Tracce

Il sentiero impervio e ripido di una tregua

Una immagine della devastazione a Irpin, 3 aprile 2022. ANSA/Tpyxa EDITORIAL USE ONLY NO SALES
19 Apr 2022

di Emanuele Carrieri

Dinanzi alla devastazione senza limiti di una guerra senza freni, una momentanea interruzione delle ostilità, per sospendere ogni azione aggressiva, è divenuta l’urgenza dominante, che turba la coscienza umanitaria del mondo. L’opinione, la posizione di papa Francesco è chiarissima: nessunissima confusione fra aggredito e aggressore, le cui responsabilità sono certissime. Ma l’urgenza della pace di porre fine a distruzioni continue e massacri quotidiani impone di “andare oltre”, avviando subito dei negoziati di pace, senza se e senza ma. È inutile nasconderselo: le parole del Papa non sono unanimemente condivise. La posizione dell’Europa non è per nulla unanime. Da un lato, Francia, Germania e Italia che sostengono l’Ucraina, compreso l’invio di armi, ma che finalizzano la propria azione all’attuazione di un rapido cessate il fuoco. Un altro fronte europeo, vicino ai confini orientali, sostiene non solo un ampio ed esteso supporto all’Ucraina, ma richiede all’Europa di “andare fino in fondo”, che non significa la vittoria, ma il ritorno della Russia nei confini pre-guerra. L’Ucraina medesima è su questa posizione: la pace sì, ma si ritorni allo status pre-guerra con il regresso della Russia nei precedenti confini. Per la regione del Donbass, il governo di Kiev è pronto a riconoscere uno status di estesa autonomia e, per sé stessa, l’Ucraina pronostica una posizione geopolitica di neutralità garantita da terzi superpartes. La posizione degli Usa – ma anche della Gran Bretagna – è nettamente diversa, rappresentando un “angolo” rispetto a un percorso lineare dei negoziati di pace. A ciò si aggiunga che l’Ucraina, per effetto di motivazioni ideali, ma, innanzitutto, per un sostegno militare molto concreto nella sua guerra, è probabilmente in linea con la posizione degli Usa. In altre parole, la pace si avrà solo con l’esplicito consenso degli Stati Uniti. Gli Usa attribuiscono alla Russia almeno due grandi responsabilità, senza calcolare quelle associate ad atti di criminalità bellica. La prima è quella di aver aggredito uno stato indipendente, per il semplice motivo che l’Ucraina aveva ipotizzato una sua futura ubicazione nell’ambito dell’alleanza occidentale, innanzitutto per i suoi valori ideali, ma anche nell’ottica di una futura alleanza militare difensiva. Quindi, la Russia ha aggredito un potenziale alleato degli americani. La seconda, da svariati punti di vista, è ancora più grave: la Russia, effettuato l’attacco, ha minacciato, nel caso di reazione da parte della Nato, di alzare il livello a guerra mondiale, con l’impiego di armi nucleari. Per gli Stati Uniti questa strategia, “muoia Sansone con tutti i filistei”, è, ovviamente, inaccettabile. Non la si può sfidare subito per l’evidente pericolo di un conflitto nucleare globale – non si sa cosa abbia in testa Putin, ammesso e non concesso che abbia qualcosa – ma non la si può lasciare passare senza reagire. Da qui la prima risposta americana di fornire armi all’Ucraina, con l’obiettivo evidente di rendere alla Russia la vittoria più salata e travagliata. E i risultati si vedono: i piani russi sono scalati dalla conquista fulminea dell’Ucraina, alla cacciata di Zelenski, alla formazione di un governo fantoccio, per arrestarsi oggi alla conquista della regione di confine del Donbass, con una eventuale corsia di unione con la Crimea. Non solo, ma gli americani hanno fornito all’Ucraina armamenti sempre più avanzati, come l’ultima fornitura per ottocento milioni di dollari, giusto per “testare” il grado di reazione dei russi. Questo è un punto cruciale del conflitto: quella in Ucraina è una guerra devastante, ma è, pur sempre, una guerra locale. I russi davvero vogliono mettere a rischio il pianeta con un conflitto nucleare auto-distruttivo soltanto per combattere una guerra circoscritta? Perché ci sarebbe un’altra interpretazione della guerra di Putin. Le motivazioni nazionalistiche di sicurezza nazionale e di difesa dei valori originari di santa madre Russia sono, in realtà, secondarie e accessorie. In effetti Putin con la guerra ha voluto preservare la sua posizione all’interno della Russia, forse a fronte della minaccia di gruppi nazionali, che chiedono una progressiva liberalizzazione della nazione russa che conduca a una maggiore ricchezza diffusa in tutta la Russia. Niente di nuovo sotto il sole, esattamente l’obiettivo dei cinesi dal 1980: diventare tutti più ricchi. Gli esempi di successo, prima o poi, vengono scoperti e sono fonte inesauribile di imitazione. A fronte di una minaccia intestina, quale migliore difesa per un despota, se non quella di inventarsi un nemico esterno che sollevi il sostegno del popolo, rilanci i consensi interni, legittimi i metodi autoritari, dittatoriali e oppressivi, in nome del rilancio di una politica imperialista, espansionista e colonialista, frustrata e umiliata prima dalla caduta del muro di Berlino, poi dalla fine del patto di Varsavia e, infine, dal crollo definitivo dell’Urss?

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