Il sessantesimo di sacerdozio di don Franco Semeraro
Abbiamo intervistato il sacerdote martinese per fare un bilancio di questo lungo cammino. Ne è emerso il ritratto di un uomo grato, con una memoria di ferro e, sopra ogni cosa, una profonda giovinezza interiore
Sessant’anni di messa non sono un traguardo qualunque. Sono una storia fatta di volti, di incontri con i pontefici che hanno segnato il Novecento e, soprattutto, di un profondo radicamento nel territorio della sua amata Martina Franca, dove per molti anni ha guidato la storica Basilica di San Martino.
Abbiamo incontrato don Franco Semeraro per fare il bilancio di questo lungo cammino. Ne è emerso il ritratto di un uomo grato, con una memoria di ferro e, sopra ogni cosa, una profonda giovinezza interiore.
Don Franco, sessant’anni di sacerdozio, ma lo spirito continua a essere quello di un ragazzo…
«Beh, quello di un ragazzo proprio no! Ma è una giovinezza interiore. Una giovinezza del cuore, dello spirito, dell’accoglienza degli altri. Uno sguardo giovane, soprattutto dentro; uno sguardo molto sereno. Sono sereno con me stesso. Il mio rapporto con Dio è molto bello, il mio rapporto con gli altri è veramente una grande gioia. Una vecchiaia dolcissima».
Una carriera lunghissima, iniziata davvero da giovane, fino a reggere per tanti anni la Basilica di San Martino.
«Più che ‘carriera’, che è il termine comune, si tratta di un ministero sacro, un ministero pastorale bello. Un ministero che mi ha messo in contatto con la Chiesa viva, con la Chiesa del popolo di Dio, anche con la Chiesa delle sue fragilità, ma con una Chiesa in cammino: la Chiesa del post-Concilio. Tra i ricordi più belli della mia vita c’è il 7 dicembre 1965, giorno in cui sono entrato nell’aula conciliare del Vaticano II per salutare il mio arcivescovo, monsignor Guglielmo Motolese. Fu un’esperienza indimenticabile ciò che vidi quel mattino. Questo è stato, direi, il propulsore del mio cammino presbiterale».
Proviamo a riassumere questo percorso vocazionale lungo sei decenni. Quali sono state le persone determinanti per la sua vita?
«Quando ho celebrato la messa per i miei 60 anni di sacerdozio, ho detto che quattro persone in particolare hanno avuto un ruolo determinante nella mia vita, quattro colonne che hanno sostenuto il mio cammino presbiterale.
I primi sono stati i miei genitori, che mi hanno educato alla sobrietà, all’essenzialità, alla vita cristiana e alla pace tra di noi. Poi il mio parroco, monsignor Giuseppe Caforio, un martinese. Era un uomo che oggi forse non avrebbe molto “appeal”, perché era un parroco di altri tempi, ma aveva una sua capacità, una sua profezia. E infine l’arcivescovo Guglielmo Motolese: un grande uomo di Chiesa, un grande protagonista della Chiesa italiana e della Caritas Italiana, di cui fu il primo presidente».
E oltre a queste quattro figure d’ispirazione?
«Oltre a loro, il popolo di Dio. Sono immensamente grato per quello che ho ricevuto da tanti fedeli, da tantissima gente. Credenti e non credenti, praticanti e non praticanti».
Gli incontri storici con i papi: nel corso del suo ministero lei ha incrociato la storia della Chiesa universale, incontrando diversi pontefici. Che ricordi conserva?
«Quando ero solo un ragazzino, ho incontrato papa Pio XII. Ricorrevano i 25 anni dalla fondazione dell’Azione Cattolica Ragazzi e andai a Roma con la diocesi insieme a un altro ragazzo martinese che oggi purtroppo non c’è più, don Michele Castellana. Eravamo due ragazzetti in treno, al nostro primo viaggio. Incontrammo in San Pietro questa figura ieratica di Pio XII, che fece un’enorme impressione a noi bambini, soprattutto quando allargò le braccia per la benedizione apostolica: era un uomo che sembrava un documento vivente.
Poi ho conosciuto Giovanni XXIII e in seguito Giovanni Paolo II, pellegrino a Taranto e a Martina Franca. Con lui ho concelebrato più volte l’Eucarestia con il seminario di Taranto nella cappella della rete del Redemptoris Mater, oltre agli incontri immediati a Taranto nella preparazione della celebrazione stessa. Era un personaggio storico, un personaggio d’incanto, che suscitava attrattiva e bellezza. Ho incontrato anche papa Benedetto XVI, il cardinal Ratzinger, e una volta persino papa Luciani (Giovanni Paolo I) a Bari, quando non era ancora papa, in occasione della segreteria generale e presidenza della Cei, tra cui c’era monsignor Motolese».
E con papa Leone, invece?
«Di papa Leone ricordo un momento esaltante di bellezza unica, il 27 maggio in piazza San Pietro. Sorrido ancora per l’episodio della caduta di mio fratello, don Diego. Ho visto questo Papa, atletico, che si è subito piegato verso di lui. Senza sapere se fosse un sacerdote o meno, si è chinato verso questa persona caduta per soccorrerla.
Lei è stato anche un uomo di comunicazione, guidando per dodici anni il settimanale diocesano Dialogo (ora Nuovo Dialogo, ndr).
«Sì, la comunicazione mi è piaciuta da sempre. Comunicare con la gente e con tantissimi lettori è una cosa bellissima. Sono stato direttore di ‘Dialogo’ per tantissimi anni. Ma l’arte del narrare, il gusto del raccontare, l’ho appreso dal popolo di Dio e, prima ancora, da mia madre. Quando eravamo ragazzini non c’era la televisione in casa e, nelle lunghe serate invernali intorno al braciere, lei raccontava storielle e favole. Noi bambini eravamo incantati. Il racconto è un canto. Adesso, a questo proposito, sto preparando un nuovo lavoro su San Martino. Un ritorno a Martina Franca, ma non come semplice biografia del santo, bensì come il racconto di una Martina Franca avvolta e protetta dal mantello di Martino.»
In chiusura, don Franco, un pensiero per don Angelo che ci ha lasciati di recente.
«La sua scomparsa è stata imprevedibile, imprevista. Con ogni probabilità, l’ultimo prete che don Angelo ha sentito al telefono sono stato io. Era martedì mattina, mi trovavo a San Francesco da Paola per celebrare la Messa e sbrigare le pratiche in sagrestia. Mi chiamò con una voce molto affaticata, interrotta da continui singhiozzi, dicendomi che in quelle condizioni non poteva venire a San Francesco. Gli dissi: “Angioletto, stai sereno, stai tranquillo”.
Certo, è stato uno strappo vedere andare via un confratello. Anche se per noi è stata una morte santa: non ha sofferto, il Signore lo ha abbracciato. Gli ha dato questa gioia: appena otto giorni dopo aver celebrato i suoi 50 anni di sacerdozio, è stato chiamato a celebrare la liturgia eterna. Un prete che non dimenticherò mai e che camminerà sempre nel mio cuore».





