Ecclesia

Togliere per ritrovare: la croce e il restauro dell’uomo

28 Ago 2026

di Luana Comma

Chi direbbe che togliere possa essere un gesto di salvezza? Eppure ogni restauratore lo sa: per restituire un’opera alla sua bellezza originaria bisogna eliminare ciò che il tempo ha sovrapposto, liberarla dalle incrostazioni, rinunciare a ciò che ne altera il volto. Solo allora riemerge ciò che era già lì, nascosto ma non perduto. Forse anche per questo le parole di Gesù — «rinneghi se stesso, prenda la sua croce e mi segua» — sono meno oscure di quanto appaiano. A prima vista sembrano chiedere una rinuncia, quasi una sottrazione di sé; in realtà introducono a un cammino nel quale perdere può significare ritrovare e lasciare andare può diventare una forma inattesa di libertà.

Il Vangelo arriva a questa affermazione subito dopo la confessione di Pietro. L’apostolo ha appena riconosciuto Gesù come «il Cristo, il Figlio del Dio vivente», ma ora deve comprendere quale volto abbia realmente quel Messia. Matteo segnala infatti un passaggio decisivo: «Da allora Gesù cominciò» a mostrare ai discepoli che avrebbe dovuto andare a Gerusalemme, soffrire, essere ucciso e risorgere. Quel «deve» non indica una fatalità cieca: esprime la fedeltà di Cristo al disegno del Padre, una fedeltà che non arretra neppure quando conduce al rifiuto.

Pietro, però, non riesce ad accettarlo. Ha pronunciato la risposta giusta sull’identità di Gesù, ma conserva ancora un’immagine del Messia modellata sulle categorie della forza e della vittoria. Per questo tenta di distoglierlo dalla strada annunciata. È quasi il primo “restauro” del racconto: non è Cristo a dover cambiare volto, ma Pietro a dover liberare la propria fede dalle immagini che vi ha sovrapposto.

La risposta di Gesù è durissima: «Va’ dietro a me, Satana! Tu mi sei di scandalo». Pietro, che poco prima era stato chiamato roccia, diventa ora skándalon, pietra d’inciampo. Il problema non è il suo affetto per il Maestro, ma la pretesa di indicargli quale Messia debba essere. Per questo Gesù lo rimette «dietro»: chi segue Cristo non precede il Maestro per indicargli quale strada percorrere; gli cammina dietro, disposto a lasciarsi condurre.

Ed è proprio da questo «dietro a me» che nasce l’invito rivolto a tutti: «Se qualcuno vuole venire dietro a me, rinneghi se stesso». Il passaggio è coerente: come Pietro deve rinunciare alla propria idea di Cristo, così chi vuole seguirlo deve imparare a rinunciare a tutto ciò che, dentro di sé, impedisce una sequela autentica.

Rinnegarsi, allora, non significa cancellare la propria personalità, disprezzare il corpo o considerare sospetto ogni desiderio. Dio non chiede all’uomo di distruggere l’opera che egli stesso ha creato. Chiede piuttosto di liberarla da ciò che nel tempo ne ha deformato il volto. Egoismo, bisogno di prevalere, paura di perdere, rancore, desiderio di possedere possono diventare come strati successivi che finiscono per nascondere la forma originaria.

Qui l’immagine del restauro acquista tutta la sua forza. Un affresco annerito non ha cessato di essere bello: la sua bellezza è diventata meno visibile. Una scultura coperta dalle incrostazioni non perde la propria forma: occorre liberarla da ciò che la nasconde. Il restauratore, quando rimuove, non impoverisce l’opera; la riconsegna alla propria verità. Allo stesso modo il Vangelo non sottrae umanità: elimina ciò che ci impedisce di viverla pienamente.

Agostino offre una chiave sorprendentemente vicina a questa logica quando, nel Discorso 96, afferma: «Distrugga l’uomo ciò ch’egli ha fatto e piacerà a Colui che lo ha fatto». Non si tratta di distruggere l’uomo, ma ciò che egli ha sovrapposto all’opera di Dio allontanandosi da lui. Il rinnegamento evangelico assume allora il senso di un ritorno all’origine: togliere quanto l’egoismo, il peccato e l’autosufficienza hanno aggiunto alla nostra identità, perché possa riemergere ciò che il Creatore ha voluto. Come nel restauro, ciò che deve cadere non è l’opera, ma ciò che ne nasconde la bellezza.

Si comprende allora anche il paradosso successivo: «Chi vuole salvare la propria vita, la perderà; ma chi perderà la propria vita per causa mia, la troverà». Matteo usa psychḗ per indicare la vita nella sua profondità. Chi tenta di custodire ossessivamente il proprio io rischia di restringerlo fino a soffocarlo; chi invece accetta di decentrarsi scopre che il dono di sé non conduce all’annientamento, ma a una forma più piena di esistenza.

