Musica

Francesco Guccini, una strada lunga una vita: il tempo, l’amore e l’impegno

ph Civiltà cattolica
07 Ago 2026

di Marco Testi

Quando dici che è stato non una parte, ma tutta o quasi la tua strada, lo dici perché non solo il lutto, la tristezza, ma il fatto che fuori da ogni retorica Guccini è stato un tempo. Lo sappiamo, il tempo umano, il chronos è vincolato da sé stesso, dalla sua provvisorietà. Ma lui, che ora è oltre quel tempo, nel non parcellizzabile in calcoli umani, adesso lo sa che aveva ragione.

Quando ci parlò dell’Olocausto, e di ragazzini distrutti da veleni, acidi, fame, gas, perché quella conosciuta come Auschwitz, e portata alle nostre orecchie incollate agli allora jukebox dalle chitarre elettriche dell’Equipe 84 -devo onestamente confessare che è la versione che ascolto ancora oggi, perché quell’arpeggio è indimenticabile- in realtà era “La canzone del bambino nel vento”, che è già di per sé un capolavoro.

Solo che noi lo amavamo, e continuiamo a farlo, anche per un altro motivo: non era solo anarchia e impegno, come in La locomotiva, ma anche quel termine, amore, che in realtà in “Incontro”, con quell’immortale “E correndo mi incontrò lungo le scale”, lo capimmo solo allora, era immagine interiore del passato, improvvisa epifania del presente, coscienza della impossibilità di riportare indietro il treno del tempo, e per un attimo la tentazione demonica di tentarlo, quel recupero.

L’umano troppo umano di Nietzsche -un pensatore presente, lo vedremo tra poco, nell’immaginario di Guccini- divenuto canzone, se per canzone intendiamo quell’incontro tra poesia e musica che viene dal molto lontano, prima ancora dei trovatori provenzali e del duo Dante-Casella celebrato nel Purgatorio.

E come non riandare a quel “Dio è morto”, il cui titolo completo però era anche, tra le parentesi, “Se Dio muore, è per tre giorni poi risorge”, e che noi ascoltavamo nell’altra leggendaria versione dei Nomadi (ma la incise anche Caterina Caselli) in quella torrida -già allora!- estate del 1967, che venne preso come blasfemo e che in realtà era un attacco all’abitudine, all’astrattezza di una fede non profondamente condivisa, a quella che allora chiamavano borghesia, e alla sua “cultura” perbenista.

Un attacco che però veniva da molto lontano: da quel Nietzsche che abbiamo già citato, per la sua filosofia basata sulla “morte di Dio” e su uno dei manifesti della beat generation, “Urlo” di Allen Ginsberg, vero e proprio testo obbligato dalla metà degli anni Sessanta per i giovani alla ricerca di nuovi valori. E nuove certezze.

Ma di citazioni poetiche Guccini ne sapeva qualcosa, visto che anche il titolo del suo album “L’isola non trovata” veniva da uno dei protagonisti del crepuscolarismo, Guido Gozzano.

Ma sarebbe troppo lungo citare i suoi capolavori, alcuni dei quali vengono dalle osterie, dalle litigate, L’Avvelenata (che è pure risposta ad un cristico impietoso che ne aveva stroncato l’album “Stanze di vita quotidiana”), ad esempio, “Il sociale e l’antisociale”, quel “Per un amico” altrimenti intitolata “In morte di S.F.”, tributo ad un altro grande, che era scomparso allora, dalla voce indimenticabile, Demetrio Stratos.

E sempre legami con la letteratura, come “Signora Bovary”, per poi tessere i ritratti di “Ritratti”, e non è un gioco di parole, oggi tornati di grande attualità, come Ulisse (“Odysseus”), o Che Guevara o Cristoforo Colombo.

Non solo dischi, ma libri, e partecipazioni a spettacoli o film, fino al 2022 di “L’Ultima Thule”, che è un po’ la sintesi della sua eredità: spirito profetico ma occhi sul nostro oggi, sguardo sugli altri e anche sul suo sé, compreso nel suo ineludibile passaggio. E incontro, appunto, in un viaggio che non finisce.

ph Brunetto Salvarani

 

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