Ecclesia

Giubileo degli imprenditori: “Promuovere un modello etico sensibile al bene della collettività”

A parlare è Michele Casali, amministratore delegato del gruppo editoriale Eli

05 Mag 2025

di Francesca Cipolloni

Quarantasette anni, sposato e padre di tre figli, una laurea in Economia all’Università Politecnica delle Marche, un master all’Istao ed un Executive Mba al Sole 24 ore – Altis Cattolica di Milano, Michele Casali è amministratore delegato del gruppo editoriale Eli (https://www.gruppoeli.it/), composto da diverse e storiche case editrici acquisite nel tempo. Una realtà industriale, con sede a Loreto (An), fiore all’occhiello del territorio marchigiano e particolarmente apprezzata in tutta Italia, specializzata nell’editoria scolastica – è l’unico editore italiano che esporta testi di didattica all’estero – e leader nell’insegnamento della scuola primaria. Oltre 1,5 milioni di bambini ogni anno studiano sui libri di questo marchio nato per volere e intuizione di don Lamberto Pigini, sacerdote recanatese venuto a mancare nel 2021, illuminato da un vero e proprio genius loci: “Occorre avere sempre qualcosa di unico e di originale da offrire e da rinnovare nel tempo, il cosiddetto plus. Ma per ottenerlo sono necessarie ricerca e formazione, nel pieno convincimento che si tratta di qualcosa di essenziale per la vita dell’azienda. Senza ricerca e senza innovazione non c’è futuro”. Oggi Casali, che ricopre anche la carica di vicepresidente di Confindustria Ancona, prosegue l’opera avviata da don Pigini, con lo stesso ‘sguardo’ proteso verso un’etica imprenditoriale che va oltre il mero profitto aziendale e si fa custode di valori morali imprescindibili.

Casali, il mondo dell’imprenditoria si appresta a vivere il proprio Giubileo e lo fa nella memoria di papa Francesco, che il 12 settembre 2022, ai partecipanti all’assemblea pubblica di Confindustria ebbe a dire: “L’imprenditore stesso è un lavoratore. Non vive di rendita, vive di lavoro. Il buon imprenditore conosce i lavoratori perché conosce il lavoro e molti sono imprenditori artigiani, che condividono la stessa fatica e bellezza quotidiana dei dipendenti”. Si riconosce in questo identikit?
Assolutamente sì. Questa descrizione dell’imprenditore-lavoratore è, inoltre, particolarmente vera e reale in Italia, e nelle Marche ancor di più.
Le piccole e medie imprese, spina dorsale dell’economia nazionale e della mia regione, sono spesso guidate da imprenditori che guidano con l’esempio e l’operatività quotidiana. Ma, al tempo stesso, sono convinto che il fare non può diventare un limite; l’impegno nell’agire non deve sottrarre troppo tempo e risorse dal fare strategia e prendere decisioni sul percorso da far fare alla propria azienda. Utilizzando una metafora sportiva, la sfida più grande che un imprenditore, specie di aziende di dimensioni non enormi, è quella di giocare ed allenare allo stesso tempo. Saper fare è una condizione necessaria ma non sufficiente per essere in grado di far fare: la delega richiede competenza, fiducia, accettazione dell’errore come parte di un processo di crescita ed apprendimento. Di certo, l’aver condiviso il lavoro conferisce all’imprenditore una certa autorevolezza che produce, nei confronti dei propri collaboratori, un effetto motivante molto migliore della semplice autorità derivante da un titolo.

Don Lamberto in vita affermò: “Io non ho lavorato per me ma per garantire salario e occupazione ai miei dipendenti”. Lei ha assunto una grandissima responsabilità nel passaggio di testimone alla guida di un’azienda con 100 dipendenti, che ha saputo fronteggiare con coraggio anche la delicata fase della pandemia. Cosa significa far quadrare bilanci senza smarrire, però, il “capitale umano” che ogni lavoratore rappresenta?
Far tornare i numeri cercando di tutelare il “capitale” umano non è affatto semplice, soprattutto quando, nella già complessa dinamica industriale che il settore dell’editoria scolastica ha entrano fattori esterni come appunto la pandemia, o il caro materie prima derivante dalle guerre.
Pensiamo, inoltre, al costante calo demografico che riduce ogni anno il numero degli studenti e, conseguentemente, il mercato di chi produce libri per la scuola. Credo, tuttavia, che il miglior modo per preservare la dimensione umana nel contesto lavorativo sia quello di ricercare efficacia ed efficienza, agendo con equità e meritocrazia.
Efficacia ed efficienza permettono di conservare produttività, anche in periodi turbolenti, ricordando che alla fine è la capacità che singoli e organizzazioni hanno di adattarsi al cambiamento a permettere la sopravvivenza. Equità e meritocrazia, appunto: un binomio che deve essere sempre applicato dall’imprenditore, per creare delle strutture in cui ci sia motivazione ed incentivo a fare del proprio meglio e, di conseguenza, proteggere la “salute” dell’azienda e il posto di lavoro.

 Sappiamo quanto il pontificato di Bergoglio abbia promosso il ruolo della donna anche nelle posizioni di vertice. Tuttavia, in Italia non si è ancora superato il gap delle madri lavoratrici spesso costrette a scegliere tra carriera e famiglia…
È un tema molto delicato, e ne parlo lavorando in un azienda e in settore in cui, soprattutto in certi ambiti, molti ruoli apicali sono ricoperti da donne. È, a mio avviso, una questione che va affrontata non tanto o non solo per decreti, ossia istituendo delle ‘quote’, ma lavorando sulla cultura, sulla percezione che ancora a volte è condizionante. Come gruppo editoriale, da alcuni anni abbiamo avviato un progetto, insieme all’Università di Macerata, denominato EquiLibri, che mira a mappare gli stereotipi di genere nei libri di testo, e a elaborare delle linee guida per evitarli, al fine di proporre degli strumenti didattici che favoriscano la diffusione di una cultura di pari opportunità. Credo anche che sia giunto il tempo di elaborare degli strumenti legislativi che favoriscano ed incentivino le aziende nella gestione del periodo post maternità delle collaboratrici, in modo che essere madre non diventi un ostacolo alla carriera.

Globalizzazione no limits, capitalismo spietato, logica del guadagno ad ogni costo. In base alla sua esperienza, in che misura si può proporre un modello di etica che pone al centro il vero bene comune?
Credo che alla fine la differenza la facciano le persone, i leader, ma anche le norme.
Per promuovere un modello etico sensibile al bene della collettività servono imprenditori che possiedano queste sensibilità, ma anche norme che incentivino comportamenti virtuosi.
L’attenzione crescente che si dovrebbe porre su report e bilanci sociali (reali e non fatti solo per placare le coscienze), ma soprattutto sulle società Benefit è uno dei passaggi fondamentali per promuovere dei modelli positivi in cui il profitto individuale e privato – che non va assolutamente demonizzato se ottenuto con correttezza, perché è condizione indispensabile per la crescita non solo della singola azienda ma del sistema Paese – si coniuga con quello sociale e collettivo.

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