Emergenze sociali

Ilva: durissimo giudizio contro i Riva e sodali nella motivazioni della sentenza di condanna

29 Nov 2022

di Silvano Trevisani

“Una gestione della fabbrica disastrosa” è quella che hanno portato avanti i Riva con i loro sodali ed è quella che ha indotto i giudici della corte d’assise di Taranto a emettere, il 31 maggio 2021, un verdetto di condanna molto pesante: 270 anni per 26 imputati al processo “Ambiente svenduto”. Ci sono voluti ben 18 mesi per scrivere la motivazione della sentenza, che si spiegano però con le 3.700 pagine che i giudici hanno depositato per motivare come e perché i comportamenti degli imputati fossero da considerarsi decisamente illeciti e perché meritassero condanne così pesanti che arrivavano, come si ricorderà, ai 22 anni di Fabio Riva e ai 20 del fratello Nicola, che rispondevano in concorso di “associazione per delinquere finalizzata al disastro ambientale, avvelenamento di sostanze alimentari, omissione dolosa di cautele sui luoghi di lavoro”.

La condotta che i giudici definiscono “disastrosa” avrebbe messo “in pericolo concreto la vita e la integrità fisica dei lavoratori dello stesso stabilimento, la vita e l’integrità fisica degli abitanti del quartiere Tamburi” e quella “dei cittadini di Taranto”. Il provvedimento, diviso in 15 capitoli e filoni d’indagine, ripercorre la storia dell’inchiesta e del processo di primo grado concluso con le condanne di dirigenti della fabbrica, manager e politici, tra i quali l’ex presidente della Regione Puglia, Nichi Vendola e l’ex presidente della Provincia, Gianni Florido, condannati rispettivamente a tre anni e mezzo e tre anni di reclusione. I giudici hanno anche disposto la confisca degli impianti dell’area a caldo e quella, per equivalente, dell’illecito profitto nei confronti delle tre società Ilva spa, Riva Fire e Riva forni elettrici, per 2,1 miliardi. Tra le condanne più pesanti inflitte dalla corte d’assise: 21 anni e 6 mesi all’ex responsabile delle relazioni istituzionali Girolamo Archinì, 21 anni all’ex direttore dello stabilimento di Taranto Luigi Capogrosso.
Nelle motivazioni della sentenza si evidenziano inoltre i “danni alla vita e all’integrità fisica che, purtroppo, in molti casi si sono concretizzati: dagli omicidi colposi, alla mortalità’ interna ed esterna per tumori, alla presenza di diossina nel latte materno. Modalità gestionali che sono andate molto oltre quelle meramente industriali, coinvolgendo a vari livelli tutte le autorità, locali e non, investite di poteri autorizzatori e/o di controllo nei confronti dello stabilimento stesso”. La frase pronunciata da Fabio Riva “due tumori in più all’anno…una min…ata”, intercettata durante una conversazione telefonica del giugno 2010, secondo la corte “riassume meglio di ogni altro elemento di prova la volontarietà della condotta delittuosa posta in essere dagli imputati, e anzi la consapevolezza degli effetti dell’inquinamento sulla salute della popolazione tarantina”. I giudici parlano anche di “connivenze che a vari livelli sono emerse e solo in parte risultano giudizialmente accertate”. Per i giudici, “con questo processo si è potuta cogliere una visione unitaria della gestione illecita dello stabilimento da parte della proprietà, dei vertici aziendali e dei responsabili delle varie aree e dei reparti che compongono questa realtà industriale di enormi proporzioni, nonché dei soggetti estranei che a vario titolo vi hanno concorso”. Il bilancio per la Corte “è agghiacciante”.

Ora i difensori degli imputati avranno 4 giorni per presentare appello contro la sentenza.

Il deposito delle motivazioni della sentenza di “Ambiente svenduto” arriva in un momento molto complicato per l’azienda, ora Acciaierie d’Italia, che si sta distinguendo per comportamenti estremi nei confronti delle aziende dell’indotto, che in questi giorni stanno facendo massiccia richiesta di cassa integrazione per i propri dipendenti espulsi dal ciclo produttivo, e dei lavoratori diretti, per i quali l’utilizzo della cassa è andata aumentando, anche se è stata riavviata l’acciaieria uno. Sindacati e politici, compresi membri del governo, ormai si orientano a chiedere, a monte della statalizzazione (o almeno della preannunciata acquisizione della maggioranza), l’allontanamento di Mittal dalla compagine societaria.

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