Dal grembo di Maria al cuore della Chiesa
In questi giorni abbiamo inaugurato l’anno solare ponendo al centro Maria, Madre di Dio. Se, da un lato, nei secoli il rapporto tra Cristo e la Chiesa è stato riconosciuto come una certezza teologica irrinunciabile, dall’altro non è altrettanto scontato il legame che intercorre tra Maria e la Chiesa stessa. Eppure, questo rapporto appartiene al cuore della rivelazione cristiana.
Il tema è stato affrontato con particolare profondità da Benedetto XVI, il quale, in uno dei suoi scritti, si interrogava se Maria possa essere realmente Madre della Chiesa solo perché, in precedenza, è stata Madre del Signore. La domanda non è marginale: essa tocca il modo stesso in cui comprendiamo la Chiesa, la sua origine e la sua natura più profonda.
Occorre anzitutto chiarire che cosa intendiamo per Chiesa. In prospettiva biblica e teologica, la Chiesa non è primariamente un’istituzione, ma l’unione della creatura con il suo Signore. Al centro dell’interpretazione della Scrittura sta infatti il binomio Christus et Ecclesia: Cristo non esiste senza il suo Corpo, e la Chiesa non è pensabile senza Cristo. È in questa unità vitale che la maternità di Maria acquista un rilievo decisivo.
La maternità di Maria diventa teologicamente significativa nel momento del suo sì. In quell’istante, Maria non agisce soltanto come individuo, ma come Israele in persona, come il popolo dell’alleanza che, finalmente, risponde in modo pieno e libero alla chiamata di Dio. Il suo consenso rinnova il patto: ciò che per secoli era stato atteso, promesso, annunciato, trova ora una dimora concreta nella libertà di una creatura.
In questo senso, l’evento biologico della maternità divina si trasforma in una realtà eminentemente teologica. Non si tratta semplicemente di un fatto accaduto nella storia, ma di un evento interpretato e compreso alla luce della fede. Maria rappresenta la Chiesa proprio nel punto in cui il factum agisce vicendevolmente con il mysterium facti: il fatto storico diventa evento salvifico solo quando è accolto, interpretato e vissuto nell’orizzonte dell’obbedienza della fede. Senza questa ermeneutica credente, il fatto resterebbe muto.
Maria, dunque, è Chiesa nel momento originario in cui la Chiesa nasce. In lei, la fede non è un’idea astratta, ma un atto concreto che coinvolge la persona intera. Il suo fiat non è passività, ma decisione; non è rinuncia, ma responsabilità; non è fuga dalla storia, ma immersione piena nel disegno di Dio.
La parte più sorprendente e, insieme, più luminosa di questa storia della salvezza sta proprio qui: Dio non impone la redenzione, ma la affida alla libertà di una creatura. L’onnipotenza divina si consegna al consenso umano. In Maria, la Chiesa nascente impara che la salvezza non passa attraverso la costrizione, ma attraverso l’ascolto; non attraverso la forza, ma attraverso l’amore che si fida.
La fede di Maria, custodita e trasmessa nella testimonianza apostolica, non rimane un evento isolato, ma diventa il principio vitale della fede della Chiesa nascente. In lei la Chiesa riconosce la propria origine e la propria forma: come Maria ha accolto la Parola nello Spirito e l’ha generata nella storia, così la Chiesa, lungo il suo cammino, accoglie la stessa Parola per generarla nel cuore dei credenti. È una fede che si diffonde nelle persone e nelle comunità, negli ambienti e nelle assemblee ecclesiali, non come semplice trasmissione di contenuti, ma come esperienza viva che coinvolge l’intelligenza e il cuore. Per questo la Chiesa guarda costantemente a Maria come alla sua figura originaria: in lei Cristo è stato concepito dallo Spirito Santo, e attraverso di lei continua a nascere e a crescere, oggi, nella vita del popolo di Dio mediante la preghiera e l’ascolto della Parola.
* responsabile della comunicazione del Gris di Taranto
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