La Cassazione conferma la chiusura definitiva dell’area a caldo dell’Ilva
Lo stop dell’area a caldo dell’Ilva è definitivo. Ci sono volute 70 pagine ai giudici delle varie sezioni della Cassazione, che avevano tenuto udienza lo scorso 20 ottobre, per spiegare perché andavano rigettati i ricorsi straordinari presentati dall’azienda AdI in AS e dall’Ilva in AS contro la sentenza della corte d’appello di Milano. Con un’esame particolarmente dettagliato, la Corte ha rigettato tutti motivi avanzati dalle due società, sia sotto il profilo della competenza della giustizia ordinaria in materia di disapplicazione dell’Autorizzazione integrata ambientale, che secondo l’azienda sarebbe spettata alla giustizia amministrativa e non a quella ordinaria, che nel merito delle questioni sollevate dalle associazioni ambientaliste nell’azione inibitoria collettiva e accolte dalla Corte d’appello di Milano: confermata, in particolare, la pericolosità attuale delle 2.140 tonnellate di amianto presenti nei cowpers degli altiforni, e in questo caso non è stata tenuta in considerazione la posizione dubitativa espressa dal procuratore generale. I giudici hanno sostenuto, poi, che è perfino superfluo discutere la questione delle emissioni di polveri sottili dai camini.
Toccherà ora ai commissari straordinari di Acciaierie d’Italia in as, gestore dello stabilimento, spegnere definitivamente entro lunedì prossimo, gli impianti dell’ultimo altoforno ancora in funzione, che erano stati posti in preriscaldo, cioè in una condizione di stand-by, condizione che avrebbe consentito un’eventuale ripartenza senza danni, qualora la Cassazione avesse cancellato l’ordine dei giudici milanesi. Stando a quanto scrivono i giudici nel lungo e dettagliato provvedimento, in linea teorica il siderurgico potrebbe ricominciare a produrre qualora venissero risolti e superati tutti i problemi che hanno portato all’inibitoria, ma si tratta solo di pura teoria: impossibile porre rimedio, anche in tempo medi, a problemi che sono trascurati da anni. E nella prospettiva ormai inevitabile del passaggio ai forni elettrici.
In sostanza, la Corte di cassazione ha confermato la tesi che ha portato la corte d’assise a sancire e ribadire per altre due volte, la superiorità della salvaguardia della salute pubblica rispetto alle ragioni della produzione e anche all’occupazione che ad essa è legata.
Alla luce di questa ultima sentenza, prende nuovo significato il confronto avviato martedì scorso con la presidenza del Consiglio, essendo venuta a cadere una delle variabili fondamentali, relative al mantenimento in funzione, pure ai minimi termini, del ciclo integrale dell’acciaio, che ora chiude definitivamente, imponendo di passare definitivamente a un nuovo capitolo.
Occorrerà, quindi, riaprire la partita occupazionale e industriale che riguarda complessivamente circa 20mila lavoratori (e la loro famiglie), compresi quelli dell’indotto, che proprio ieri hanno visto un nuovo ricorso alla cassa integrazione per altri 200 dipendenti, del gruppo.
I commenti
Naturalmente ora tutti i commenti sono improntati a sottolineare la necessità di provvedere con urgenza a pianificare la decarbonizzazione, la diversificazione produttiva e le misure necessarie a salvaguardare il reddito dei lavoratori.
Il sindaco Bitetti dichiara, in una sua nota: “Nessuno si salva da solo, né chi giustamente rivendica condizioni ambientali e sanitarie adeguate, né chi lotta per un salario dignitoso. Abbiamo detto più volte che la città non può essere lasciata da sola: per chi ha responsabilità in tal senso, è arrivato il momento di dimostrarlo con i fatti”.
La Fiom nazionale, attraverso la dichiarazione di Scarpa sottolinea: “La sentenza impone un’accelerazione del piano condiviso con il Governo e i commissari straordinari a Palazzo Chigi grazie alla lotta dei lavoratori”, ed è altrettanto necessario che il Governo “riconvochi il tavolo per condividere il percorso di attuazione del verbale del 27 ottobre scorso”, in particolare su: definizione del piano industriale, individuazione del soggetto industriale, realizzazione del piano sociale per garantire salario e occupazione per tutti.
Uliano e D’Alò della Fim ritengono ora “indispensabile individuare un percorso sostenibile e responsabile, a partire da un ruolo centrale dello Stato nella difesa di questo asset strategico per il settore industriale” e fanno appello a a tutte le istituzioni perché si uniscano nella costruzione di un futuro industriale.



