Quando la fede diventa superstizione
Il sacro tra affidamento e bisogno di controllo
Israele ha appena perduto una battaglia. Quattromila uomini sono caduti davanti ai Filistei e nell’accampamento risuona una domanda che è insieme religiosa e drammatica: «Perché il Signore ci ha sconfitti oggi davanti ai Filistei?» (1Sam 4,3). Gli anziani cercano una risposta e decidono di far venire da Silo l’Arca dell’Alleanza: «Venga in mezzo a noi e ci liberi dalle mani dei nostri nemici». L’Arca arriva, il popolo esplode in un grido tanto forte da far tremare la terra e persino i Filistei hanno paura. Eppure Israele viene sconfitto nuovamente. Questa volta la disfatta è ancora più grave e la stessa Arca cade nelle mani del nemico.
È una pagina lontana nel tempo, eppure sorprendentemente vicina a una delle questioni più delicate del vissuto religioso. L’Arca non è un idolo. È un segno autenticamente santo, memoria dell’Alleanza e della presenza di Dio in mezzo al suo popolo. Il problema, dunque, non è l’oggetto, ma il rapporto che in quel momento Israele instaura con esso: il segno che dovrebbe rimandare alla fedeltà di Dio sembra trasformarsi nella certezza che Dio debba assicurare la vittoria.
È forse proprio qui che comincia la superstizione: non necessariamente quando scompare la fede, ma quando si pretende che il sacro funzioni secondo le nostre attese.
Nell’immaginario comune la superstizione viene facilmente associata a ciò che appare estraneo alla religione cristiana: amuleti, presagi, gesti scaramantici, credenze tramandate da generazioni. Il Catechismo della Chiesa Cattolica obbliga, invece, a uno sguardo assai più esigente. La colloca all’interno del primo comandamento e la definisce una «deviazione del sentimento religioso», precisando che essa può insinuarsi persino nel culto rivolto al vero Dio. Ciò accade quando si attribuisce un valore quasi magico a pratiche che possono essere, in se stesse, perfettamente legittime, o quando si ritiene che preghiere e segni sacramentali possiedano efficacia per la loro semplice materialità, indipendentemente dalle disposizioni interiori della persona (CCC 2110-2111).
La precisazione è importante perché modifica la prospettiva. Non basta domandarsi che cosa una persona compia; occorre comprendere che cosa si attenda da quel gesto e quale immagine di Dio vi sia sottesa. Una pratica religiosa può custodire una fede autentica oppure essere progressivamente caricata di un significato che non le appartiene.
Per questo il Catechismo parla della superstizione come di un «eccesso perverso della religione». Il problema, dunque, non consiste necessariamente nel credere troppo poco. Può accadere, paradossalmente, che proprio il religioso venga investito di una funzione che finisce per deformarlo: il rapporto con Dio non è più vissuto come affidamento, ma come possibilità di assicurarsi protezione, successo o certezza attraverso determinate pratiche.
Ciò non significa, naturalmente, che sia superstizioso chiedere a Dio di essere protetti. La Scrittura è colma di invocazioni nelle quali l’uomo domanda liberazione, guarigione, soccorso. I Salmi chiamano Dio «rifugio» e «fortezza» (cf. Sal 46,2), e Gesù stesso insegna ai discepoli a chiedere al Padre il pane quotidiano e la liberazione dal male. La fede cristiana non censura il bisogno umano di sicurezza, né considera sospetta la domanda di essere custoditi.
Il punto di svolta si trova altrove: tra il domandare e il pretendere, tra l’affidarsi alla protezione di Dio e il ritenere di poterla ottenere mediante un meccanismo religioso. La preghiera autentica rimane relazione anche quando supplica con insistenza; la superstizione, invece, tende a trasformare quella relazione in una procedura dalla quale attendersi un effetto determinato.
È precisamente questa ricerca di protezione che rende particolarmente interessante l’analisi antropologica di Ernesto de Martino. In Sud e magia, studiando soprattutto il mondo magico-religioso lucano, de Martino non riconduce semplicisticamente tali fenomeni all’ignoranza delle popolazioni che li custodiscono. Dietro fascinazione, fattura, pratiche protettive e rituali egli individua l’insicurezza della vita quotidiana, la potenza con cui il negativo irrompe nell’esistenza e la difficoltà di disporre di strumenti realmente efficaci per fronteggiare i momenti critici. La tecnica magico-rituale offre allora una forma di reintegrazione psicologica, permettendo alla persona di affrontare la crisi entro un orizzonte percepito come protetto.
Già nella prefazione dell’opera, de Martino riconosce come elemento unificante di fenomeni apparentemente molto differenti la ricerca di una protezione psicologica dinanzi alla forza del negativo nella vita quotidiana.
Questa prospettiva impedisce di affrontare la superstizione con sufficienza, come se bastasse opporre la razionalità all’ingenuità di chi conserva determinate credenze. Dietro molti comportamenti vi è una domanda che appartiene all’esperienza umana prima ancora che alla religione: come posso difendermi da ciò che non dipende da me?
