Enciclica

Magnifica Humanitas, prima enciclica sull’intelligenza artificiale: “L’Ai va disarmata”

ph Vatican media-Sir
26 Mag 2026

di Riccardo Benotti

Non era mai successo: un Papa seduto al tavolo con i relatori, ad ascoltare, e poi a prendere la parola in prima persona per presentare la propria enciclica. Leone XIV lo ha fatto oggi all’Aula nuova del Sinodo, per lanciare Magnifica Humanitas, la lettera enciclica sulla custodia della persona umana nel tempo dell’intelligenza artificiale, firmata il 15 maggio nel 135° anniversario della Rerum novarum. Al suo fianco, tra gli altri, Christopher Olah, co-fondatore di Anthropic, che è intervenuto con una premessa spiazzante: “Ogni frontiera dell’Ai opera dentro incentivi e vincoli che possono entrare in conflitto con il fare la cosa giusta”. Non le parole di un critico esterno, ma di chi quella frontiera la abita ogni giorno. “Come Leone XIII – ha risposto il papa – mi sento chiamato a guardare un’enorme trasformazione con occhi di fede, con lucidità di ragione, con apertura al mistero e con i clamori dei poveri e della terra che risuonano nel mio cuore”. Cinque relatori, cinque prospettive, un unico filo conduttore: l’Ai non è un destino, è una scelta.

 

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Disarmare e ricostruire: la parola del Papa
Il card. Pietro Parolin, segretario di Stato vaticano e moderatore dell’evento, ha fissato la posta in gioco: la sfida più profonda dell’enciclica è “l’asimmetria tra potere tecnico e saggezza morale”, poiché la velocità con cui si accumula la potenza tecnologica rischia di superare “la capacità delle istituzioni – e persino della coscienza individuale – di orientarla”. È stato però Leone XIV a dare il peso definitivo all’incontro: l’intelligenza artificiale “deve essere disarmata, liberata dalle logiche che la trasformano in strumento di dominio, esclusione o morte”. Ripercorrendo i suoi anni di missione in Perù e le alluvioni del 2017, ha aggiunto: “Ricostruire non significa semplicemente sostituire ciò che è stato distrutto. Significa riparare i legami, restituire la fiducia, ridestare la speranza nel futuro”. Il card. Michael Czerny, prefetto del Dicastero per il Servizio dello sviluppo umano integrale, ha strutturato il suo intervento attorno a tre parole: ingegno, coscienza, cura. “Il futuro dell’intelligenza artificiale – ha precisato – non è scritto nella tecnologia stessa. Dipende dalle nostre scelte, dalle istituzioni che le accolgono e dalla nostra capacità di governare responsabilmente l’innovazione”. Ha allargato lo sguardo anche all’ecologia: i sistemi di IA più avanzati richiedono infrastrutture energetiche enormi, e “la transizione digitale è anche una questione ecologica”.

Anna Rowlands, ordinaria di Pensiero sociale cattolico all’Università di Durham, ha messo a fuoco la continuità tra Laudato si’ e il nuovo documento: superare il paradigma tecnocratico richiede “custodire con urgenza l’umano”. Ha citato Romano Guardini, ripreso dall’enciclica: “L’uomo contemporaneo non è stato formato a usare bene il potere”.

 

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Dal Sud del mondo, la voce di chi paga il prezzo più alto
Il contributo più diretto sulle ingiustizie concrete è venuto da Leocadie Lushombo, dell’Istituzione teresiana e della Jesuit School of Theology della Santa Clara University, originaria della Repubblica Democratica del Congo. Ha articolato quattro avvertimenti del documento: salvaguardia della verità, preservazione della libertà interiore, tutela della coscienza relazionale, protezione dei lavoratori vulnerabili. Su quest’ultimo punto è stata esplicita: “In alcune regioni del mondo, bambini e adolescenti lavorano in condizioni pericolose nei processi di estrazione dei materiali da cui dipendono le infrastrutture del calcolo”. L’Ai rischia di essere coloniale: “Non domina più solo i corpi, ma si appropria dei dati, trasformando le vite personali in informazioni sfruttabili”. La filosofia ubuntu dell’Africa – “sono umano perché appartengo, partecipo, condivido” – ha proposto come antidoto culturale a un apprendimento che l’Ai tende a rendere isolato e transazionale. Il card. Víctor Manuel Fernández, prefetto del dicastero per la Dottrina della fede, ha spiegato perché Leone XIV non si vergogni di chiamare “magnifica” un’umanità capace anche di “assassinare migliaia di bambini in guerre contrarie persino al diritto internazionale”: la risposta sta nella grazia, poiché “ogni essere umano ha una dignità infinita e non perde mai quella sublime capacità di amare”. Per Fernández il transumanesimo è “una falsa mistica”: “chi ama sempre soffre, e per sopprimere totalmente il dolore bisognerebbe spegnere anche l’amore”. Olah, infine, ha svelato ciò che la ricerca sull’interpretabilità sta trovando dentro i modelli di Ai: strutture che rispecchiano risultati delle neuroscienze umane, prove di introspezione, stati interni che funzionalmente rispecchiano gioia, soddisfazione, paura, dolore e disagio. “Non so cosa significhi – ha concluso – ma penso meriti un discernimento continuo”. Per questo la voce della Chiesa è necessaria: “Abbiamo bisogno di critici informati che dicano ai laboratori quando stiamo fallendo. Abbiamo bisogno di voci morali che gli incentivi non possano piegare”.

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