Da domani occhi puntati sull’Ilva, e Confapi annunzia altri 1.700 esuberi
Si apre una settimana importante, forse decisiva, per i destini dell’Ilva, ma in una situazione di totale confusione. Domani 8 settembre si svolgerà il doppio incontro a Palazzo Chigi del governo con imprese e sindacati, mentre dopodomani, 9 settembre, è fissata l’udienza della corte d’appello di Milano per discutere le due richieste di sospensiva della sentenza con cui la stessa corte, in diversa composizione, ha ordinato la chiusura dell’area a caldo entro novanta giorni. Intanto i numeri dei lavoratori dell’appalto che rischiano di perdere il posto continuano a salire. Ai 2.500 facenti capo alle 28 aziende iscritte all’Aigi, se ne aggiungono – per il momento – altri 1.700 (tra licenziamenti e cassa), dalle 52 iscritte alla Confapi.
Provvedimenti che i sindacati hanno contestato con decisioni in una recente conferenza stampa e che porranno anche al centro dell’incontro di Palazzo Chigi.
Il doppio incontro del governo avrebbe lo scopo, secondo alcune fonti tutte da verificare, di anticipare volutamente l’udienza di Milano per segnalare, intanto, la propria disponibilità a intervenire immediatamente, in caso di concessione della sospensiva, con una serie di provvedimenti che, da un lato consentano la sopravvivenza dell’area a caldo in vista della vendita esclusivamente orientata alla decarbonizzazione, dall’altro blocchino licenziamenti in massa, sia dall’azienda che dall’indotto. Proprio per l’indotto sarebbero adottate misure finanziare specifiche per far fronte alla grave esposizione dell’Ilva nei loro confronti. Ma si tratta comunque di un’azione tardiva e dai contorni piuttosto fumosi, sebbene la stessa Giorgia Meloni abbia sostenuto che il governo miri alla continuità produttiva, ma senza specificare cosa esattamente indenta. Anzi, va sottolineato che a detta del ministro Urso, che lo ha dichiarato recentemente, la responsabilità della mancata soluzione della vicenda Ilva va attribuita agli enti locali. Volendo forse segnalare le prese di posizione del Comune per la chiusura e per la netta contrarietà al rigassificatore, vicenda che resta aperta in prospettiva della reale costruzione del forni elettrici.
Ma la situazione resta molto complessa, mentre i numeri dei candidati all’acquisto dell’azienda ballano tra i 3 e gli 8, e tra questi va annoverato anche il gruppo di imprese locali in via di costituzione su sollecitazione dell’imprenditore e presidente della Camera di commercio Enzo Cesario, e mentre dalla Germania arrivano le notizie della prossima dismissione dello stabilimento di Duisburg da parte di Arcelor-Mittal, nostra vecchia conoscenza, che lo ritiene ormai in perdita secca e che ha anche deciso di restituire 1,5 miliardi di incentivi.
Ad auspicare, intanto, la sospensione del decreto da parte della corte d’appello interviene il presidente Confapi Taranto che, all’interno di una lunga disamina della situazione, chiarisce i numeri delle immediate conseguenze occupazionali per le 52 aziende dell’indotto iscritte all’associazione datoriale. “La sezione Unionmeccanica e Trasporti – chiarisce il presidente Fabio Greco – ha iscritte 52 aziende con 2.653 unità lavorative di cui 523 sono state dichiarate non allocabili e quindi, in accordo con i sindacati, ci sarà un incontro per definire le procedure di licenziamento collettivo. Nell’arco del 2.026 per circa il 50% dei dipendenti sarà avanzata richiesta di attivare la cassa integrazione. Dunque con un incremento totale di circa 1.700 unità lavorative fra licenziamenti e cassa. Questo solo per quanto attesta il comparto metalmeccanico e trasporti di Confapi Taranto. E, si badi bene, si tratta di numeri e dati che aumenterebbero su base nazionale.”
“Leggiamo che si deve trovare un modo per “disinnescare la bomba sociale” – scrive Greco nel suo comunicato – la cui miccia sta bruciando sempre più velocemente, ma ci domandiamo come. Ma soprattutto lo dichiariamo da tempo che si sarebbe arrivati a questo epilogo. Le colpe non possono essere ricercate all’interno dell’indotto, né tanto meno i nostri collaboratori dovranno essere i capri espiatori. Serve una condivisione d’intenti adesso, subito. Altrimenti occorrerà ricercare le colpe di un disastro preannunciato altrove. Le aziende ad oggi restano in attesa di conoscere come la direzione intenda procedere con le attività correnti e future. Ma finora non si è registrata alcuna risposta senza contare che al momento bisogna attivare le casse integrazioni straordinarie per le imprese. Allora come si pensa di salvaguardare l’indotto?”
“I primi segnali si stanno avendo con le decisioni delle aziende dell’indotto che stanno firmando le lettere di licenziamento e di richiesta di ammortizzatori sociali per i loro dipendenti. Il conto alla rovescia ha avuto inizio e le possibilità di interromperlo sono ormai risicatissime”.
“Quando ci ha convocati a Roma, il ministro ha fatto intendere che da parte nostra non c’è mai stata quella collaborazione che veniva auspicata, ma questo non risponde al vero: noi ci siamo sempre stati. Semmai è il Governo che deve fare i suoi passi e mantenere le promesse. A Taranto serve produrre con forni elettrici. Alternative non sembrano essercene. Oppure, qualora si dovesse procedere alla chiusura dello stabilimento, il Governo dica come gestirà la bonifica della fabbrica. E detti la linea. Che ad oggi non sembra esser stata nemmeno ipotizzata.”




