Il mistero del male: grano, zizzania e discernimento cristiano
Sradicare subito ciò che appare cattivo o attendere che il tempo ne manifesti la vera natura? La domanda dei servi, nella parabola della zizzania, sembra ragionevole: se nel campo è comparsa una pianta estranea, perché non eliminarla prima che comprometta il raccolto? La risposta del padrone, tuttavia, interrompe la fretta del giudizio: «Lasciate che l’una e l’altro crescano insieme fino alla mietitura» (Mt 13,30). In questa decisione si apre una delle pagine più esigenti del Vangelo di Matteo, perché Gesù non nega la presenza del male, ma sottrae ai suoi discepoli la pretesa di anticipare la separazione definitiva.
La parabola prende avvio da una certezza: il seme deposto nel campo è buono. Matteo lo definisce καλὸν σπέρμα, (kalòn spérma, seme buono), un seme capace di portare frutto perché proveniente dal seminatore. Il male non appartiene dunque all’intenzione originaria del padrone e non possiede una consistenza autonoma. Entra successivamente nel campo, durante la notte, attraverso l’azione di un nemico che sovrappone la propria semina a quella già compiuta.
La zizzania, ζιζάνια (zizánia, erbacce infestanti), manifesta così il carattere subdolo del male. Non crea, ma si insinua nel bene già seminato, alterandolo. Cresce accanto al frumento e, almeno inizialmente, gli somiglia. La sua pericolosità consiste proprio in questa capacità di confondersi con ciò che è buono, assumendone talvolta il linguaggio, le forme e perfino le apparenze religiose.
La domanda dei servi — «Da dove viene dunque la zizzania?» (Mt 13,27) — non è nuova: è una domanda che ritorna, da sempre, nel cuore di chi crede. Se Dio è buono, perché il male esiste? Se il Creatore ha seminato il bene, perché l’ingiustizia, la violenza e la sofferenza continuano ad abitare il mondo? Perché la verità sembra talvolta soccombere, mentre la menzogna appare prosperare? E come può Dio tollerare ciò che contraddice la sua volontà?
Paolo VI, commentando questa parabola, riconosceva in tali interrogativi uno degli ostacoli più profondi incontrati dalla fede. La presenza del male non provoca soltanto dolore: mette in discussione l’immagine stessa di Dio. Da una parte vi è chi attribuisce al Creatore la responsabilità delle imperfezioni del mondo; dall’altra chi, non riuscendo a spiegare l’ingiustizia, conclude che Dio sia assente, impotente o indifferente.
Il Vangelo non pretende di risolvere il mistero del male con una spiegazione teorica che renda pienamente comprensibile ogni sofferenza. Gesù non offre ai servi una trattazione sull’origine metafisica del male. Rivela, però, una distinzione decisiva: il padrone ha seminato il buon seme, mentre la zizzania proviene dal nemico. Dio non è l’autore del male. La sua presenza nel mondo non appartiene al progetto originario della creazione, ma si inserisce nella storia attraverso il rifiuto della sua volontà e l’uso deformato della libertà.
La parabola sposta quindi l’attenzione dall’interrogativo sull’origine alla responsabilità del presente: come comportarsi di fronte alla zizzania? I servi propongono una soluzione immediata: «Vuoi che andiamo a raccoglierla?» (Mt 13,28). La loro domanda contiene uno zelo apparentemente giusto. Desiderano difendere il campo, preservarne la purezza e impedire al male di diffondersi. Il padrone, tuttavia, risponde con un divieto netto: «No, perché non succeda che, raccogliendo la zizzania, con essa sradichiate anche il grano» (Mt 13,29).
Questa risposta non equivale a una giustificazione del male. Il padrone, nella sua sapienza provvidente, riconosce la presenza della zizzania e ne dispone la separazione secondo il tempo stabilito dal suo giudizio. Non la chiama bene, non ne attenua la pericolosità e non la considera equivalente al frumento. Ciò che egli contesta è la pretesa dei servi di operare anticipatamente una distinzione che, nella sua forma definitiva, appartiene soltanto a Dio.
Paolo VI individuava proprio qui due tentazioni opposte. La prima consiste nel voler combattere il male attraverso una forza che finisce per riprodurne la logica. È la tentazione di sradicare, colpire, separare e condannare, trasformando lo zelo religioso in violenza. La storia mostra come il desiderio di costruire comunità perfettamente pure possa generare fanatismo, persecuzione e dominio sulle coscienze. Quando l’uomo pretende di esercitare il giudizio ultimo, rischia di sacrificare anche il bene che afferma di voler difendere.
