Tracce

Non basta più dire “Mai più!”

Reuters/Avvenire
25 Mag 2026

di Emanuele Carrieri

Aprire il fuoco su piccoli natanti, privi di armamenti, con a bordo solamente persone con abiti civili e senza armi, che trasportano mezzi di sussistenza, medicinali e altri articoli farmaceutici per la popolazione, sottoposta a una vera e propria mattanza, di sicuro è un crimine contro l’umanità. Farlo lontano dalle proprie acque territoriali o, meglio, farlo in acque internazionali significa che chi apre il fuoco è sicuro dell’impunità, grazie al favoreggiamento di chi dovrebbe vigilare sul tratto di mare, palcoscenico dell’azione criminale. A don Tonino Bello fu auspicato “A peste, fame et Bello libera nos, Domine”. Alla Flotilla, invece, è toccato sentirsi definire “manifestazioni strumentali e propagandistiche a scarso rischio e a molto ritorno mediatico”. Grande difficoltà quella di spiegare a costoro che c’è anche chi, ai segni del potere, preferisce il potere dei segni. Aprire il fuoco su natanti con proiettili di gomma dura, che possono far molto male e provocare danni seri se colpiscono parti importanti, nel modo di ragionare criminal-mafioso, è come un avvertimento. Vuol dire: la prossima volta impiegheremo vere pallottole, proiettili da guerra. È un avvertimento che comprende anche un secondo messaggio: a noi, dei vostri governi, non ce ne frega niente o, peggio, i vostri governi stanno con noi. È una vera e propria escalation bellicista e militarista, che, come tutte quelle della stessa tendenza, mira a determinare o velocizzare la resa. In questo caso, a evitare una nuova preparazione e a scongiurare la partenza di un’altra flotilla. Ma significa altro, anzi di più, molto di più: con l’atto di brigantaggio marittimo di Israele si frantuma, in maniera irreversibile, anche quel poco che rimane del sistema di valori che l’Occidente democratico aveva posto come standard a dimostrazione di una raggiunta maturità civile e umanitaria. Era un fazzoletto sbandierato in faccia a chi protestava per qualsiasi ragione e quello standard conviveva senza problemi con un altro, differenziato, riservato agli avversari. Quello standard, in qualche maniera, limitava, senza impedirle, anche le modalità repressive interne all’Occidente democratico. Le regole erano chiare: “Non si spara sulle proteste pacifiche”, “Non si torturano gli oppositori”. Queste e altre linee rosse valevano e in diversi casi con successo, sull’impeto della indignazione generale. Era un sistema elastico e deformabile in molti e diversi sensi, ma vincolava la brutalità del potere e l’uso della forza. No, non era una agevolazione, da parte del potere, ma una conquista pagata a carissimo prezzo, sia nella evoluzione sociale interna ai singoli paesi come nelle relazioni fra le nazioni. Questo ordine mondiale, costruito su regole condivise, aveva condotto alla formazione dell’Organizzazione delle Nazioni Unite, alla creazione della Corte internazionale di giustizia presso l’Onu, della Corte Penale Internazionale, della Corte Europea dei diritti dell’uomo del Consiglio di Europa e della Corte di Giustizia dell’Unione Europea, a una apparenza di eguaglianza formale fra individui e fra stati. Questo ordine mondiale, questo sistema dei diritti, non era comunque a titolo di favore. All’interno dei paesi le proteste ammesse erano solamente quelle che facevano ricorso alla lotta non violenta, rimandando l’eventuale risultato politico o alla buona disponibilità dei governi in carica o a elezioni che non cambiavano molto, visti i filtri e i limiti, sempre crescenti, imposti alla partecipazione popolare per garantire la stabilità. Una forma di protesta con buone maniere era utile a sfogare il malumore e a scansare le rivoluzioni. Al fondo delle missioni della Flotilla c’era la fiducia nel fatto che la non violenza degli atti garantisse anche la non violenza della risposta di Israele, tuttora qualificata “l’unica democrazia del Medio Oriente”. Come se la mattanza o i crimini di guerra o i crimini contro l’umanità diventassero all’improvviso accettabili se approvati “democraticamente” da un parlamento o dalla maggioranza della popolazione. C’era comunque la fiducia nel fatto che una azione violenta contro attivisti pacifici sarebbe stata inaccettabile per i governi dell’Occidente democratico. Ma quegli spari sulla Flotilla, proprio in quanto escalation rispetto al recentissimo passato, scavalcano l’ultima linea rossa, e soltanto i governi di Spagna e Irlanda hanno avuto delle reazioni degne di tale nome. Poi quella linea rossa è stata oltrepassata dal ministro della sicurezza nazionale del governo di Netanyahu, Itamar Ben-Gvir, che, bandiera israeliana in mano, ha umiliato i sequestrati e si è abbandonato a trionfanti esternazioni: “Benvenuti in Israele, siamo i padroni di casa!”, “Non eroi, niente di che, ma sostenitori del terrorismo”. E neanche ora che un delinquente, un farabutto, un mascalzone, un teppista in costume da ministro schernisce e sbeffeggia donne e uomini sequestrati, nessun leader – all’infuori di piccole eccezioni – dei governi dell’Occidente democratico ha trovato il coraggio politico, morale e storico di fare mea culpa, di affermare che quella linea rossa, in realtà, è stata già spezzettata, almeno settantamila volte – come il conteggio ufficiale dei morti a Gaza – senza alcuna reazione e senza alcuna iniziativa degna di rilievo. Ormai è sotto gli occhi di tutti: l’ordine mondiale, costruito sulle regole condivise e sui diritti, non esiste più. La forza è l’unica legge; anche se non produce nessuna legge, realizza certamente una volontà aggressiva. Trump, che va a impadronirsi del petrolio del Venezuela, non adduce né pretesti di diritto, né umanitari. E Netanyahu, che vuole prendersi tutto il Medio Oriente per farne il Grande Israele, cita, nella migliore delle ipotesi, qualche versetto del Vecchio Testamento come fonte del proprio diritto. È, questo, un mondo diverso, è il mondo del “faccio ciò che mi pare”. Forse è giunto il momento di prenderne atto. Iniziando, per esempio, a convincersi che non basta più dire “Mai più!”.

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