Tracce

Vecchi contrasti e nuove incoerenze

Manifestazione pro-UE (Reuters/Avvenire)
30 Giu 2026

di Emanuele Carrieri

Dieci anni fa, l’elettorato britannico compì una scelta che stupì il pubblico internazionale, quando, al referendum che decise sulla permanenza del Regno Unito nell’Unione Europea, i contrari alla uscita furono sconfitti. Fu una sconfitta di stretta misura (51,9 per cento dei favorevoli contro il 48,1 dei contrari). Una consultazione diretta che terminò la lunga stagione delle ambiguità iniziata nel 1973 con l’ingresso nell’Unione del Regno Unito, una storia molto tormentata, una convivenza difficile. Una presenza ingombrante quella del Regno Unito, da sempre con i piedi in Europa ma con la testa in America: con un Pil, alla fine degli anni cinquanta, fra i più bassi di tutta Europa e il tasso di disoccupazione fra i più alti, Londra puntò sull’Europa. Inviò la domanda di adesione all’allora Comunità economica europea che fu rifiutata due volte prima di essere accolta. Un matrimonio di interessi, incanalato sul filo del compromesso istituzionale, a difesa e sostegno di una posizione di privilegio: una prima volta nel 1984 quando Margaret Thatcher intimò alla Comunità europea il riconoscimento della clausola di restituzione dei contributi versati per la politica agricola comune. Più clamorosa la presa di posizione britannica, nel 1988, contro la federalizzazione dell’Europa nonché l’uscita dalla moneta unica, dalla Convenzione di Schengen e dal patto sulle politiche sociali. L’orologio della convivenza si fermò a mezzanotte del 31 gennaio 2020, nella convinzione che le soluzioni nazionali funzionano più, e meglio, di quelle europee. Furono portate indietro nel tempo le lancette della ragionevolezza e dello spirito unitario dei fondatori dell’Europa che disegnarono per i popoli del vecchio continente un comune percorso di pace e di progresso. Si trattò di un vero e proprio spartiacque per la politica europea, sia perché abbatteva settanta anni di miglioramenti, sia perché consolidò il populismo sovranista continentale. Un decennio dopo, oltre la Manica, sono sempre di più quelli convinti di aver preso la decisione sbagliata. Eppure, Nigel Farage, vero vincitore morale del referendum sulla fuoriuscita del Regno Unito dall’Unione Europea, nonostante sia nota l’infondatezza e la manipolazione delle informazioni fornite, continua ad avanzare. Come è possibile che, malgrado le reazioni negative, la Brexit continui a fare presa? Per rispondere, va, forse, tratteggiata più nettamente la cornice in cui il referendum prese piede. Alle elezioni europee del 2014, ci fu un’ascesa notevole dei consensi del Partito per l’Indipendenza del Regno Unito, guidato da Farage, che usava i malesseri di un blocco sociale eterogeneo. Le inquietudini che attraversavano il corpo sociale britannico, nel 2016, si fusero con le conflittualità e le ambiguità della politica. Fu di fatto il risultato di un uso strumentale e irresponsabile del voto referendario, voluto dal premier e leader del partito conservatore David Cameron per rispondere agli attacchi, esterni e interni, alla sua leadership, in forte calo di consensi. A quegli attacchi, rispose assecondando le pretese della consultazione popolare, convinto, come era già successo con il referendum sull’indipendenza della Scozia del 2014, di riuscire a liberarsi, nello stesso tempo, sia della opposizione interna al suo partito che di quella esterna, incluso il leader dei sostenitori della Brexit Farage. Che, quattro anni dopo, entrò in vigore, sconvolgendo, così, la struttura e la società di un paese che, dell’immigrazione, ha sempre fatto storicamente uno dei suoi punti di forza. Gli universitari italiani, greci, spagnoli, che si trasferivano nel Regno Unito per apprendere la lingua e, dopo, avviavano delle attività indipendenti, la forza-lavoro intellettuale europea impiegata negli atenei e nelle università di Oltremanica, la manodopera bulgara, polacca e rumena, da sempre occupata nell’edilizia, per non parlare poi di banchieri, capitalisti, finanzieri, tutti hanno smesso di affluire nel paese. Il risultato della Brexit ha generato volatilità finanziaria della sterlina, economia paralizzata, aumento dei vincoli doganali, crescita economica al ribasso, crisi del ramo immobiliare e turistico, imprese e investimenti in fuga, caduta del tasso di occupazione con effetti negativi innanzitutto sulle classi sociali meno abbienti che, ingenuamente, sostennero nel 2016 la Brexit. Una crisi economica e sociale senza pari, senza precedenti, aggravata dalla pandemia, che adesso, a distanza di dieci anni, sta rendendo sempre più lampante un sentimento di pentimento e di ripensamento rispetto a quel voto, perché ormai da più parti si esige il ritorno nell’Unione Europea. La verità è che la convinzione che si vivesse nel migliore dei mondi possibili, che i processi di integrazione economica e culturali fossero costanti e irreversibili, è andata in frantumi. La centralità del neoliberismo e l’intangibilità dell’Alleanza Atlantica (unita a una evidente ostilità verso l’Unione Europea, giudicata, da tanti, una rivale della Nato), non sono mai state poste in discussione. Sulla base di questi due assi, la tecnocrazia che spadroneggia nell’Occidente, nell’Europa e nell’Unione Europea è andata avanti, a testa bassa, tralasciando gli aspetti relativi alla indispensabilità e all’urgenza di creare una nuova coesione sociale, di consolidare l’attuazione delle politiche sociali che sostengono i cittadini, di programmare un significato di comunità a misura della nuova Europa, l’Europa dell’avvenire, multirazziale, multiconfessionale, multinazionale, multiculturale, multietnica. Inoltre, va considerata la affermazione di personaggi come Farage, che la gente continua a votare, forse perché crede le bugie populiste meno gravi di quelle di chi ha prodotto guerra, disoccupazione, precarietà. Forse, perché nessuno sa sviluppare una contronarrazione convinta o forse perché nessuno ha voglia di abbandonare la centralità del mercato e della Nato. Con tanta pace per il percorso di pace e di progresso disegnato per i popoli del vecchio continente dai fondatori dell’Europa e nel quale gran parte dei britannici ha sperato e, forse, spera, ancora adesso.

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