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Se questa è giustizia …

Reuters/Avvenire
06 Ott 2026

di Emanuele Carrieri

Negli Stati Uniti, il giorno della esecuzione della sua condanna a morte, Christa Pike non è morta. Ha scontato però un’altra pena, non stabilita da un tribunale: è sopravvissuta a due iniezioni letali che avrebbero dovuto ucciderla. È ricoverata, con possibili danni cerebrali, è incosciente, ed è attaccata a un respiratore. Dire che si è trattato di una esecuzione riuscita male sarebbe superficiale e riduttivo. Prima di tutto perché non è un caso isolato: dal 2000 a oggi sono almeno quindici i casi in cui sono documentate negli Stati Uniti le “difficoltà” associate a questo metodo di esecuzione. Ma questo caso causa dilemmi giuridici, e innanzitutto etici, non secondari. Che cosa accade quando la risposta di uno stato a un omicidio diventa una altra uccisione, organizzata e prevista dalla legge? La domanda alla quale non c’è una risposta è: esiste una condanna a morte “giusta”? Il punto è rifiutare tale scelta a priori. Non si può ammettere un qualcosa che dovrebbe essere negato: che uno stato possa uccidere. Uno stato dovrebbe dimostrare di essere capace di interrompere la spirale della violenza. Se non lo fa, va in contraddizione con i principi che afferma di rispettare. E come può uno stato che accetta il diritto alla vita come principio fondamentale prevedere e consentire la soppressione volontaria e organizzata di una vita? Come possono gli Stati Uniti, parte del Patto internazionale sui diritti civili e politici, continuare ancora a ricorrere alla pena capitale? Patto che riconosce il diritto alla vita e che vieta la tortura e i trattamenti o le pene crudeli, inumani o degradanti. Nel 2022 un gruppo di consulenti indipendenti delle Nazioni Unite sui temi della tortura e delle esecuzioni delle pene ha ribadito che l’abolizione della condanna a morte rappresenta il passaggio compatibile con l’impegno degli Stati al rispetto dei diritti umani, sottolineando, inoltre, come alcuni procedimenti di esecuzione sono indubitabilmente incompatibili con il divieto di tortura e maltrattamenti a causa delle sofferenze provocate. Per decenni l’iniezione letale è stata esibita come il volto moderno, e quasi clinico, della pena capitale. Niente gas, niente spari, niente garrota, niente ghigliottina, niente corde, niente sedie elettriche. Una iniezione, qualche minuto e infine il sonno della morte. Una modalità di esecuzione presentata come “ordinata”, quasi a non farla apparire per quello che è: l’uccisione deliberata di un essere umano. Il caso di Christa Pike ha rispolverato tale contraddizione. Ora si discute di dosaggi delle sostanze letali, dei protocolli, degli accessi alle vene, della qualità dei farmaci utilizzati, degli obblighi e delle responsabilità degli esecutori e delle procedure che ora è impellente modificare. Ma quanto deve essere perfezionata una macchina di morte affinché la sua esistenza diventi moralmente accettabile? Per chi crede inviolabile il diritto alla vita, la risposta è una sola: non esiste un livello adeguato di perfezionamento. E il livello della civiltà di una società non si determina sulla base delle tecniche utilizzate per violare diritti umani considerati naturali e universali, primo fra tutti quello alla vita, ma pure sulla base di ciò che decide di non fare. La differenza fra una società fondata sulla violenza e una società fondata sul diritto sta anche nella capacità di rinunciare a ciò che alcune leggi, vecchie, superate e obsolete, consentono ancora di fare. Se l’ergastolo – e ancor più l’ergastolo ostativo, che esclude benefici penitenziari e misure alternative al carcere per i condannati di reati gravi – è una resa dello stato alla finalità redentiva, riabilitativa e rieducativa, la pena capitale fa un qualcosa di diverso e cioè afferma che lo stato può negare a una persona il diritto alla vita. La pena di morte non rappresenta una forma di giustizia, è una violenza esercitata dallo stato attraverso la legge. Nessun protocollo, nessuna flebo, nessun farmaco letale possono rendere ammissibile tutto ciò. Christa Pike non è morta. È in ospedale, è incosciente e intubata. Così una istituzione dello stato ha ricevuto il compito di fermare per sempre il suo cuore e un’altra istituzione di quello stesso stato il compito di continuare a farlo battere. L’aspetto grottesco è che nessuno, in tutta questa storia, sta venendo meno al proprio dovere, perché l’irrazionalità non deriva da un errore del sistema, ma dal suo funzionamento. E poiché una esecuzione fallita non annulla la condanna a morte, se Christa Pike sopravviverà lo Stato potrà, perlomeno in linea di principio, tentare di ucciderla di nuovo. È difficile immaginare un paradosso più disumano: investire energie, competenze, capitali e capacità intellettive per sottrarre una persona alla morte, e poi riuscito il prodigio, salvaguardarsi il diritto di provocarla di nuovo. L’umanità ha impiegato millenni per imparare a salvare una vita, ha fatto passi mastodontici nel campo della ricerca scientifica, ha reso possibili i trapianti multipli di organi, ha rincorso la scoperta di vaccini per salvare il maggior numero possibile di esseri umani dal covid, ha costruito edifici pieni di persone che lavorano, sette giorni su sette e ventiquattro ore al giorno, contro la morte, e poi c’è chi continua, nello stesso tempo, a costruire stanze nelle quali altre persone hanno il compito opposto. Gli Stati Uniti hanno, per primi, hanno fatto sbarcare gli astronauti sulla luna e proprio per questo è ancora più incomprensibile che una parte di quel paese difenda e mantenga una pratica che appartiene alla convinzione più preistorica della giustizia, quella in base alla quale al sangue si risponde con altro sangue. Si può anche chiamare esecuzione capitale, pena di morte, applicazione di un verdetto, si può anche infiorarla di giurati, magistrati, protocolli, formule giuridiche, ma le parole servono a rendere meno insopportabile ciò che si vede: un essere umano immobilizzato, come un Cristo alla croce, e altri esseri umani che cercano di farlo morire. E, se non ci riescono, lo curano, lo salvano e, forse, ricominciano. Ma la giustizia non imita mai, o meglio, non dovrebbe imitare mai, il male che condanna.

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