La seconda tentazione è quella dell’indifferenza. Poiché grano e zizzania crescono insieme, si conclude che non sia più possibile distinguerli. Il bene e il male vengono ridotti a valutazioni soggettive, determinate dalle epoche, dalle culture o dalle preferenze individuali. La pazienza di Dio viene così deformata in relativismo morale: se il padrone non interviene immediatamente, allora nulla sarebbe davvero giusto o ingiusto.
Il Vangelo rifiuta entrambe le derive. Non autorizza la violenza purificatrice, ma neppure dissolve la differenza morale. La convivenza storica tra bene e male non significa equivalenza. Il padrone dice: «lasciate che entrambi crescano insieme». Il verbo non invita alla passività, ma indica il riconoscimento di un tempo nel quale la separazione non può essere ancora compiuta senza compromettere la maturazione del grano.
La pazienza evangelica è pertanto una forma alta di discernimento. Riconosce il male senza assolutizzarlo e lo contrasta senza identificare il peccatore con il suo peccato. Finché dura la storia, resta aperta la possibilità della conversione. Nessuno può essere definitivamente identificato con la zizzania che porta in sé, poiché la grazia preveniente e cooperante di Dio continua ad agire nella libertà umana, chiamandola incessantemente alla conversione e rendendo sempre possibile una reale trasformazione secondo il disegno salvifico divino.
Il confine tra bene e male, del resto, non attraversa soltanto gruppi, ideologie o comunità contrapposte. Passa nel cuore di ogni persona. Anche il credente porta dentro di sé la tensione tra l’accoglienza della Parola e la resistenza alla sua azione. In prospettiva teologica, è la grazia stessa che illumina e giudica il cuore umano, rivelandone le ambiguità e orientandolo alla verità: per questo, prima di voler correggere ciò che vede negli altri, il credente è chiamato a custodire e discernere il proprio terreno interiore, dove possono germogliare insieme il desiderio di Dio e la ricerca di sé, la carità e il bisogno di affermazione, la fede autentica e la sua deformazione.
Questa consapevolezza assume un particolare rilievo nel discernimento delle esperienze religiose contemporanee. Il male non si presenta sempre con un volto apertamente ostile alla fede. Può assumere forme spirituali, utilizzare un linguaggio devoto, promettere guarigioni, conoscenze segrete o appartenenze riservate a pochi eletti. Può alimentare la paura, individuare continuamente nemici e dividere l’umanità tra puri e contaminati, salvati e perduti, iniziati e inconsapevoli.
Proprio qui diventa prezioso il richiamo della parabola. Ogni movimento religioso che pretende di anticipare il giudizio di Dio, rivendica una purezza assoluta o fonda la propria identità sulla condanna degli altri si allontana dalla pazienza evangelica. Allo stesso modo, una spiritualità che confonde ogni esperienza, annulla le differenze tra verità e menzogna o riduce il male a semplice energia negativa smarrisce il senso cristiano del discernimento.
Paolo VI insisteva sulla necessità di mantenere un giudizio limpido. Il bene rimane bene e il male rimane male, anche quando la società ne modifica i nomi o ne rende più sfumati i confini. Matteo definisce ἀνομία (lanomía, iniquità, illegalità), non una generica imperfezione, ma il rifiuto concreto della volontà di Dio. Gli «operatori di iniquità» sono coloro che, pur potendo assumere un’apparenza religiosa, trascurano la giustizia, la misericordia e la fedeltà.
Il discernimento cristiano, radicato nella partecipazione alla sapienza di Cristo e illuminato dallo Spirito Santo, deve essere esercitato nella verità della giustizia divina senza degenerare in durezza, e nella carità che riflette la misericordia del Padre senza scadere in una falsa tolleranza del male. È necessario chiamare il male con il suo nome, denunciare ciò che ferisce la dignità umana, proteggere le persone vulnerabili e contrastare le strutture di peccato. Tuttavia, un conto è giudicare un’azione; altro è impadronirsi del destino ultimo di chi l’ha compiuta. La κρίσις (krísis, giudizio), il giudizio definitivo, appartiene al Figlio dell’uomo.
La certezza escatologica del giudizio divino impedisce di interpretare la pazienza di Dio come una sospensione o negazione della sua giustizia. Verrà il θερισμός (therismós, il tempo del raccolto) nel quale la verità delle opere sarà manifestata. Il male non avrà l’ultima parola e il bene non andrà perduto. L’attesa cristiana non è dunque resa né indifferenza, ma fiducia viva nel giudizio di Dio, l’unico capace di separare senza ferire il grano e di conoscere pienamente la verità di ogni cuore.
Questa prospettiva libera il credente sia dall’angoscia sia dall’inerzia. Non gli viene chiesto di eliminare da solo tutto il male del mondo, ma neppure di assistere passivamente alla sua diffusione. Paolo VI richiamava con forza l’esortazione paolina: «Non lasciarti vincere dal male, ma vinci il male con il bene» (Rm 12,21). Il latino “vince in bono malum” esprime la forma propriamente cristiana della lotta: non riprodurre il male che si combatte, ma opporgli una forza di natura diversa.
