Sette volte nel Giordano
Rito, parola ed efficacia tra fede e tecnica del sacro
Sette volte.
È quanto Eliseo chiede a Naamàn: scendere nel Giordano e immergersi sette volte.
Se la superstizione dipendesse semplicemente dalla presenza di un gesto preciso, di una materia determinata o di un numero stabilito, il racconto di 2Re 5 ci porrebbe immediatamente in difficoltà. La Scrittura stessa conosce azioni rituali, tempi, luoghi e numeri definiti. E, nel caso di Naamàn, al gesto segue realmente un effetto: egli «scese e si immerse nel Giordano sette volte, secondo la parola dell’uomo di Dio» e fu guarito (2Re 5,14).
La questione deve allora essere formulata in termini più rigorosi: che cosa distingue un rito accolto nella fede da una tecnica religiosa concepita per produrre un effetto?
Naamàn giunge da Eliseo con una propria rappresentazione di ciò che dovrebbe accadere. Immagina che il profeta esca, invochi il nome del Signore e compia sulla parte malata un gesto capace di liberarlo dalla lebbra. Quando riceve invece l’ordine di lavarsi nel Giordano, reagisce con irritazione: «Forse l’Abana e il Parpar, fiumi di Damasco, non sono migliori di tutte le acque d’Israele?» (2Re 5,12).
La sua obiezione sarebbe coerente se l’efficacia dipendesse dalle proprietà del mezzo. Se fosse l’acqua, in quanto acqua, a guarire, sarebbe ragionevole scegliere quella ritenuta migliore. Il testo biblico conduce invece altrove. Naamàn viene guarito «secondo la parola dell’uomo di Dio». Il Giordano non possiede in se stesso una virtù terapeutico-sacrale, così come il numero sette non contiene una quantità autonoma di potere. Il gesto riceve significato da una parola che lo precede e alla quale Naamàn è chiamato a rispondere. È precisamente nella relazione tra parola, gesto ed efficacia che emerge uno dei nodi fondamentali della ritualità cristiana.
Il cristianesimo, infatti, non è una religione senza rito. La sua struttura sacramentale impedisce di ridurre la fede a un’esperienza esclusivamente interiore. Acqua, pane, vino, olio, imposizione delle mani, parole pronunciate e gesti corporei appartengono all’economia cristiana del segno.
Sant’Agostino, commentando il Vangelo di Giovanni, formula un’espressione divenuta classica nella riflessione sacramentaria: accedit verbum ad elementum et fit sacramentum — la parola si unisce all’elemento e nasce il sacramento (In Ioannis Evangelium Tractatus, 80, 3).
La formula non indica una semplice giustapposizione di materia e parola. L’elemento sensibile viene assunto all’interno di un’azione nella quale riceve un significato che non possiede autonomamente. Per questo lo stesso gesto materiale può appartenere a ordini profondamente differenti: immergersi nell’acqua può essere un atto ordinario, terapeutico, simbolico oppure sacramentale. La differenza non risiede nella materia, ma nell’economia di significato e di azione entro la quale essa viene assunta.
Da qui deriva anche un secondo elemento essenziale: la ritualità cristiana non nasce dalla disponibilità dell’operatore. Riceve dalla Chiesa la propria forma e, più radicalmente, riceve da Cristo il Mistero che celebra.
Ciò non significa negare lo sviluppo storico della liturgia o la pluralità dei riti, ma riconoscere che la Chiesa non considera il sacramento come una realtà della quale possa disporre arbitrariamente. La precisione rituale, quindi, non coincide con il tecnicismo. La forma non viene custodita perché una variazione interromperebbe un meccanismo occulto, ma perché il ministro non è proprietario dell’azione sacramentale. La fedeltà al rito esprime anzitutto una fedeltà ecclesiale.
Sacrosanctum Concilium conduce questa affermazione al suo fondamento cristologico quando insegna che Cristo è presente nei sacramenti «al punto che quando uno battezza è Cristo stesso che battezza» (SC 7).
Il soggetto ultimo dell’azione sacramentale non è dunque colui che possiede una tecnica rituale, ma Cristo che agisce nella Chiesa.
A questo punto sorge però una difficoltà inevitabile: se il sacramento produce realmente un effetto, in che cosa la sua efficacia differisce da quella attribuita a una tecnica?
La riflessione di Tommaso d’Aquino consente di precisare il problema. Per l’Aquinate i sacramenti della Nuova Legge non sono soltanto segni che rimandano alla grazia. Essi possiedono una vera causalità. Tuttavia Dio è causa principale della grazia, mentre il sacramento opera come causa strumentale (Summa Theologiae, III, q. 62, a. 1).
Lo strumento concorre realmente alla produzione dell’effetto, ma non possiede in se stesso il principio della propria efficacia. Questa distinzione impedisce tanto una comprensione puramente simbolica quanto una lettura magico-meccanica del sacramento.
L’acqua battesimale non contiene la grazia come una sostanza possiede una proprietà fisica; la formula sacramentale non attiva una forza impersonale; il ministro non mette in moto il divino. L’efficacia è reale, ma la sua sorgente rimane l’azione di Dio.
Anche la dottrina dell’ex opere operato deve essere compresa in questa prospettiva. Il Catechismo insegna che i sacramenti sono efficaci perché in essi agisce Cristo e distingue tale efficacia dalla sua fruttuosità nel soggetto, legata anche alle disposizioni di chi li riceve (CCC 1127-1128). L’ex opere operato non descrive quindi un automatismo sacrale, ma l’anteriorità dell’azione di Cristo rispetto alla capacità dell’uomo di produrre la grazia.
