La contabilità impossibile del perdono
Pietro prova quasi a mettere il perdono in colonna: quante volte bisogna concederlo prima di poter dire che il conto è chiuso? «Fino a sette volte?». La sua proposta è tutt’altro che avara: il sette richiama la pienezza e lascia intravedere una disponibilità già sorprendente. Gesù, però, risponde con una cifra che rende inutile continuare a contare: «Non ti dico fino a sette volte, ma fino a settanta volte sette». Non gli propone semplicemente una misura più generosa. Gli chiede di uscire dalla logica della misura.
Quel numero porta con sé una memoria antica. Nel canto di Lamech la sproporzione serviva a moltiplicare la vendetta: «Sette volte sarà vendicato Caino, ma Lamech settantasette» (Gen 4,24). Gesù riprende quella misura smisurata e ne cambia radicalmente il segno. Là dove la violenza pretendeva di non avere confini, ora è la misericordia a sottrarsi al calcolo. Il male tende infatti a riprodursi: un’offesa ne genera un’altra e il passato continua così a reclamare il proprio risarcimento.
La parabola traduce questa provocazione nel linguaggio dei conti. Un re decide di regolare le pendenze con i propri servi e davanti a lui compare un uomo che gli deve diecimila talenti, una somma volutamente smisurata, praticamente impossibile da restituire. Il debitore si getta ai suoi piedi e promette: «Abbi pazienza con me e ti restituirò ogni cosa». Ma chiede tempo per compiere ciò che nessun tempo potrebbe consentirgli.
Ed è allora che accade l’imprevisto. Il padrone non concede una dilazione: cancella tutto. Matteo descrive la sua reazione con splagchnízomai, il verbo della compassione profonda, quasi viscerale, che nel Vangelo accompagna più volte lo sguardo di Gesù davanti alla sofferenza. Il re avrebbe potuto esigere ciò che gli spettava; sceglie invece di restituire al servo una libertà ormai insperata. La misericordia non modifica le condizioni del debito: va oltre.
Subito dopo, però, quell’uomo incontra un compagno che gli deve cento denari, una cifra minima se confrontata con quella appena condonata. E colui che pochi istanti prima era inginocchiato davanti al re ora afferra il proprio debitore per il collo: «Restituisci quello che devi».
Le parole che ascolta sono quasi identiche a quelle che egli stesso aveva pronunciato: «Abbi pazienza con me e ti restituirò». Eppure non sembrano risvegliare alcuna memoria. È forse questo il punto più inquietante della parabola: si può essere raggiunti dalla misericordia senza aver ancora imparato a essere misericordiosi. Il servo è uscito libero, ma continua a pensare secondo il vecchio criterio del dare e dell’avere.
Potremmo immaginare un libro mastro sul quale il re ha tracciato una linea definitiva sopra una cifra impossibile da saldare, mentre il servo continua a custodire con precisione quello dei piccoli debiti altrui. Anche noi conserviamo talvolta parole, umiliazioni, promesse disattese con una memoria sorprendentemente esatta. Il conto sembra chiuso, ma basta poco perché torni alla luce.
Gesù sposta così la domanda di Pietro. Non soltanto: «Quante volte devo perdonare?», ma: che cosa ha prodotto in me il perdono che ho ricevuto? Il re lo domanda esplicitamente al servo: «Non dovevi anche tu aver pietà del tuo compagno, così come io ho avuto pietà di te?». Non gli viene chiesto qualcosa che non conosce, ma di lasciare passare attraverso di sé ciò che per primo gli è stato donato.
È la stessa logica che attraversa il Padre nostro: «Rimetti a noi i nostri debiti come anche noi li rimettiamo ai nostri debitori». Anche la Mishnà (una delle principali raccolte della tradizione rabbinica ebraica), parlando dello Yom Kippur (il giorno ebraico dell’espiazione e del perdono), distingue tra le colpe commesse contro Dio e quelle commesse contro un’altra persona. Per queste ultime non basta rivolgersi a Dio: occorre anche cercare la riconciliazione con chi è stato ferito. La relazione con Dio, dunque, non può essere separata da quella con il fratello.
Matteo, però, pone prima di tutto l’accento sulla misericordia ricevuta. Il cristiano non perdona perché si ritiene migliore, ma perché sa di vivere egli stesso di un dono che non avrebbe potuto procurarsi. Il problema del servo non consiste soltanto nell’aver infranto una regola: ha dimenticato ciò che gli è appena accaduto.
Questo non significa negare il male. Perdonare non equivale a cancellare le responsabilità o a ricostruire automaticamente una fiducia spezzata. E quando l’ingiustizia colpisce un’altra persona, soprattutto qualcuno di cui siamo responsabili, la misericordia non può diventare un pretesto per tacere. La parabola lo mostra: gli altri servi assistono alla violenza, ne sono profondamente addolorati e riferiscono l’accaduto al re. Il perdono non elimina la giustizia; impedisce piuttosto che essa degeneri in vendetta.
Ed è qui che il «settanta volte sette» acquista una profondità ulteriore. La vendetta tende a rendere il passato continuamente presente: riapre la ferita e permette a ciò che è stato di occupare anche ciò che ancora non è. Il perdono non cancella la memoria, ma le impedisce di diventare una prigione. Ciò che è accaduto rimane parte della nostra storia, senza ottenere il diritto di scriverne tutte le pagine successive.
Non è, dunque, un invito ingenuo a dimenticare né a sopportare indefinitamente qualsiasi comportamento. È la possibilità di sottrarre il futuro alla ripetizione del male.
Rimane però un paradosso: il perdono può essere offerto e non cambiare chi lo riceve. Il gesto del re non rende automaticamente misericordioso il servo. È qui che il perdono cristiano porta impressa qualcosa della croce: possiede la forza di interrompere il ritorno del male e, nello stesso tempo, rinuncia a costringere la libertà dell’altro.
Cristo mostra fino in fondo questa gratuità. Sulla croce l’amore non attende la reciprocità per continuare ad amare. Il perdono appare così nella sua paradossale potenza: apre una possibilità nuova senza poter imporre che venga accolta.
Forse per questo Gesù conclude chiedendo di perdonare «di cuore». Nel linguaggio biblico il cuore è il centro della persona, il luogo nel quale maturano le decisioni. Perdonare dal cuore non significa provare improvvisamente affetto verso chi ci ha ferito, ma non permettere che quella ferita diventi il principio stabile dal quale continueremo a guardare l’altro, noi stessi e il futuro.
Quali conti conserviamo ancora aperti? Quali colpe diciamo di aver lasciato alle spalle, ma continuiamo interiormente a riscuotere? E quanto la misericordia che chiediamo a Dio ha davvero cambiato il nostro modo di stare davanti alle mancanze degli altri?
Forse il «settanta volte sette» comincia proprio quando smettiamo di ricordare quante volte abbiamo già perdonato e torniamo a ricordare quanto abbiamo ricevuto. Perché il Vangelo non ci consegna una contabilità più indulgente: ci invita a non lasciare che il cuore diventi, per sempre, un libro dei conti.
* referente della comunicazione Gris (Taranto)




