Viaggio apostolico

Leone XIV in Francia, tre parole per l’uomo: senso, fragilità, incontro

ph Vatican media-Sir
29 Set 2026

di Giada Di Reda

Ci sono viaggi che possono essere raccontati attraverso i luoghi attraversati e altri che, forse, possono essere riletti attraverso le parole che lasciano. Del viaggio apostolico di Leone XIV in Francia, dal 25 al 28 settembre, ne rimangono soprattutto tre: senso, fragilità, incontro.

Ancora una volta emerge, attraverso le azioni del Pontefice, quell’intento già manifestato nei primi giorni del suo pontificato e nei suoi primi discorsi. “Disarmiamo le parole e contribuiremo a disarmare la Terra”, diceva Leone in occasione dell’udienza con circa tremila operatori dei media e giornalisti di tutto il mondo, riuniti nell’aula Paolo VI in Vaticano.

Tre parole che sembrano semplici, quasi ordinarie, ma che acquistano un significato particolare nel nostro tempo, segnato dalla velocità della comunicazione, dalle contrapposizioni e da una crescente difficoltà a riconoscersi nell’altro.

La prima è senso.

Il tema emerge in occasione della tappa parigina del viaggio di Leone XIV, nella sede dell’Organizzazione delle Nazioni Unite per l’Educazione, la Scienza e la Cultura (Unesco), dove il Pontefice pone al centro una delle domande più antiche e, insieme, più attuali: “che cosa significa essere umani?”. Un interrogativo che assume una risonanza particolare nel tempo dell’intelligenza artificiale e di tecnologie capaci di moltiplicare le possibilità di comunicare, conoscere e connettersi.

Il Papa ricorda che la comunicazione, pur essendo diventata più rapida grazie agli strumenti offerti dalla tecnologia, non è “necessariamente più veritiera” e che l’abbondanza dell’informazione non sempre coincide con la sapienza. Le possibilità offerte dalla tecnica continuano infatti a lasciare aperte le domande fondamentali dell’esistenza: «gli esseri umani non possono vivere senza senso. Il senso è l’ossigeno della mente».

Una riflessione che assume una dimensione ancora più concreta il giorno successivo, davanti alla folla riunita a Parigi per la celebrazione eucaristica tenutasi a Place de la Concorde. Circa 800 mila persone in una società ampiamente secolarizzata: un’immagine che sarebbe semplicistico interpretare soltanto come il segno di un improvviso ritorno alla pratica religiosa, ma che certamente interroga tutti noi su ciò di cui l’uomo oggi necessita.

È stato lo stesso Leone XIV, davanti a quella moltitudine, a domandare: “Cosa cerchiamo veramente nella vita?”. Qui il senso diventa desiderio, ricerca, “sete di senso, di verità e di compimento” che appartiene intimamente all’essere umano e che le soddisfazioni immediate non riescono definitivamente a colmare.

“Avete sete di Dio, di vita, di verità, di unità, di pace, di comunione, di felicità”, ha detto il Papa. Sarebbe azzardato pensare che tutti coloro che erano presenti condividessero la stessa fede, le medesime convinzioni o persino le stesse ragioni per essere lì. Eppure, quella moltitudine sembra rendere visibile almeno una cosa: la domanda dell’uomo non è scomparsa. E soprattutto c’è un bisogno intimo, forse celato, ma nei fatti visibile, di parole gentili, di ponti o semplicemente di umanità.

La seconda parola è fragilità.

A Lourdes il viaggio cambia scenario. Nel luogo che accoglie malati e pellegrini provenienti da ogni parte del mondo, Leone XIV riporta al centro la persona proprio quando la sua esistenza è attraversata dal limite e dalla sofferenza.

Rimane particolarmente intensa l’immagine del Pontefice inginocchiato davanti alla Grotta di Massabielle, raccolto in preghiera dinanzi alla Vergine di Lourdes. Nel tempo del rumore, un momento di silenzio: quasi a ricordare che anche il raccoglimento, quando è autentico, può diventare una forma potente di comunicazione.

“Qui la fragilità non viene nascosta, ma diventa luogo di un incontro sacro”, afferma il Pontefice rivolgendosi agli ammalati e a quanti quotidianamente se ne prendono cura. Nell’omelia ricorda inoltre che nell’amore di Dio “nessuna fragilità viene respinta”.

La fragilità non diminuisce il valore della persona e la dipendenza dall’altro non ne sottrae dignità. Al contrario, ricorda qualcosa che una società fondata sull’efficienza e sulla prestazione rischia facilmente di dimenticare: nessuno è davvero autosufficiente.

Infine, incontro.

Non è casuale che l’ultima tappa conduca a Metz, città di confine segnata nella sua storia da conflitti, annessioni e divisioni e, proprio per questo, luogo emblematico per parlare di pace e di unità.

Nell’incontro interreligioso con i rappresentanti delle diverse fedi, Leone XIV torna sulla possibilità di incontrarsi senza che le differenze debbano necessariamente trasformarsi in contrapposizione. L’incontro viene descritto come una vera e propria «arte», che nasce dalla capacità di riconoscere “l’altro come una promessa, non come una minaccia”.

In un tempo nel quale la diversità viene spesso percepita come qualcosa da cui difendersi e il confronto rischia facilmente di trasformarsi in scontro, Metz diventa così quasi il punto di arrivo simbolico dell’intero cammino: una città un tempo contesa tra popoli diversi diventa oggi il luogo dal quale riscoprire la possibilità di costruire ponti.

Emerge, in queste parole, anche la profonda formazione agostiniana di Leone XIV. Il cristianesimo ha contribuito in maniera decisiva a porre al centro della riflessione sull’uomo temi come la persona, la libertà, la coscienza e l’interiorità, che in Agostino assumono una profondità del tutto particolare. Il suo è l’uomo inquieto, che cerca, interroga se stesso e non smette di domandarsi quale sia il senso della propria esistenza. “Ci hai fatti per te e inquieto è il nostro cuore finché non riposa in te”, scrive Agostino nelle Confessioni. Nelle domande poste da Leone XIV sembra riaffiorare qualcosa di questa inquietudine: dalla domanda “che cosa significa essere umani?” alla “sete di senso” che abita il cuore dell’uomo, emerge una sensibilità profondamente agostiniana, che riconosce nella ricerca e nell’interiorità due dimensioni essenziali dell’esperienza umana.

Senso, fragilità, incontro. Tre parole che permettono di rileggere non soltanto le tappe di un viaggio apostolico, ma anche alcune delle domande che attraversano il nostro presente.

La ricerca di senso ricorda che, nonostante la moltiplicazione degli strumenti a nostra disposizione, rimane intatta la necessità di comprendere la nostra esistenza. La fragilità mostra che avere bisogno dell’altro non diminuisce la dignità della persona. L’incontro, infine, indica la possibilità di vivere la differenza senza trasformarla necessariamente in contrapposizione.

Tre parole diverse, unite forse da uno stesso stile: quello di una parola mite che non cerca di imporsi sull’altro per essere ascoltata. Una mitezza che non coincide con la debolezza, ma può diventare una forma diversa di forza.

E, forse, anche un invito a guardare il nostro tempo con uno sguardo diverso, continuando, come ha ricordato Leone XIV, a “perseverare nella speranza che il bene è sempre possibile”.

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