Campionissimi, il Giro di Jonas Vingegaard
Il dominatore incontrastato. L’unico in grado di competere con Tadej Pogacar, il grande assente all’edizione numero 109 del Giro d’Italia. Parliamo di Jonas Vingegaard. Che ha trionfato con un distacco di oltre cinque minuti sul secondo della classifica generale, Felix Gall. Con una dimostrazione di manifesta superiorità il danese 29enne della Visma è entrato nell’Olimpo dei grandissimi che hanno vinto la tripla corona. Ovvero Vuelta e Tour de France, oltre al Giro d’Italia.
La rinascita di Vingegaard
Quasi sempre seduto anziché sui pedali, una pedalata fluida potente efficace, non troppo agile, i suoi scatti sono progressioni che non lasciano scampo agli avversari. L’impressione guardandolo è che non spinga neanche al massimo. Gli basta un tentativo, di solito, per fare il vuoto. In questo somiglia proprio a Pogacar. Non nello stile, ma nella sostanza: Vingegaard ha ammazzato il Giro d’Italia. Gli hanno dato del calcolatore. Lo è, in effetti, diversamente dal campionissimo sloveno, che in modo fantasioso va sempre all’attacco. Ma di certo il portacolori della Visma non si è risparmiato nella corsa rosa. Tanto che ha centrato cinque vittorie – suoi gli arrivi su Blockhaus, Corno alle Scale, Pila, Carì e Piancavallo. Quando si sarebbe potuto limitare a controllare la corsa, come faceva Lance Armstrong al Tour de France. Vingegaard era il grande favorito alla vigilia del Giro d’Italia. La sua vittoria, però, non era affatto scontata. Perché in una corsa a tappe di tre settimane, l’imprevisto è sempre dietro l’angolo – l’incidente, la caduta, la fatica. Come non era scontato che il ciclista tornasse ai livelli antecedenti al gravissimo incidente capitatogli nel 2024 al Giro dei Paesi Bassi. Adesso può lanciare il guanto di sfida al suo grande avversario sulle strade della Grand Boucle. Ci sarà da divertirsi, nel confronto tra i due fuoriclasse, con l’auspicio di veder protagonista anche qualche italiano. Almeno per le vittorie di tappa.
Gli italiani al Giro d’Italia
Le speranze azzurre erano riposte in Giulio Pellizzari, che ha ben figurato fino alla 16esima tappa (Bellinzona-Carì, 113 km), quando è esploso, crollato. Il suo Giro è stato condizionato da un malanno. Probabilmente anche dalla pressione, dallo stress accumulato. Peccato perché il corridore della Red Bull aveva dimostrato testa e gambe. Lo ha capito presto, a sue spese, che non bisogna andare dietro a Vingegaard quando scatta: che sulle grandi salite ognuno deve salire del proprio passo. Un ottimo ciclista è Davide Piganzoli, messosi al servizio della maglia rosa. L’auspicio è che il giovane quasi 24enne passista-scalatore possa terminare l’apprendistato. Ovvero mettersi in proprio, perché si tratta di uno dei pochissimi italiani capaci di vincere una grande corsa a tappe. Chi non ha tradito le aspettative è Filippo Ganna. O meglio, Top Ganna, che nelle prove contro il tempo è di un altro pianeta, superiore persino a Vingegaard e Pogacar – si è aggiudicato la cronometro Viareggio – Massa, di ben 42 km, con una media impressionante (54,921 km/h). Non dimentichiamo i successi di Davide Ballerini e Alberto Bettiol. Tra i più combattivi, Giulio Ciccone, meritevole della maglia azzurra. Dulcis in fundo Jonathan Milan si è sbloccato proprio nella volata conclusiva di Roma. A ben dieci anni dal successo di Vincenzo Nibali, l’ultimo azzurro ad aver vinto il Giro d’Italia, non si può dire che il ciclismo italiano sia in salute; ma nemmeno che non produca nulla di buono, guardando al futuro.




