Presto la pubblicazione delle fonti più antiche su san Cataldo ritrovate dallo storico Lucio Pierri
È in corso di stampa presso la Scorpione Editrice di Taranto il secondo volume dei documenti antichi riguardanti San Cataldo: gli Acta Veneranda Sancti Catadi del Berlengerio, Vol. VI bis della collana di Studi storici ed archeologici della Associazione Amici del Castello aragonese di Taranto, pubblicato congiuntamente alla curia arcivescovile di Taranto. Con il reperimento di questo codice, custodito presso la Biblioteca Capitolare di Vercelli, sinora inedito, scritto da un miles tarantino, intorno al 1151, si può considerare conclusa la ricerca dei documenti antichi riguardanti la figura di San Cataldo, portata avanti dallo storico Lucio Pierri presidente della stessa Associazione Amici del Castello aragonese. La ricerca, che è stata resa possibile grazie al sostegno e all’incoraggiamento dell’arcivescovo monsignor Ciro Miniero e della redazione di “Nuovo Dialogo” diretta da monsignor Emanuele Ferro, spazia in un arco temporale che va dal 1150 al 1555.
In prefazione a quest’ultima pubblicazione Pierri riporta alcune riflessioni, tra smentite, conferme e nuove acquisizioni, che possono essere tratte al termine dell’intero lavoro, in sintesi così possono essere riassunte:
– L’attuale cattedrale sorge sulla prima cattedrale intitolata a Santa Maria. Il corpo del santo venne ritrovato dall’arcivescovo Drogone nel cemeterium di quella chiesa, scavando le fondamenta della nuova cattedrale che, ampliandosi, andava ad inglobare il cimitero della precedente chiesa.
– Il corpo ritrovato nel rifacimento della chiesa è di Cataldo, probabilmente vescovo per aver avuto l’onore di essere seppellito con una crocetta aurea. La scritta incisa al recto della crocetta CATALDUS è autentica, non una aggiunta posteriore. Prova ne è il fatto che il Berlengerius inserisce il ritrovamento della crocetta con la scritta Cataldus tra i fatti da lui accertati da documenti scritti. Se teniamo presente che il corpo venne ritrovato, secondo la tradizione, nel 1071, e il Berlengerius scriveva a pochi anni di distanza nel 1151, possiamo considerare quei documenti, nei quali si riportava il rinvenimento della crocetta con la scritta CATALDUS, coevi agli avvenimenti.
– Nel 1151, nella traslazione delle ossa dal soccorpo nella teca argentea posta sull’altare maggiore, parte delle stesse ossa venne lasciata in loco all’interno della tomba marmorea. Visite e pellegrinaggi continuarono per un certo tempo ad effettuarsi nella cripta in quel primo luogo di sepoltura.
– A quella data, Taranto era sede arcivescovile e vi erano due vescovi suffraganei a Mottola e Castellaneta. Di Castellaneta abbiamo anche il nome del vescovo, Leone, che prese parte insieme al vescovo di Mottola alla traslazione del 1151.
– La leggenda delle origini irlandesi del santo circolava già a quel tempo, anche in forma scritta, prova ne è un codice originale tarantino risalente a quella epoca, circa 1150, custodito presso la Ambrosiana di Milano (Ms. C 122 inf. 155r-155v) , che narra minutamente la storia irlandese del santo, dal miracolo della nascita con la resurrezione della madre morta di parto alla fondazione di un arcivescovato. L’argomento doveva già essere oggetto di dibattito cittadino, Il Berlengerius che scrive negli stessi anni, non avendo documenti di riscontro, non avalla quella narrazione dal sapore popolare, dichiarandosi scettico su tutti i tentativi di indagare la provenienza del santo, il luogo di nascita, i genitori. Viceversa le narrazioni contenute nel legendari del secolo XIV la recepiscono riportando testualmente quanto già descritto nel primitivo documento tarantino, senza chiarire come è perché il santo si ritrovasse a Taranto. Il primo a ricucire le due storie, quella irlandese e il ritrovamento del corpo a Taranto, è il De Algeritiis nel suo Officium di san Cataldo pubblicato nel 1555, dove narra minutamente le vicende dei viaggi del santo in Terra santa, l’arrivo a Taranto e l’episcopato tarantino. Probabilmente il De Algeritiis, che aveva davanti a sé copia dei due codici tarantini, doveva aver avuto a disposizione altri documenti conservati dalla Chiesa di Taranto che non sono a noi pervenuti.
– È da rigettare la narrazione del Sermo de inventione corporis sancti Kataldi, del quale possediamo una copia del 1174, proveniente dal monastero di san Severino a Napoli: dove si descrive il ritrovamento del corpo di san Cataldo da parte di Agilulfo, preposto di una chiesetta di campagna, il contrasto tra cittadini e vescovo sul luogo dove ricoverare il santo, la prima traslazione nella Chiesa di san Biagio e il successivo trasferimento in una chiesa appositamente costruita. Da rigettare non perché falsa, ma perché riferita con tutta evidenza ad altro luogo e altre vicende, non a Taranto, ma a Tarano, cittadina in provincia di Rieti, per una confusione di nomi tra Taranto e Tarano.



