Enciclica

Magnifica Humanitas, Leone XIV: “Abbiamo il dovere di restare umani”

Leone XIV firma la Magnifica Humanitas - ph Vatican media-Sir
26 Mag 2026

“Nel tempo dell’intelligenza artificiale, in cui la dignità umana rischia di essere oscurata da nuove forme di disumanizzazione, abbiamo il dovere urgente di restare profondamente umani, custodendo con amore quella magnifica umanità che ci è stata donata e mostrata nella sua pienezza in Cristo, e che nessuna macchina potrà mai sostituire nel suo splendore”. Lo scrive Leone XIV, nella sua prima enciclica, Magnifica Humanitas – 231 pagine, suddivise in cinque capitoli – in cui afferma che “la magnifica umanità creata da Dio si trova oggi di fronte a una scelta decisiva: innalzare una nuova torre di Babele o edificare la città dove Dio e l’umanità abitano insieme”.

Punto di riferimento dell’enciclica, firmata nel 135° anniversario della Rerum Novarum, è Leone XIII, che ha dato “nuovo impulso” alla dottrina sociale della Chiesa, chiamata oggi a confrontarsi con il fatto che “la digitalizzazione, l’intelligenza artificiale e la robotica stanno trasformando il mondo”. “Ogni generazione riceve in eredità il compito di dare forma al proprio tempo, ma su ogni epoca incombe il rischio di costruire un mondo disumano e più ingiusto”, scrive il Papa, secondo il quale per affrontare la sfida della rivoluzione digitale, occorrono “strumenti normativi adeguati”, ma soprattutto “occorre domandarci con realismo chi oggi detenga questo potere e a quali fini lo orienti”.

Un tempo, infatti, “erano soprattutto gli Stati a guidare e indirizzare l’innovazione”: “Oggi, invece, i principali motori dello sviluppo sono attori privati, spesso transnazionali, dotati di risorse e capacità di intervento superiori a quelle di molti governi. Il potere tecnologico assume così un volto inedito, prevalentemente ‘privato’, e per questo ancora più difficile da discernere, governare e orientare al bene comune”. No, allora, ad “usi evidentemente antiumani” dell’ai: bisogna chiedersi “quale idea di persona e di società” ci sia dietro alle macchine.
“Non serve un’ai più morale, se questa morale è decisa da pochi”, l’appello di Leone, che denuncia come “l’ai tende ad accrescere soprattutto il potere di chi dispone già di risorse economiche, competenze e accesso ai dati”. Di qui la “seria preoccupazione” per il fenomeno per cui “piccoli gruppi molto influenti possono orientare informazione e consumi, condizionare processi democratici e incidere sulle dinamiche economiche a proprio vantaggio, contraddicendo la giustizia sociale e la solidarietà tra i popoli”.

“Disarmare l’Ai significa sottrarla alla logica della competizione armata, che oggi non è più solo militare ma economica e cognitiva”, l’invito scandito dal verbo privilegiato dall’inizio del pontificato, in un’epoca in cui la rivoluzione digitale “sta modificando la grammatica dei conflitti”, rendendo “più rapida e impersonale la decisione sulla vita e sulla morte” e il ricorso alla forza una “opzione immediata e praticabile”. Di fronte a “forme ibride” di guerra come attacchi cibernetici, manipolazione dell’informazione, campagne di influenza, automazione di decisioni strategiche, l’ai è un “fattore di accelerazione”, alimentando “una cultura in cui il nemico è ridotto a dato e la vittima a danno collaterale”.

Occorre scegliere, dunque, tra “due logiche opposte”: la “cultura della potenza”, fatta di “polarizzazioni e violenze”, e la “civiltà dell’amore”, che “consiste nel tradurre la carità in strutture di giustizia, nel dare corpo istituzionale alla fraternità e nel considerare l’altro – sia esso persona o popolo – come un alleato necessario per la costruzione del bene comune”. No, allora, alla “normalizzazione della guerra” e alla “corsa a sviluppare tecnologie sempre più potenti, o ad assicurarsene il controllo, secondo una dinamica disumanizzante che sembra non conoscere limiti”; sì, invece, all’impegno della “gran parte dell’umanità che cerca di rimanere umana e di adoperarsi per costruire la città della convivenza e della pace.
L’umanità sta scivolando nella cultura violenta della potenza, dove la pace non appare più come un compito da assumere, ma come un intervallo precario tra conflitti”, la tesi del Papa, che definisce “più che mai importante ribadire il superamento della teoria della ‘guerra giusta’, troppo spesso invocata a giustificare qualsiasi guerra, fermo restando il diritto alla legittima difesa intesa nel senso più stretto”. “Non è lecito affidare a sistemi artificiali decisioni letali o comunque irreversibili”, incalza Leone XIV: “non esiste nessun algoritmo che renda la guerra moralmente accettabile.
Oggi è molto più semplice iniziare una guerra che fermarla, e quando una cultura normalizza e giustifica il conflitto, si apre una deriva pericolosa”: “ciò che appare impensabile può diventare domani accettabile in base a calcoli di utilità o di sicurezza”.

Non manca, nell’enciclica, un appello a un esame di coscienza, per la Chiesa, a cominciare dal tema degli abusi. Nell’epoca della quarta rivoluzione industriale, l’innovazione “viene spesso accolta solo in funzione della riduzione dei costi e dell’aumento dei profitti”, denuncia il Pontefice, secondo il quale “l’accesso al lavoro per tutti deve rimanere un obiettivo prioritario delle politiche pubbliche e dei processi economici”. Ai giovani vanno garantite “scelte che rendano praticabile la stabilità” e “misure che garantiscano ritmi umani”. No, inoltre, alle “nuove schiavitù” che “si alimentano di catene economiche e infrastrutture digitali”. “Occorre opporsi, con scelte pubbliche lungimiranti, all’interesse immediato delle piattaforme, quando contrasta con il bene dei minori”. Dare priorità alla “ricerca della verità”, l’imperativo per una ecologia della comunicazione e del creato. Tra gli autori citati, John Ronald Reuel Tolkien, che per bocca dei protagonisti del suo romanzo più celebre, Il Signore degli anelli, afferma: “La civiltà dell’amore non nasce da un gesto unico e spettacolare, ma da una somma di fedeltà piccole e tenaci, che fanno argine alla disumanizzazione”.

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