La politica ha scoperto Taranto con i Giochi, ora scopra i suoi problemi
I Giochi del Mediterraneo, che si concluderanno con la vittoria dell’Italia, come è avvenuto quasi sempre nella storia della competizione, hanno assegnato alla città, per una volta, un ruolo da protagonista, concedendole un periodo di festosità e di partecipazione, che contagia tutto il territorio e parte della Regione. Non sta a noi trarre bilanci da un evento sul quale, a partire dalla cerimonia di chiusura, si discuterà molto, per valutare le positività e cercare indicazioni valide per il futuro.
In questi giorni si sono alternate, in città, le massime autorità dello Stato e la vetrina avrà certamente i suoi effetti positivi. Soprattutto perché l’immagine di Taranto è ancora quella legata all’inquinamento e per anni è stata indissolubilmente legata all’Ilva.
Ma proprio questo legame, sia che regga ancora sia che si spezzi definitivamente, è oggi il punto di svolta nella storia della città e di un intero territorio che su quel legame ha costruito la propria vocazione produttiva e una fetta significativa di occupazione.
Le notizie che si susseguono vorticosamente nei notiziari e sui giornali aggiornano, per quanto è possibile, sull’evoluzione di una vicenda troppo complicata per essere risolta con un’impostazione univoca. La questione giudiziaria, che ha avuto un’accelerazione con la sentenza della corte d’appello di Milano che impone la chiusura dell’area a caldo, si assomma a quella della vendita dell’azienda e al futuro di ciò che ne resta, alle questioni occupazionali che preoccupano un po’ tutti, alle ipotesi di diversificazione produttiva, auspicate e in qualche caso delineate, per offrire lavoro a chi certamente lo perderà, alla bonifica delle aree inquinate, che richiede investimenti enormi, anche in vista di un possibile riutilizzo.
Per nessuna delle questioni qui sommariamente delineate c’è chiarezza. Per quanto riguarda la sentenza che impone la chiusura entro ottobre, vi sono iniziative legali tese a sospendere o rivedere la decisione, evitando così un trauma immediato, ma è risaputo che comunque le materie prime stanno finendo e per forza di cose anche l’Afo 2 dovrà presto fermarsi. Mentre il governo ha bloccato per decreto la chiusura immediata delle discariche.
Sulla vendita, nonostante le voci che si assommano, non c’è alcuna chiarezza. Uno dei candidati, il più discusso Flacks, ha dichiarato di tirarsi fuori e di volersi occupare solo della vendita delle aree industriali (!), Jindal resiste ma sta rivalutando i nuovi scenari, mentre gli industriali italiano, che hanno dormito finora, mostrano interesse ma tutto fa “verificare”. Urso ha parlato di un nuovo interesse straniero ma è stato subito smentito.
La perdita di occupazione è l’effetto più inquietante e immediato. Molte imprese dell’indotto hanno già licenziato o si apprestano a farlo, e si calcolano esuberi per mille unità, mentre le nuove proposte industriali, alcune delle quali molto interessanti, sono ancora poco più di buone intenzioni e richiederanno tempo e risorse. Il che vale anche per le bonifiche, che hanno finora riguardato solo una parte delle aree di fatto già dismesse. Mentre resta aperta la questione dell’amianto ancora presente negli impianti e che è stata determinante per la decisione della corte d’appello. A proposito: come mai per l’amianto dell’Ilva si è stati così determinati, mentre per quello della Marina, che ha sicuramente provocato centinaia di morti (si calcolano intorno a 500), si mostra così poco interesse?
Una situazione così complessa richiederebbe, a questo punto, il reale interessamento del governo e dei suoi organismi tecnici oltre che decisionali, ben al di là dei tavoli che, di solito, hanno la funzione di prendere tempo, discutere e diluire i problemi. Puntare a uno sviluppo diversificato è un sogno antico, che parte 50 anni fa già a partire dalla fine del cosiddetto “raddoppio”. Ma attenti a chi insiste troppo sulle vocazioni turistiche. In questi giorni si discute molto in Puglia sulla sostenibilità. Il turismo, infatti, arricchisce solo gli operatori ma impoverisce tutto il contesto: crea l’aumento dei prezzi, consuma il suolo e le risorse primarie, fa aumentare i prezzi delle case o la fa sparire dal mercato, provoca un aggravio di spese sulla sanità pubblica (regionale), è la prima voce di sfruttamento di lavoro nero, e così via.