La stessa distinzione aiuta a comprendere il problema della ripetizione rituale.
Naamàn si immerge sette volte. La tradizione cristiana conosce tridui, novene, rosari, litanie e formule ripetute. Gesù stesso, nel Getsemani, torna a pregare pronunciando nuovamente le medesime parole (Mt 26,44). La ripetizione non costituisce dunque, in se stessa, un criterio sufficiente per distinguere la preghiera da una mentalità magica.
La questione riguarda la funzione che le viene attribuita.
Un numero può possedere una valenza simbolica, temporale e formativa: struttura un tempo, custodisce una memoria, introduce nella perseveranza. Può invece essere concepito come una quantità causalmente necessaria, quasi che il raggiungimento del numero previsto dovesse determinare l’esito atteso.
Una novena organizza nove giorni di preghiera; non accumula nove unità di efficacia spirituale.
La ripetizione consente alla parola di essere interiorizzata e al desiderio di maturare. L’uomo ha bisogno di memoria, corporeità, ritmo e durata. Da questo punto di vista si può formulare una distinzione particolarmente significativa: nella preghiera cristiana la ripetizione forma progressivamente il soggetto; in una concezione magica tende invece a determinare l’oggetto desiderato.
La forma esterna può coincidere. La teologia implicita è diversa. La liturgia cristiana dispone inoltre di una categoria ancora più profonda per comprendere questa dinamica: l’anamnesi.
«Fate questo in memoria di me» non significa riprodurre una procedura affinché il medesimo effetto venga nuovamente generato. Nell’Eucaristia, la Chiesa celebra sacramentalmente l’unico evento pasquale di Cristo e ne accoglie la presenza nell’oggi della comunità credente.
La ripetizione liturgica non moltiplica la Pasqua. È la Pasqua, compiuta una volta per tutte, a fondare ogni celebrazione. Non è dunque il rito ripetuto a originare l’evento salvifico; è l’evento salvifico a rendere possibile e intelligibile il rito.
La liturgia non costituisce quindi un procedimento produttivo, ma la memoria efficace di un dono che la precede.
Questo permette di comprendere anche un altro aspetto: la liturgia non è ordinata soltanto all’ottenimento di un effetto, ma forma il soggetto credente. Parole ricevute, tempi, silenzi, posture, ascolto e ripetizioni educano progressivamente un determinato modo di stare davanti a Dio.
Il rito esercita, in questo senso, anche una disciplina del desiderio.
Non tutto ciò che l’uomo desidera può essere trasformato in una procedura religiosa destinata a garantirne il compimento. La preghiera conosce l’attesa, il silenzio e persino l’esperienza del mancato esaudimento senza cessare per questo di essere relazione.
La Commissione teologica internazionale, nel documento La reciprocità tra fede e sacramenti nell’economia sacramentale (2020), insiste sulla struttura fondamentalmente dialogica dell’economia sacramentale e mette in guardia dal rischio di un «ritualismo privo di fede». La categoria della dialogicità è decisiva: una tecnica viene applicata; una relazione implica invece alterità, ascolto e risposta. È a questo punto che il racconto di Naamàn mostra tutta la propria profondità.
Dopo la guarigione, egli torna da Eliseo e proclama: «Ora so che non c’è Dio su tutta la terra se non in Israele» (2Re 5,15).
Il vertice del racconto non coincide quindi con la semplice riuscita di un procedimento terapeutico. La guarigione conduce al riconoscimento di Dio. Il segno ha oltrepassato se stesso.
Una tecnica può essere valutata interamente in base al risultato che produce. Il rito biblico, invece, non si esaurisce nell’effetto immediato: il suo orizzonte è la relazione con Dio.
Naamàn non esce dal Giordano soltanto con una carne risanata, ma con una diversa comprensione dell’origine della propria salvezza.
Il confine, allora, non coincide semplicemente con la presenza di una forma precisa, di una materia, di un numero o di una ripetizione. E neppure, nel caso dei sacramenti, con l’affermazione di una reale efficacia.
Il problema emerge quando muta la grammatica dell’azione religiosa.
La parola ricevuta può diventare formula utilizzata; il numero che struttura il tempo della preghiera può essere investito di una causalità che non possiede; la forma destinata a custodire un dono può trasformarsi in una procedura da cui attendere necessariamente un risultato; l’efficacia riconosciuta come proveniente da Dio può essere reinterpretata come proprietà disponibile del rito.
La distinzione più feconda non sembra essere, allora, quella tra rito e fede, ma tra rito ricevuto e tecnica posseduta.
Le sette immersioni di Naamàn non consegnano al lettore né il segreto di un numero sacro né la proprietà prodigiosa di un’acqua. Conservano invece una provocazione più radicale: Naamàn deve abbandonare il rito che aveva già immaginato per accogliere un gesto il cui significato non stabilisce lui.
La fede comincia precisamente dentro questa sproporzione: non nella scoperta del meccanismo attraverso cui il sacro dovrebbe funzionare, ma nel riconoscimento di un’iniziativa che precede l’uomo e non può essere ridotta a tecnica.
E proprio qui si apre una questione ulteriore: ciò che può accadere a un rito può accadere anche a un oggetto religioso. Un rosario, una medaglia, una reliquia o dell’acqua benedetta appartengono a una precisa grammatica della fede. Ma che cosa accade quando l’oggetto non viene più compreso a partire dal Mistero a cui rimanda e gli viene attribuita un’efficacia propria?
La questione non riguarda soltanto un uso improprio. Riguarda un passaggio più profondo: dal segno al potere. Ed è proprio lì che si apre il confine teologico tra sacramentale e amuleto.
* referente della comunicazione Gris (Taranto)




