Ilva: il governo convoca i sindacati ma intanto i “nodi” si moltiplicano
La vicenda Ilva resta sempre sullo sfondo della storia attuale della città, vivendo di improvvisi acuti e di lunghi periodi di pausa, che non sembrano fatti di riflessione ma solo di confusione. La questione principale: la sopravvivenza e/o l’eventuale vendita dell’azienda, non vede ancora sbocchi decisivi, mentre molte altre questioni si accumulano a formare un quadro complesso di vicende giudiziarie e giuridiche, e di scelte politiche non proprio rivolte a confermare quello che a parole si sottolinea, ovvero: la strategicità e irrinunciabilità della produzione siderurgica per l’Italia. Che finora ha fatto poco e niente per mostrare coerenza con questo presupposto, sostenuto fortemente anche dall’imprenditoria italiana.
È anche per questo che i sindacati dei metalmeccanici, davanti al silenzio del governo, hanno minacciato di autoconvocarsi a Palazzo Chigi il prossimo 15 luglio in assenza di una convocazione ufficiale. Ebbene: quella convocazione è appena arrivata ma sposta l’incontro di Palazzo Chigi al 28 luglio, cioè alla vigilia delle vacanze estive.
Ma nel frattempo non si hanno che minime indiscrezioni sulle ipotesi di vendita: il gruppo americano Flacks, che a parole mostra tanta buona volontà e che si è sforzato, in questi mesi, di stringere alleanze su più livelli, sia con l’acciaieria ucraina che con imprenditori siderurgici italiani, non ha fornito nessuna garanzia economica e insite nel chiedere un prestito di “avvio” allo Stato. L’indiana Jindal, che ha avanzato una proposta esile per tenere in piedi a Taranto una produzione minima, con l’occupazione di “soli” 4.500 dipendenti, quindi col dimezzamento delle attuali maestranze dirette, potrebbe rivedere al rialzo la sua offerta, ma per ora non c’è nulla di preciso. Si è parlato anche di una nuova candidatura del Qatar, che avrebbe coinvolto l’imprenditore italiano Arvedi, ma dal dossier, nelle mani del ministero, trapelano poche indiscrezioni.
Si spera almeno che la ritardata convocazione delle organizzazioni sindacali sia dettata dall’esigenza da parte del governo, di fornire ragguagli più precisi sulla vendita, che viene ritenuta ancora scelta obbligata, mentre sono in molti a insistere sulla privatizzazione.
Ma, accanto al “filone centrale” della questione Ilva ci sono molti capitoli aperti. Uno nuovo, sul quale si registra l’allerta della Regione Puglia, è costituito dall’articolo 3 del disegno di legge 107 con cui il governo dispone il trasferimento al ministero delle Imprese e del made in Italy delle risorse destinate alla realizzazione dell’impianto per la produzione di preridotto, passaggio propedeutico alla decarbonizzazione. Nel 2022 la società Dri Italia era stata incaricata della realizzazione dell’impianto per il quale era stanziato un miliardo di euro. L’impianto non è stato realizzato, i finanziamenti sono stati ridotti e ora rigirati al ministero perché ne faccia “buon uso”. La Regione definisce questo provvedimento “uno scippo a Taranto e alla Puglia perché si impedisce anche la speranza di partire con il Dri e i percorsi di produzione di acciaio con la decarbonizzazione”. Il governo sostiene che i fondi restano destinati a Taranto, ma non spiega come.
Poi ci sono le vicende giudiziarie incombenti: in particolare si attende che la corte d ‘appello di Milano decida sulla complessa vicenda dell’Aia, che vede in campo anche gli ambientalisti tarantini, mentre è in corso il processo su Ambiente svenduto, in corso a Potenza, il cui andamento sembra mutare il parte l’ottica dell’impianto. Inoltre, in un altro processo, il giudice monocratico Giovanni Caroli ha prosciolto dall’accusa di inquinamento ambientale due direttori Ilva: Pascucci e Dimastromatteo, “perché il fatto non sussiste”.
Inutile, infine, ricordare la situazione economica dell’azienda, ormai quasi priva di liquidità, con una produzione più che ridotta e il ricorso abnorme alla cassa integrazione.




