Il bisogno di riferimenti condivisi
Le immagini dei cortei, delle contestazioni e delle manifestazioni delle ultime settimane in parecchi paesi dell’Europa occidentale, meridionale e centrale, pretendono una riflessione che va al di là della cronaca. Su che cosa si regge una comunità? E quanto può resistere una comunità nella quale le regole vengono contestate, nella quale il potere esecutivo attacca il potere giudiziario e nella quale qualsivoglia limitazione di potere viene interpretato come un bastone fra le ruote? E che cosa succede quando chi infrange le regole sembra non riconoscere più alcun principio superiore al proprio desiderio, alla propria aspirazione? Per dare risposte a tali interrogativi, è indispensabile tornare a una domanda ancora più indispensabile: che cosa è una comunità? La Politica di Aristotele contiene la nota definizione dell’uomo quale “animale politico” e, perciò, portato a unirsi ai propri simili per formare una comunità. Gli esseri umani non sono individui autosufficienti che, per sorte, condividono un luogo, ma persone che, tramite relazioni, legami e forme di vita aggregata, realizzano la propria natura. La città ha origine nella famiglia, si amplia attraverso l’unione delle famiglie e delle comunità e trova il proprio fine nel bene comune. Quindi, la città non è solamente un insieme di individui: è una comunità di persone che condividono storia, valori, responsabilità, talenti e destino. Ma, in questo tempo, le città sono diventate agglomerati urbani. Madrid, Parigi, Milano sono considerate grandi comunità, ma quanto sono davvero unite da un’identità condivisa? Quanto sono luoghi di appartenenza e quanto, piuttosto, luoghi nei quali individui diversi convivono senza riconoscersi vicendevolmente? Una città può essere densamente popolata e, allo stesso tempo, profondamente disgregata: può avere milioni di abitanti, ma non essere una comunità. Quando vengono meno i legami, la fiducia e il senso del bene comune, la città rischia di trasformarsi in una somma di interessi antitetici. E una società nella quale ciascuno riconosce soltanto i propri diritti, senza sentirsi responsabile degli altri, diventa irreparabilmente più fragile. Per secoli, in Europa, la coscienza collettiva ha trovato la propria sorgente di vita innanzi tutto nelle civiltà ellenica e latina e poi nelle radici cristiane e nei valori religiosi. Il criterio del dovere, il rispetto della parola data, la dignità della persona, la solidarietà, il sacrificio e la distinzione fra bene e male hanno contribuito a costruire un patrimonio morale che va al di là della pratica religiosa. Ecco: una civiltà ha bisogno di riferimenti condivisi. Nell’epoca attuale, invece, tali valori sono spesso considerati superati, mentre ogni limitazione è sospettata di essere una imposizione e ogni potere costituito un’irregolarità. Una persona non dovrebbe trattenersi dal rubare perché teme di essere punita, ma perché riconosce principi che valgono perfino quando non convengono. Quando viene meno questa disciplina interiore, nessun codice penale può colmare totalmente il vuoto. Ma c’è un aspetto molto preoccupante: alle volte sono proprio gli eredi di questo filone culturale a vergognarsi della propria storia. E una società che non ha più fiducia nella propria storia rischia di non riuscire a testimoniare i propri valori neanche a chi arriva da altre civiltà, da altre culture. L’integrazione non è solo la semplice convivenza nello stesso luogo: è significativo il caso di una donna di Taranto – ora ormai più che ottuagenaria, emigrata in Francia negli anni sessanta – che tuttora non capisce e non dice una sola parola in lingua francese. Non è identico alla dinamica che vive la comunità dell’estremo Oriente a Prato, in Toscana, noto distretto industriale tessile, del pronto moda e delle confezioni? Moltissimi giovani con origini straniere studiano, lavorano e partecipano del tutto alla vita delle comunità. È ingiusto identificarli come nemici ma è ugualmente sbagliato rinunciare a discutere delle difficoltà di integrazione quando affiorano. Una società che non ha fiducia nella propria storia rischia di non testimoniare i propri valori a chi proviene da altre civiltà, da altre culture. Non si può chiedere agli altri di riconoscere una identità che proprio noi abbiamo smesso di considerare degna di essere propagata. In ciò, si trova il valore dei piccoli centri abitati, che sono un ritaglio fondamentale della storia e della identità del Paese: sono la resistenza valoriale reale, perché custodiscono quello che fa di una società qualcosa di più di una somma di individui. Nelle piccole comunità ci sono ancora relazioni, memoria, reputazione e responsabilità reciproche, dato che la comunità è una rete di persone che si conoscono, si danno una mano fra loro, concretizzano la solidarietà, condividono una appartenenza. E una comunità davvero solida può essere aperta davvero, perché sa chi è e quali valori vuole testimoniare. Perché la città non è semplicemente un luogo nel quale si abita, ma una comunità nella quale si impara a vivere insieme. Nel lontano 1957 questo affermava Giorgio La Pira nel saggio “Le città sono vive”: “Le città hanno una loro vita e un loro essere autonomi, profondi e misteriosi. Hanno un loro volto caratteristico e una loro anima e un loro destino. Non sono occasionali mucchi di pietre, ma sono le misteriose abitazioni di uomini e le misteriose abitazioni di Dio. Non sono cose nostre di cui si possa disporre a piacimento. Sono cose delle generazioni venture delle quali nessuno può violare il diritto e l’attesa”. Parole pesanti come i macigni, profonde come gli abissi, spesse come le montagne. Sulle quali riflettere a lungo.



