L’omelia dell’arcivescovo Ciro Miniero per la commemorazione dei defunti
Riportiamo l’omelia pronunciata dall’arcivescovo mons. Ciro Miniero per la celebrazione eucaristica dí commemorazione dei defunti:
Cari fratelli e sorelle,
oggi celebriamo il Giorno dei morti… giorno della vita! E per quanto questo possa apparire paradossale è proprio quello che ci propone la liturgia. Oggi noi siamo venuti a rendere omaggio ai nostri cari, con gesti di pietà, con preghiere, ricordi. Non possiamo ignorare la morte, nasconderla, cancellarla dal nostro orizzonte. Ammettiamo la sua presenza, la sensazione di vuoto e di oscurità che provoca in ognuno di noi. Come anche lo smarrimento e le lacerazioni che produce quando ci strappa persone care, interrompendo il legame di amicizia, di consuetudine e di affetto che ci univa a loro.
La morte, diciamolo francamente, ci spaventa! Ci spaventa il buio che sembra ingoiarci quando essa si presenta. Ci spaventano i modi più diversi in cui arriva: repentina e brutale, oppure dopo un percorso estenuante di dolore e di sofferenza, una situazione spesso altalenante tra possibilità di guarigione e ricadute terribili.
Questo giorno evoca la nostraesperienza della morte: la morte degli altri e quella, altrettanto sicura, che attende ognuno di noi. Eppure lo scopo di questo giorno non è quello di gettarci nel terrore, di convincerci con la paura. No! La liturgia ci conduce ad affrontare la morte per scoprire il senso della vita, la forza della vita. Non per un insopprimibile bisogno di sperare, in qualsiasi cosa e in qualunque modo. «Qualcosa ci deve pur essere, dopo» – spesso sentiamo dire in occasione di un funerale, ma non è questa la speranza cristiana. Essa non è generica: ha un nome e un volto. Il nome di Gesù Cristo. Il suo volto sfigurato dalla morte, sulla croce, e trasfigurato dalla risurrezione.

Ebbene oggi noi riscopriamoche la morte è stata combattuta e vinta una volta per tutte. Combattuta dal Cristo a mani nude, totalmente disarmato, con la sola forza dell’amore e vinta proprio quando essa si illudeva di averlo in mano sua. Combattuta e vinta da chi si impegna a vivere i valori del Regno che Cristo oggi ci ha ricordato nel Vangelo delle Beatitudini. Che cosa c’è di più evidente di quella grossa pietra che vola via dal sepolcro, di quel macigno destinato a ostruire per sempre il passaggio alla vita che viene invece tolto via per far uscire il Signore Risorto? Che cosa c’è di più evidente dell’amore, che testimoniato da tanti uomini e donne di buona volontà, libera dalla solitudine, dall’inimicizia, dalla povertà, dall’ingiustizia…? Che cosa c’è di più evidente di chi offre la sua vita per il bene dei fratelli, sull’esempio di Gesù che è morto e risorto per tutti noi?
È così che si accende in noiuna fiamma nuova. Una fiamma che porta luce e rischiara le tenebre, anche quelle, spesse, della morte. Oggi la liturgia ci parla della morte, ma per farci scoprire la vita! Ci mette davanti al potere della morte, per farci considerare la sua sconfitta ad opera del Cristo, crocifisso e risorto. E mentre ridesta la speranza, fa sgorgare in noi il sentimento della gratitudine. Gratitudine per coloro che la morte ci ha strappati; gratitudine per Colui che radunerà tutti nel suo cuore per entrare insieme in una vita che ha i connotati dell’eternità.



