Ecclesia

Lo sguardo di Gesù tra compassione, Regno e autorità

12 Giu 2026

di Luana Comma

Lo sguardo di Gesù sulle folle apre la scena, introducendo il lettore a uno dei fulcri più autentici della rivelazione nei Vangeli. Matteo afferma che egli «ebbe compassione» vedendo il popolo «stanco e sfinito come pecore che non hanno un pastore» (Mt 9,36). L’immagine richiama la tradizione veterotestamentaria e descrive la condizione di Israele quando manca una guida capace di custodire e orientare il popolo di Dio.

Non si tratta semplicemente di una reazione emotiva. La compassione di Gesù rivela il modo stesso di agire di Dio nella storia. Le guarigioni e i segni narrati nei capitoli precedenti diventano allora il simbolo di una realtà più ampia: attraverso la sofferenza dei singoli emerge la situazione dell’intero popolo, che continua ad attendere la piena manifestazione della salvezza.

È significativo che la missione abbia origine proprio da questo sguardo misericordioso. Prima del mandato vi è la compassione; prima dell’attività ecclesiale vi è l’iniziativa del Cristo. La Chiesa nasce dunque dall’amore preveniente di Dio e non da un progetto umano. La sua missione consiste nel rendere presente nella storia la stessa misericordia che ha mosso Gesù verso le folle.

A questa prima immagine se ne affianca immediatamente una seconda: quella della messe. «La messe è abbondante, ma sono pochi gli operai» (Mt 9,37). Se la figura del pastore richiama la cura e la compassione, quella della mietitura introduce l’orizzonte escatologico. Nella tradizione biblica la messe è il tempo in cui Dio porta a compimento la propria opera e chiama l’uomo a una decisione definitiva.

La missione dei discepoli si colloca precisamente in questa tensione. Essa è annuncio della misericordia divina, ma anche proclamazione dell’urgenza del Regno. Matteo non elimina il rapporto tra questi due aspetti: la compassione e il giudizio, la grazia e la responsabilità, la cura pastorale e il compimento escatologico rimangono strettamente uniti. La missione nasce dall’amore di Dio e conduce l’uomo a confrontarsi con la venuta del Regno.

In questo contesto acquista particolare rilievo l’invito alla preghiera: «Pregate dunque il Signore della messe perché mandi operai nella sua messe» (Mt 9,38). Prima di essere inviati, i discepoli devono riconoscere che la missione appartiene a Dio. La Chiesa non è proprietaria del mandato ricevuto; essa vive di una missione che la precede e che trova nel Signore la sua origine permanente.

La chiamata dei Dodici sviluppa ulteriormente questa prospettiva. Gesù li convoca e conferisce loro l’exousia, l’autorità sugli spiriti impuri e sulle malattie. Matteo non insiste anzitutto sulla costituzione del gruppo, ma sulla partecipazione all’autorità del Messia. I discepoli possono operare perché sono resi partecipi dell’agire stesso di Cristo.

Il numero dodici rimanda chiaramente alle dodici tribù d’Israele e manifesta il carattere escatologico della nuova comunità. Nei Dodici prende forma il popolo di Dio radunato attorno al Messia e chiamato a continuare la sua opera salvifica.

Anche l’elenco degli apostoli possiede un valore teologico. Matteo non si limita a fornire una lista di nomi, ma radica la missione ecclesiale nella concretezza della storia. Gli inviati non sono figure anonime né semplici trasmettitori di un messaggio; essi ricevono dal Signore un mandato che fonda la loro identità e la loro autorità.

Per questo il contenuto della missione riproduce fedelmente l’opera di Gesù: proclamare la vicinanza del Regno, guarire i malati, purificare i lebbrosi, liberare gli oppressi dal male. Annuncio e azione salvifica non sono realtà separate. La parola evangelica si manifesta attraverso segni che rendono visibile l’efficacia della salvezza.

La pericope di Mt 9,36–10,8 mostra così come la missione della Chiesa sia radicata in tre coordinate fondamentali: la compassione del Cristo verso il suo popolo, l’orizzonte escatologico del Regno che viene e la partecipazione dei discepoli all’autorità del Messia. Cristologia, ecclesiologia ed escatologia convergono in un’unica prospettiva teologica.

La comunità dei credenti non possiede una missione propria né vive di un’iniziativa autonoma. Essa esiste perché convocata dal Signore e continua ad operare nella storia soltanto nella misura in cui rimane unita alla sua compassione, docile alla sua autorità e orientata al compimento del Regno di Dio.

Se la missione nasce dalla compassione di Cristo, quale volto di Chiesa emerge oggi dalle nostre comunità? Sappiamo ancora lasciarci interpellare dalla sofferenza degli uomini e delle donne del nostro tempo? La nostra azione pastorale manifesta realmente l’autorità del Vangelo oppure rischia di ridursi a semplice organizzazione? E, soprattutto, viviamo la missione come opera nostra o come partecipazione all’opera che Dio continua a compiere nella storia?

 

* referente della comunicazione Gris (Taranto)

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