La malattia, la perdita di una persona amata, l’incertezza del futuro, la precarietà economica, la paura che qualcosa possa accadere a chi amiamo sono esperienze nelle quali l’uomo avverte dolorosamente il limite del proprio potere. E proprio quando il futuro diventa opaco cresce la tentazione di cercare qualcosa che lo renda nuovamente prevedibile, o almeno sopportabile.
La fede cristiana incontra questa domanda, ma non vi risponde offrendo una tecnica capace di neutralizzare l’imprevisto.
Abramo lascia la propria terra «senza sapere dove andava» (Eb 11,8). Non possiede la strada; possiede una promessa. E nel Getsemani Cristo non nasconde la propria angoscia né rinuncia a chiedere che il calice passi da lui: «Padre mio, se è possibile, passi via da me questo calice». Ma la preghiera continua: «Però non come voglio io, ma come vuoi tu» (Mt 26,39).
Non è rassegnazione. E non è neppure fatalismo. È affidamento.
La differenza è sottile, ma decisiva. Il fatalismo considera gli eventi inevitabili e invita semplicemente a subirli; la fede cristiana, al contrario, continua a pregare, a chiedere, ad agire, a sperare. Ciò a cui rinuncia non è il desiderio, ma la pretesa di trasformare Dio nel garante automatico del proprio progetto.
Per questo la superstizione rappresenta una deformazione particolarmente delicata dell’esperienza religiosa: può conservare le parole della fede e tuttavia modificarne progressivamente la grammatica. Dio rimane nominato, ma rischia di non essere più incontrato come Colui al quale affidarsi; diventa, piuttosto, Colui dal quale ottenere una determinata protezione mediante determinati comportamenti.
Non per questo, tuttavia, bisogna guardare con sospetto alle forme concrete e sensibili della devozione. Sarebbe un errore opposto, e altrettanto grave, confondere la necessaria critica della superstizione con la svalutazione della pietà popolare.
Paolo VI, nell’Evangelii nuntiandi, tiene insieme precisamente queste due esigenze. Riconosce che la religiosità popolare può essere penetrata da deformazioni e superstizioni e può rimanere sul piano delle manifestazioni cultuali senza giungere a un’autentica adesione di fede. E tuttavia, quando è ben orientata ed evangelizzata, essa manifesta una profonda «sete di Dio», alimenta il senso della Provvidenza, della Croce e della presenza amorosa del Padre, e può generare autentici atteggiamenti di vita cristiana (Evangelii nuntiandi, 48).
Il Direttorio su pietà popolare e liturgia procede nella stessa direzione. La pietà popolare costituisce un patrimonio prezioso della vita ecclesiale e si esprime attraverso forme nelle quali il corpo stesso diventa linguaggio della fede: un pellegrinaggio, un cero acceso, il bacio di un’immagine, una medaglia portata con sé, un ex voto, un gesto compiuto davanti a un luogo ritenuto particolarmente significativo. Il problema non nasce dalla materialità di questi gesti, ma dal significato che viene loro attribuito. Quando viene meno la disposizione interiore che li orienta a Dio, essi possono impoverirsi fino a essere vissuti secondo una logica utilitaristica e, nei casi estremi, superstiziosa.
Non si tratta, allora, di liberare la fede dalla pietà popolare, quasi che il cristianesimo autentico dovesse essere soltanto interiore, razionale e privo di segni. Una simile concezione dimenticherebbe che al centro della fede cristiana sta l’Incarnazione: «Il Verbo si fece carne» (Gv 1,14). La fede cristiana passa anche attraverso la corporeità, le parole, i luoghi, i tempi, l’acqua, il pane, il vino, l’olio, i gesti.
Il discernimento riguarda piuttosto ciò che il segno significa nella coscienza di chi lo vive. Il segno cristiano rimanda oltre se stesso; non trattiene il sacro, ma conduce alla relazione. Non offre all’uomo il possesso di Dio, ma lo educa ad accoglierne la presenza.
L’Arca portata sul campo di battaglia torna allora a interrogarci con tutta la forza del racconto biblico. Israele poteva custodire il segno dell’Alleanza, ma non possedere il Signore dell’Alleanza. Poteva invocarne la presenza, ma non trasformarla nella certezza preventiva della vittoria.
Ed è forse questa una delle conversioni più difficili dell’esperienza religiosa: imparare che confidare in Dio non significa disporre di Dio.
Il confine tra fede e superstizione è dunque più sottile di quanto sembri. Prima di attraversare singole pratiche e di domandarci quali possano essere compatibili con la fede cristiana e quali ne rappresentino invece una deformazione, occorre riconoscere la domanda che precede molte di esse.
È la domanda di chi avverte la propria fragilità davanti a un futuro che non può governare e cerca qualcosa che gli permetta di sentirsi protetto.
Perché forse, prima ancora di chiederci in che cosa consiste la superstizione, dobbiamo comprendere perché l’uomo abbia così profondamente bisogno di essa.
Ed è da questo bisogno di protezione, e dalla paura che spesso lo accompagna, che occorrerà ripartire.
* referente della comunicazione Gris (Taranto)




