Pasqua

Dal cenacolo al mondo: la Pentecoste

«Perché state a guardare il cielo?» (At 1,11)

22 Mag 2026

di Luana Comma

C’è un prima e un dopo la Pentecoste. Prima, i discepoli sono chiusi nel cenacolo, attraversati dalla paura, incapaci di comprendere fino in fondo ciò che la Pasqua ha inaugurato; dopo, gli stessi uomini escono, parlano, testimoniano, annunciano Cristo senza più nascondersi. La Pentecoste segna questa svolta decisiva: il compimento della promessa del Risorto — «Riceverete la forza dello Spirito Santo» (At 1,8) — e l’inizio della vita della Chiesa. In quel vento impetuoso e in quelle lingue di fuoco non si manifesta soltanto la potenza di Dio, ma una nuova forma della sua presenza nella storia: il Dio che viene ad abitare l’uomo attraverso il dono dello Spirito.

Con la discesa dello Spirito Santo accade qualcosa di decisivo nel rapporto tra Dio e l’uomo. Nell’Antico Testamento Dio si rivela anzitutto come colui che accompagna il suo popolo: il Dio dell’alleanza, il Dio che guida Israele nel cammino dell’esodo, presente nella nube e nel fuoco. È il Dio che sta davanti al suo popolo, che lo custodisce, lo conduce e lo educa alla libertà. Con l’incarnazione, questa prossimità assume un’intensità nuova: il Verbo si fa carne e diventa l’Emmanuele, il “Dio con noi” (Mt 1,23). Ma nella Pentecoste il mistero raggiunge una profondità ancora più radicale: Dio non è soltanto davanti all’uomo o accanto all’uomo; Dio viene ad abitare nell’uomo. La Pentecoste è la festa dello stupore di essere divenuti dimora dello Spirito.

Il racconto degli Atti degli Apostoli esprime tale mistero attraverso immagini di straordinaria densità: il vento impetuoso, le lingue di fuoco, la parola che diventa comprensibile a uomini provenienti da popoli differenti. Non siamo davanti a una manifestazione spettacolare destinata a suscitare meraviglia esteriore, ma alla rivelazione di una nuova condizione dell’esistenza credente. Lo Spirito trasforma i discepoli: dissolve la paura, apre alla testimonianza, rende possibile una comunione che supera le barriere linguistiche, culturali e religiose.

Sant’Agostino, riflettendo sulla Pentecoste, utilizza l’immagine degli “otri nuovi”. Finché il cuore dell’uomo rimane chiuso dentro una comprensione puramente umana di Cristo, esso non può contenere la novità del Vangelo. La Pasqua rinnova il cuore dei discepoli; la Pentecoste li rende capaci di accogliere il “vino nuovo” dello Spirito.

In questa prospettiva si comprende la continuità profonda tra il Sinai e il cenacolo. Agostino legge la Pentecoste cristiana come compimento della Pentecoste ebraica: sul Sinai Israele riceve la Legge scritta dal “dito di Dio”; nel cenacolo la Chiesa riceve lo Spirito Santo, che il Vangelo identifica simbolicamente proprio con quel “dito”. La Legge antica, incisa sulla pietra, si scontrava con la durezza del cuore umano; lo Spirito, invece, scrive la legge dell’amore nel cuore rinnovato dalla grazia. Si compie così la promessa profetica di Ezechiele: «Toglierò da voi il cuore di pietra e vi darò un cuore di carne» (Ez 36,26).

L’uomo non è più chiamato semplicemente ad obbedire a un precetto esterno, ma a lasciarsi interiormente plasmare dallo Spirito di Cristo. San Paolo lo afferma con chiarezza: «L’amore di Dio è stato riversato nei nostri cuori per mezzo dello Spirito Santo» (Rm 5,5). L’agire cristiano nasce da questa grazia preveniente. Lo Spirito non annulla la libertà dell’uomo, ma la libera dalla chiusura egoistica e la rende capace di comunione.

Per questo gli Atti degli Apostoli insistono sul miracolo delle lingue. La Pentecoste non crea uniformità, ma unità nella differenza. Lo Spirito non elimina la pluralità delle culture e delle storie; le riconcilia dentro una comunione più profonda. Là dove il peccato aveva prodotto dispersione e incomunicabilità — come nel racconto di Babele — lo Spirito rende possibile l’incontro. La Chiesa nasce così come spazio di fraternità nel quale l’altro non è più percepito come minaccia, ma riconosciuto come dono.

Questa dimensione illumina anche la missione ecclesiale. Prima di essere organizzazione o struttura, la Chiesa è comunione generata dallo Spirito. L’evangelizzazione, allora, non coincide con la trasmissione di un sistema ideologico, ma con la testimonianza di una vita trasformata dalla presenza del Risorto. «Come il Padre ha mandato me, anch’io mando voi» (Gv 20,21): la missione nasce dal dinamismo stesso dell’amore trinitario che si comunica agli uomini.

Nel Vangelo di Giovanni, Gesù risorto soffia sui discepoli e dice: «Ricevete lo Spirito Santo» (Gv 20,22). Il gesto richiama il soffio creatore della Genesi. La Pentecoste appare così come una nuova creazione: l’umanità ferita dal peccato viene ricreata affinché possa vivere secondo la logica del Vangelo. La presenza dello Spirito rende possibile ciò che da soli non potremmo realizzare: amare, perdonare, custodire la vita dell’altro, abitare la storia senza lasciarsi dominare dalla paura o dalla violenza.

La fede cristiana, pertanto, non si riduce a un’esperienza intimistica o disincarnata. Una vita abitata dallo Spirito diventa capace di rendere presente Cristo nella concretezza delle relazioni, nella carità verso i poveri, nella pazienza delle ferite quotidiane, nella custodia della comunione ecclesiale. Il credente diviene realmente “tempio dello Spirito” quando lascia trasparire, nella trama ordinaria dell’esistenza, il volto del Risorto.

Per questo la Chiesa continua incessantemente a pregare: «Vieni, Santo Spirito». Non come memoria nostalgica di un evento passato, ma come invocazione sempre attuale. Senza lo Spirito, la comunità cristiana rischia di ridursi a semplice istituzione; senza lo Spirito, la fede si impoverisce in pratica religiosa; senza lo Spirito, persino il Vangelo può trasformarsi in parola esteriore incapace di convertire il cuore.

La Pentecoste interpella allora anche il credente di oggi. Sappiamo ancora riconoscere la presenza dello Spirito dentro la nostra vita ecclesiale e personale? Le nostre comunità sono luoghi di comunione o spazi segnati dalla paura della differenza? Il Vangelo che annunciamo nasce davvero da un cuore trasformato dalla grazia, oppure rimane soltanto parola pronunciata dall’esterno? E ancora: lasciamo che lo Spirito scriva dentro di noi la legge dell’amore, oppure continuiamo a custodire cuori incapaci di accogliere la novità di Dio?

 

* referente della comunicazione Gris (Taranto)

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