Ecclesia

«Coraggio, sono io»: la fede nel cuore della tempesta

07 Ago 2026

di Luana Comma

La notte ha inghiottito il lago, il vento scuote la barca e ogni onda sembra volerla respingere. I discepoli remano, ma non avanzano; Gesù è lontano, sul monte, immerso nella preghiera. È la scena di tante nostre notti, quando l’angoscia prende spazio, le certezze si incrinano e perfino ciò che potrebbe salvarci appare minaccioso.

Matteo dice che la barca è «tormentata» dalle onde. Il verbo greco basanízō esprime una prova che affligge e consuma. Non si tratta di un semplice disagio, ma di una fatica capace di alterare lo sguardo. Per questo i discepoli, vedendo Gesù avvicinarsi, lo scambiano per un fantasma. La paura deforma la realtà: ingrandisce il pericolo e rende irriconoscibile la presenza che viene incontro.

Cristo cammina proprio su quelle acque che, nella Bibbia, evocano il caos e le forze ostili. Non fa cessare subito il vento, ma entra nella notte dei suoi e dice: «Coraggio, sono io, non abbiate paura». Al centro di questa parola c’è l’espressione egō eimí, «sono io», che richiama il nome divino. La fiducia non nasce dalla certezza di poter dominare la tempesta, ma dal riconoscere che il Signore è presente dentro ciò che ci spaventa.

Anche Elia, nella prima lettura, impara a riconoscere Dio non nel fragore del vento, del terremoto o del fuoco, ma nel sussurro di una brezza leggera. Dio non coincide con il rumore che assale il cuore. Spesso si lascia incontrare in una voce discreta, capace di aprire uno spazio di pace senza negare la prova.

La riflessione di Hans Urs von Balthasar aiuta a comprendere questa esperienza: il cristiano non può abbandonarsi a una visione fatalistica del presente, ma neppure rifugiarsi in una serenità religiosa incapace di ascoltarne il grido. L’angoscia dell’uomo contemporaneo, che spesso si sente travolto da meccanismi incontrollabili e ridotto a semplice ingranaggio, non va negata né trasformata in un destino inevitabile. La rivelazione permette di guardarla nella sua verità, senza lasciarle occupare l’intero orizzonte dell’esistenza.

Pietro osa uscire dalla barca. Non perché si senta invincibile, ma perché desidera raggiungere Gesù. Finché ascolta quel «Vieni», cammina; quando fissa il vento, comincia ad affondare. La tempesta non è cambiata: è cambiato il suo sguardo. Così accade anche a noi quando la paura entra dentro, occupa ogni pensiero e ci convince che non esista più una via.

Gesù lo chiama «uomo di poca fede». Non gli rimprovera di avere avuto paura, ma di essersi diviso interiormente. Il verbo distázō indica l’oscillazione di chi resta sospeso tra due appoggi. La fede non cancella la fragilità e non impedisce all’angoscia di affacciarsi; offre però un punto verso cui tornare quando il cuore perde il proprio centro.

Pietro non si salva da solo. Grida: «Signore, salvami!». È una preghiera breve, nata mentre l’acqua lo sommerge. Gesù stende subito la mano e lo afferra con fermezza. Il Vangelo non presenta un discepolo che non cade mai, ma un uomo che, proprio nel fallimento, scopre la fedeltà di Cristo. Il miracolo non consiste nel non affondare, ma nel trovare una mano che non lascia sprofondare.

Quando Gesù e Pietro salgono sulla barca, il vento cessa. La pace non nasce dall’assenza di prove, ma dalla presenza riconosciuta del Figlio di Dio. Il racconto conduce così dalla paura all’adorazione: coloro che avevano gridato davanti a un fantasma ora confessano: «Davvero tu sei Figlio di Dio!».

La morte di Francesco Guccini rende ancora più evocativo il dialogo tra questa pagina evangelica e la sua celebre Dio è morto. Quella canzone può essere letta non come l’ultima parola del nichilismo, ma come la denuncia dei falsi dèi generati dalla guerra, dal potere, dall’ipocrisia e dalla paura, mentre lascia intravedere la possibilità di una rinascita. Anche i discepoli, nella notte, credono che la presenza divina sia svanita: vedono soltanto il mare ostile e scambiano per un fantasma colui che viene a salvarli. Proprio dentro l’angoscia, però, Cristo pronuncia: «Sono io». Il Dio vivente non coincide con le immagini rassicuranti che costruiamo né muore quando crollano le nostre certezze; attraversa il caos, raggiunge la barca e restituisce alla paura un orizzonte di speranza.

Le nostre notti portano nomi diversi: malattia, solitudine, precarietà, lutto, paura del futuro, responsabilità troppo grandi. In quei momenti la fede non chiede di negare il vento o di fingere serenità. Invita ad ascoltare, dentro il fragore, una voce più profonda: «Sono io». Cristo non osserva da lontano la barca agitata; viene incontro, chiama, sostiene e riconduce alla comunione.

Quale vento sta attraversando oggi il nostro cuore? Gli permettiamo di decidere la direzione della nostra vita oppure torniamo a fissare lo sguardo su Cristo? Sappiamo trasformare l’angoscia in invocazione e tendere la mano senza vergognarci della nostra debolezza? E le nostre comunità sanno diventare barche nelle quali chi sta affondando trovi una presenza capace di dire: «Coraggio, non avere paura»?

 

* referente della comunicazione Gris (Taranto)

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