Editoriale

Se i mezzi sono il fine in costruzione …

Foto dal sito avvenire.it
10 Lug 2023

di Emanuele Carrieri

Le polemiche provocate dalla decisione degli Stati Uniti di dotare di bombe a grappolo le forze armate dell’Ucraina rivelano, ma non del tutto, l’opportunità di sciogliere un ormai millenario quesito: “Il fine giustifica i mezzi?” Nonostante si tenti di offrire una giustificazione convincente alla scelta della Casa Bianca di mandare all’esercito di Zelensky delle armi dall’impatto devastante sulla popolazione civile, la domanda di fondo rimane soltanto una: quale prezzo si è disposti a pagare e far pagare per provare a vincere questa guerra? Proprio la Casa Bianca ha già dato la sua risposta, o meglio, la sua versione. Né gli Stati Uniti, né la Federazione Russa, né l’Ucraina, hanno mai ratificato la Convenzione internazionale sulle bombe a grappolo del 2008: in tutto il mondo, sono 111 gli stati che hanno detto alt all’uso di queste armi letali. Bombe sganciate da aerei oppure lanciate da sistemi di artiglieria che, dopo una prima detonazione, rilasciano in un’area, più o meno ampia, centinaia di piccole munizioni pronte a esplodere all’impatto con il terreno o con costruzioni, che essi siano militari o civili. Una parte di esse rimane, però, intatta, trasformando l’area in un campo cosparso di ordigni pronti a uccidere o mutilare uomini, donne, bimbi e vecchi, anche in futuro. Davvero si possono definire delle bombe “democratiche”: non fanno distinzione alcuna, fra russi e ucraini, fra militari e non, fra mercenari e non, fra strade e trincee, fra basi militari o semplici condomini, fra blindati o vetture. Colpiscono, colpiscono e basta, con chirurgica precisione, qualsiasi cosa si trovi nel loro raggio di azione. Quanto la decisione degli Stati Uniti sia estrema lo testimoniano le reazioni degli alleati europei. La Spagna si è detta contraria, così come Francia e Germania, e anche la Gran Bretagna, uno dei falchi pro- Zelensky, si è opposta. L’Italia, invece, per bocca del suo ministro della Difesa, Guido Crosetto, ha ricordato di aver aderito alla Convenzione, ma ha evidenziato che la Russia quelle bombe le usa già. “La Russia quelle bombe le usa già”. È proprio questo il pretesto, il cavillo di chi giustifica la decisione di Washington: occhio per occhio, dente per dente. È vero, la Russia è un Paese dominato da un despota che non si è fatto neanche uno scrupolo a bombardare, con ogni espediente, la popolazione della indipendente Repubblica ucraina, anche con le bombe a grappolo. Ma c’è di più: lo ha già fatto in Siria, al fianco di un suo pari, Bashar al-Assad, per mantenere in piedi un crudele regime. Le immagini le abbiamo viste tutte: palazzi sventrati e intere famiglie travolte dalle esplosioni. La domanda centrale è proprio in questi parallelismi: ma vogliamo stare sullo stesso piano di Putin e su quello di Assad? Ma davvero vogliamo essere come loro? I paesi del blocco occidentale, del blocco atlantico, dell’Europa, della Nato, che si sono fregiati del titolo di esportatori della democrazia, vogliono guerreggiare con le stesse armi delle più sanguinarie dittature del mondo? Per davvero è necessario scendere al livello di Putin per respingerlo? Se usasse armi chimiche? Se usasse armi batteriologiche? E se sganciasse un ordigno nucleare tattico? Risponderemmo nello stesso, medesimo modo? Situazioni come queste mettono i paesi come il nostro, che si reputano roccheforti del rispetto dei diritti umani, di fronte a una reale scelta esistenziale. Scegliere se rimanere almeno uno scalino al di sopra dei peggiori regimi o calarci e rotolarci nel fango, al loro livello, in una discesa che potrebbe diventare senza ritorno. Vista e considerata l’aria che tira, da Washington hanno precisato: “Kiev ha garantito che non userà bombe a grappolo in aree civili”. Anche se fosse, quelle aree, una volta finito il conflitto, rimarranno comunque infestate di ordigni pronti a esplodere. Ed è bene ricordare che Kiev ha già disatteso in passato i diktat di Washington: basta ricordare le diverse reprimende ricevute dopo gli attacchi oltre il confine russo o le incursioni in territorio della Federazione per compiere omicidi mirati. La verità è che, dal momento in cui si cede un’arma, si perde il controllo su di essa, sul suo utilizzo e su chi la maneggerà. Tutto il blocco occidentale, atlantico, europeo si autodescrive spesso come il miglior posto al mondo dove vivere. È proprio vero: non vivono in noi le paure di subire ritorsioni quando andiamo alle urne, le nostre libertà religiose, sessuali, di espressione sono rispettate. Non ci sono timori di colpi di stato o di dittature militari o il pugno di ferro delle teocrazie. Ma questo sembra non valere se si tratta di diritti umani al di fuori dei nostri confini. Lo dimostrano la provetta con un po’ di polvere bianca per invadere l’Iraq, le bombe al fosforo bianco al fine di soffocare la resistenza a Fallujah, le bombe all’uranio impoverito durante i conflitti nei Balcani, i centri di detenzione di Abu Ghraib e di Guantanamo e, infine, le bombe a grappolo a Kiev: in questi casi, secondo loro, il fine giustifica i mezzi. Non sanno loro che Mahatma Gandhi ha cambiato le regole del gioco dicendo: “I mezzi non sono altro che il fine in costruzione”.

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