La vera alternativa alla violenza non è la passività, ma la fecondità della carità. Non basta denunciare la zizzania: occorre coltivare il frumento, rendere visibile il bene, educare le coscienze, accompagnare chi è fragile e costruire relazioni fondate sulla verità.
Il male possiede spesso una capacità di propagazione immediata. Il cattivo esempio esercita fascino, promette libertà senza responsabilità e offre appartenenza a chi teme di restare solo. Può diffondersi attraverso il gregarismo, la ricerca del consenso e l’incapacità di opporsi a ciò che tutti sembrano accettare. Paolo VI metteva in guardia da questo processo in tre fasi: dapprima lo scandalo, quando il male appare evidente e suscita reazione; poi la tolleranza, quando ci si abitua alla sua presenza; infine la normalizzazione, quando ciò che era inaccettabile viene considerato ordinario.
La risposta cristiana non consiste nel rifugiarsi in una purezza isolata, ma nel custodire il cuore e rafforzare il bene. La vigilanza interiore precede ogni azione esterna. È nel segreto dei pensieri, delle intenzioni e dei desideri che la Parola viene accolta o soffocata. La prima lotta contro il male non si svolge contro un nemico esterno, ma dentro la libertà personale, chiamata ogni giorno a scegliere da quale seme lasciarsi plasmare.
In questa prospettiva acquistano pieno significato anche le parabole del granello di senape e del lievito. Il bene non sempre possiede la visibilità rumorosa del male. Il Regno, ἡ βασιλεία τῶν οὐρανῶν (hē basileía tōn ouranōn, regno dei cieli), inizia nella piccolezza e opera nel nascondimento. Come il seme quasi impercettibile diventa una pianta capace di offrire riparo, e come una piccola quantità di lievito trasforma un’intera massa di farina, così l’azione di Dio si dispiega nella storia secondo una logica sacramentale e kenotica, nella quale la grazia opera efficacemente senza violare la libertà, manifestando la potenza divina proprio nella debolezza e nell’umiltà.
La discrezione del bene non è debolezza: è il modo di agire di Cristo, che vince il male non con la forza, ma passando attraverso la croce e la risurrezione. In questa dinamica si radica la pazienza del padrone: Dio attende perché ama, e il suo giudizio è inseparabile dalla volontà di salvare.
La Chiesa è chiamata a vivere questo tempo intermedio senza frenesia apocalittica e senza rassegnazione. Non le spetta costruire una comunità di presunti perfetti, ma testimoniare la santità di Dio dentro una storia ancora segnata dall’ambiguità. La sua missione consiste nel discernere, accompagnare e seminare, lasciando al Signore il compimento.
Alla fine della parabola, i δίκαιοι (díkaioi, “i giusti”), «splenderanno come il sole nel regno del Padre loro» (Mt 13,43). Non sono coloro che si sono proclamati puri o hanno condannato gli altri, ma quanti hanno compiuto la volontà del Padre, lasciando maturare nella propria vita il seme della giustizia, della misericordia e della fede. Il loro splendore non deriva da una perfezione autosufficiente, ma dalla partecipazione alla luce di Dio.
Il Vangelo offre alla Chiesa una risposta pasquale al mistero del male. Dio non ne è l’autore e non gli dà l’ultima parola. Cristo assume il male su di sé, lo attraversa nella sua interezza e, dopo averne sperimentato tutte le conseguenze, giunge a superarlo, rendendo possibile per il peccatore intraprendere un cammino di conversione. Ai credenti è chiesto di perseverare nel bene. La sua pazienza è misericordia, e il suo giudizio rivela la verità.
Alla luce delle parole di Sant’Agostino, la conclusione si fa più esigente e concreta: non basta interrogarsi sul bene e sul male, ma occorre convertirsi oggi, senza rimandare. Il tempo della trasformazione è questo, non un domani incerto. Chi si riconosce buon grano è chiamato a perseverare fino alla fine; chi scopre in sé la zizzania non deve disperare, ma cambiare vita finché è possibile.
Non spetta a noi separare definitivamente, né giudicare gli altri, perché il giudizio appartiene a Dio solo, che conosce i cuori e non può sbagliare. A noi è chiesto di vigilare su noi stessi, di non scandalizzarci della presenza del male anche nei luoghi più santi, e di non lasciarci ingannare dalle apparenze. Il campo è misto, ma il raccolto verrà: per questo il credente vive nella pazienza, nella conversione continua e nella fiducia, sapendo che ciò che sarà alla fine dipende da ciò che sceglie di essere oggi.
* referente della comunicazione Gris (Taranto)




