt 3,15) e che deve essere offerta al mondo; ricordando che l’aggettivo katholikos, per come veniva utilizzato soprattutto nei primi mille anni della Chiesa indivisa, esprime proprio l’apertura all’universalità, tanto l’universalità umana quanto quella del convergere di tutte le traiettorie del cosmo e della storia nell’unico Centro vivificante, fonte e foce di ogni cosa”.

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