Industria

Ilva: l’area a caldo chiude. Per i giudici prevale il diritto alla salute

foto G. Leva
11 Set 2026

di Silvano Trevisani

L’Ilva chiude: la lunghissima lotta tra lavoro e salute ha visto trionfare la salute. In quanto più importante del lavoro e della produzione. È quanto ha stabilito la corte d’appello di Milano che ha respinto la richiesta di sospensiva della sentenza con cui altra sezione della stessa corte aveva imposto la chiusura dell’area a caldo entro il 28 ottobre, avanzata da Acciaierie d’Italia e Ilva in Amministrazione straordinaria.

Vi sono due elementi fondamentali nella decisione della corte: il primo è che la salute ha il sopravvento sia sul danno economico irreparabile dell’azienda, sia sulla perdita dei posti di lavoro; il secondo è che l’azienda (leggi: il governo) ha avuto a disposizione molti anni per realizzare gli interventi necessari ad ambientalizzare lo stabilimento e non l’ha fatto. Per cui non si può affermare che la situazione attuale sia “inattesa e imprevedibile”, perché era prevedibile e trascurata.

Secondo i giudici, il bilanciamento tra i contrapposti interessi costituzionali non può che far propendere a favore delle ragioni di tutela della salute: “nel conflitto fra il diritto all’esercizio dell’attività di impresa e quello dei cittadini alla salute e al rispetto dei limiti di tollerabilità delle immissioni a cui sono assoggettati, non può che prevalere quest’ultimo”.

Un orientamento, quello confermato dalla corte d’appello di Milano, che fa tabula rasa di decine di ricorsi, provvedimenti, sentenze, sospensive, decreti che si sono susseguiti sul filo del cosiddetto “ricatto occupazionale”, di fronte a cui tutti i governi o quasi, a cominciare dalla meta degli anni Novanta, cioè dalla cessione “agevolata” a Riva, non hanno fatto altro che rinviare colpevolmente. E che rende ormai inutile anche il ricorso alla Corte di cassazione.

Giorgia Meloni si è limitata a commentare: “Lavoriamo con il materiale che abbiamo e con decisioni che non dipendono da noi. Però sicuramente continuiamo a fare del nostro meglio, c’era un tavolo già aperto che verrà riconvocato, presumo, immediatamente per andare avanti a capire”.

I sindacati chiedono al governo di rispondere alle richieste contenute nel piano nazionale straordinario di messa in sicurezza sociale e di rilancio dell’ex Ilva e convochi immediatamente il tavolo permanente a Palazzo Chigi”. Fim, Fiom e Uilm affermano: “I lavoratori pretendono risposte e il sistema manifatturiero attende di conoscere il destino della produzione di acciaio nel nostro Paese – hanno spiegato -. Non accetteremo passivamente un piano che risolva con anni di cassa integrazione e licenziamenti già annunciati. Bisogna evitare l’esplosione della bomba sociale con interventi ordinari e straordinari”.

Si apre oggi un fronte inedito che porrà, giorno per giorno, questioni urgenti e drammatiche. A cominciare, ad esempio, dai lavoratori dell’indotto, per i quali il licenziamento era stato sospeso in attesa della pronuncia del tribunale. Cosa accadrà adesso? Avrà il governo la voglia e la forza di implementare un processo di diversificazione alla vigilia di una campagna elettorale che si preannuncia già molto complicata e litigiosa?

Come limitare già nell’immediato i danni economici che inevitabilmente si ritorceranno sull’intera comunità?

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