Ecclesia

La domenica del Papa – “Non abbiate paura”

ph Vatican media-Sir
22 Giu 2026

di Fabio Zavattaro

Proteggere quanti sono perseguitati e “costretti a lasciare la propria terra, la casa e la famiglia”: Leone XIV ricorda la Convenzione sullo statuto dei rifugiati voluta 75 anni fa dalle Nazioni Unite e dice: “nessuno può voltarsi dall’altra parte di fronte a chi cerca protezione e sicurezza”. Nel mondo i rifugiati, secondo l’Onu, sono 117,8 milioni; solo in Italia i rifugiati titolari di protezione internazionale sono 132 milioni.

Nelle parole che pronuncia dopo la recita della preghiera mariana, ricordando la Giornata mondiale del rifugiato, celebrata sabato20 giugno, il Papa chiede di “accogliere coloro che sono vittime di persecuzione, perché possano vivere in pace, con dignità, e guardare al futuro con speranza”; e auspica che lo “spirito che animò l’elaborazione di questo importante strumento internazionale continui ancora oggi a illuminare le coscienze dei responsabili delle nazioni”.

Angelus nel quale il vescovo di Roma ha commentato il brano di Matteo, dove si legge che Gesù invia i discepoli in missione e dice loro: “quello che io vi dico nelle tenebre voi ditelo alla luce, e quello che ascoltate all’orecchio voi annunciatelo dalle terrazze”. Queste parole, afferma il Papa, ci ricordano che “l’annuncio del Vangelo è prima di tutto condivisione di un incontro personale con lui, unico per ciascuno”, e al di là di tecniche e strumenti, la forza dell’apostolato “si fonda sull’opera dello Spirito Santo in noi e sull’autenticità della nostra risposta”. Con San Tommaso d’Aquino definisce la predicazione “come di un trasmettere agli altri ciò che abbiamo contemplato”. E questo contemplare non è “un’esperienza esclusiva, riservata ad alcuni santi o ai monaci e agli eremiti”, ha affermato il Papa, aggiungendo che “tutti possiamo farlo, sforzandoci di custodire, tra gli impegni delle nostre giornate, momenti di quiete in cui metterci in silenzio davanti a Dio, per ascoltare la sua voce, affidargli le nostre gioie e le nostre preoccupazioni, rivedere con lui la nostra vita”.

Per ben tre volte Matteo, nella sua pagina del Vangelo, ripete “non abbiate paura”. E questo perché, ricorda Leone XIV “scriveva per comunità che non avevano vita facile. Dovevano affrontare ostilità e persecuzioni, come succede ancora oggi a tanti cristiani in vari luoghi della terra, e la tentazione di scoraggiarsi e di lasciarsi vincere dalla stanchezza o dalla paura era grande”.

Non abbiate paura. Era il 22 ottobre 1978 quando un giovane papa, Giovanni Paolo II, venuto dall’est europeo, eletto da pochi giorni, in piazza San Pietro ripete con forza queste tre parole, rimaste, da quel giorno, nella memoria del mondo. Le ripete per tre volte per chiedere di “aprire, anzi spalancare le porte a Cristo”; chiede di aprire “i confini degli Stati, i sistemi economici come quelli politici”. Il mondo era diviso tra due superpotenze, l’Europa tagliata in due dalla cosiddetta Cortina di ferro. All’indomani della caduta del Muro di Berlino papa Wojtyla dirà che non sapeva dove lo avrebbero portato quelle parole. Lo spiegherà quasi 27 anni più tardi Benedetto XVI appena eletto Papa, dicendo che il suo predecessore “parlava ai forti, ai potenti del mondo, i quali avevano paura che Cristo potesse portar via qualcosa del loro potere, se lo avessero lasciato entrare e concesso la libertà alla fede”.

Il nostro è un tempo in cui la paura è, come dire, compagna di viaggio, una lunga guerra nel cuore dell’Europa non sembra avere tregua; in Medio Oriente prove di dialogo e di possibile pace non riescono a fermare la violenza delle armi e ogni giorno si registrano morti e distruzioni. Forse ci siamo abituati a tutto questo?

Papa Leone ci dice di no: “adesso come allora, è impegnativo rimanere fedeli agli insegnamenti di Gesù e annunciare la sua Parola: rispondere all’odio con l’amore, alla prepotenza con la mitezza, allo scoraggiamento con la perseveranza”. Citando l’Evangelii gaudium di papa Francesco, il vescovo di Roma chiede di affondare “le radici della nostra fede e della nostra missione in un intenso rapporto” con il Signore. E questo ci dà la capacità di testimoniare il Vangelo “anche là dove il suo valore non è compreso o accettato”, e la forza “di non arrenderci e di continuare a trasmettere a tutti, in ogni circostanza, il suo messaggio di speranza, d’amore e di pace. Il mondo ne ha tanto bisogno”.

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