Anche «prendere la propria croce» va letto dentro questa stessa dinamica. Gesù non invita a cercare il dolore né a sopportare passivamente ciò che è ingiusto. La croce non è il culto della sofferenza: è ciò che può nascere quando si rimane fedeli al bene anche quando costa. Cristo non muore perché ama il patire; arriva alla croce perché non rinuncia alla propria missione. Il cristiano entra nella stessa logica quando sceglie la verità anziché la convenienza, la comunione anziché l’orgoglio, il dono anziché la chiusura.

È qui che il Vangelo diventa particolarmente provocatorio per il nostro tempo. Siamo continuamente invitati ad affermare, proteggere, mostrare e realizzare noi stessi. Cristo introduce invece una domanda diversa: siamo certi che tutto ciò che chiamiamo “noi stessi” ci appartenga davvero? Talvolta ciò che difendiamo con maggiore ostinazione non è la nostra identità, ma proprio ciò che nel tempo l’ha ricoperta.

Rinnegarsi significa allora imparare anche alcuni “no”, non per il gusto della rinuncia, ma per custodire dei “sì” più grandi. Dire no alla necessità di avere sempre ragione può diventare un sì alla comunione; trattenere una parola destinata soltanto a ferire può aprire alla pace; abbandonare un rancore restituisce spazio alla relazione; sottrarsi alla logica del possesso rende possibile il dono. Non sono mutilazioni dell’io, ma piccoli interventi di restauro.

La domanda finale di Gesù porta questa logica alle conseguenze estreme: «Quale vantaggio avrà un uomo se guadagnerà il mondo intero, ma perderà la propria vita?». Si può conquistare molto e smarrire se stessi. Si può riempire l’esistenza e renderla interiormente vuota. Il Vangelo propone un’altra misura: perdere ciò che ci deforma per ritrovare ciò che siamo veramente.

Quali sovrastrutture stanno nascondendo oggi l’immagine che Dio ha posto in noi? Che cosa difendiamo come parte irrinunciabile di noi stessi e che, invece, ci impedisce di essere liberi? Forse seguire Cristo comincia proprio da qui: permettergli di togliere senza paura ciò che non ci appartiene davvero, perché possa finalmente riapparire l’uomo che Dio aveva pensato fin dall’inizio.

 

* referente della comunicazione Gris (Taranto)

Leggi anche
Ecclesia

Don Nino Borsci e i Tamburi, una storia lunga 53 anni

Cinquantatré anni di presenza assidua, di ascolto e di cammino condiviso. Ci sono storie che non si limitano a riempire le cronache di una comunità, ma finiscono per coincidere con la vita stessa di un intero quartiere. È il caso della parrocchia San Francesco De Geronimo, la prima realtà parrocchiale nata nel quartiere Tamburi di […]

San Pasquale Baylon a Lizzano: incontro con mons. Angelo Massafra

A Lizzano, nell’ottavo centenario della morte di San Francesco d’Assisi, la parrocchia di San Pasquale Baylon e l’ordine francescano secolare – con il prezioso supporto dell’associazione ‘Pietre Vive’ – ospiteranno, sabato 17 ottobre, mons. Angelo Massafra, arcivescovo emerito di Scutari-Pult (Albania). Mons. Massafra alle ore 18.30 presiederà in chiesa la solenne celebrazione eucaristica e successivamente […]

Agli auguri al Papa segua la voglia di pace

Diceva Giulio Andreotti: “Un ordine del giorno non si nega a nessuno”, nel senso che è una formalità che non impegna. Parafrasando il leader democristiano, oggi si potrebbe dire “gli auguri di pronta guarigione non si negano a nessuno, men che meno al Papa”. Vediamo in questi giorni un fiume di auguri a papa Leone, […]
Hic et Nunc

Don Nino Borsci e i Tamburi, una storia lunga 53 anni

Cinquantatré anni di presenza assidua, di ascolto e di cammino condiviso. Ci sono storie che non si limitano a riempire le cronache di una comunità, ma finiscono per coincidere con la vita stessa di un intero quartiere. È il caso della parrocchia San Francesco De Geronimo, la prima realtà parrocchiale nata nel quartiere Tamburi di […]

Ilva, dopo l'incontro a Bari il governo convoca, ma altre vertenze incombono

La vertenza Ilva tiene ancora banco, con la mobilitazione dei lavoratori diretti e indiretti del gruppo, una cui nutrita rappresentanza, partita all’alba con alcuni pullman appositamente allestiti, ha manifestato a Bari davanti alla sede della Regione. Una delegazione ha partecipato all’incontro organizzato dal presidente della Regione Antonio Decaro, presenti il sindaco Bitetti e il presidente […]

Padre François-Marie Dermine: una vita al servizio della verità e del discernimento

La Chiesa e il mondo della ricerca socio-religiosa salutano padre François-Marie Dermine, sacerdote domenicano, teologo moralista, esorcista e presidente nazionale del Gris (Gruppo di ricerca e informazione socio-religiosa), spentosi nella serata di ieri, 14 ottobre. Con la sua scomparsa viene meno una figura che ha dedicato gran parte della propria vita allo studio delle nuove […]
Media
15 Ott 2026