La censura sull’antifascismo
C’è qualche cosa che non quadra. In casi di questa sorta, occorre essere prudenti e ragionare con molta calma. Ed è fondamentale partire dall’inizio. Domenica mattina, alle 6 e 36, la presidente del Consiglio Giorgia Meloni ha diffuso, sulla sua pagina X, un post:
“Per partecipare alla fiera della piccola e media editoria “Più libri più liberi”, che si svolgerà a Roma, le case editrici dovranno ottenere quest’anno il “patentino antifascista”, sottoscrivendo un’apposita dichiarazione. È così che la sinistra concepisce la libertà di pensiero: sei libero, ma solo se dici quello che loro ti permettono di dire, se pensi quello che loro pensano, se leggi quello che loro considerano consono. La cancellazione delle idee non di sinistra, camuffata da lotta antifascista, è un vecchio vizio della sinistra, ma è una storiella alla quale ormai non crede più nessuno. Si chiama, banalmente, censura. E la censura è incompatibile con qualsiasi società democratica.”
A voler essere molto puntigliosi, non si tratta di un patentino, più propriamente è una dichiarazione: “Riconoscere e condividere i valori antifascisti all’origine dell’ordinamento democratico della Costituzione Italiana”. Ha richiesto questo l’Associazione italiana editori agli espositori che vogliono partecipare alla edizione 2026 della fiera Più libri più liberi, che si terrà dal 4 all’8 dicembre nella Nuvola, il centro congressi che si trova all’Eur di Roma. Minuscola circostanza: l’Associazione italiana editori è un ente privato tanto che, nel modulo trasmesso agli espositori interessati il 10 giugno, chiede di affermare i valori e i principi espressi nella Costituzione Italiana, nella Carta dei diritti fondamentali dell’Unione europea e nella Dichiarazione universale dei diritti umani. E di affermare i principi di libertà di pensiero e di stampa, di tutela della dignità umana e di libertà della persona senza distinzione, per ragioni di etnia, colore, sesso, lingua, religione, opinione politica o altro. Poi il rifiuto di ogni forma di discriminazioni e di incitamenti all’odio, il rispetto delle leggi sul diritto d’autore, sulla pubblica sicurezza, sulla prevenzione incendi, sull’igiene e sicurezza sul lavoro e poi la condivisione del regolamento generale della fiera. È probabile che gli organizzatori di Più libri più liberi speravano che la mossa potesse evitare quanto accadde lo scorso anno: la partecipazione della casa editrice “Passaggio al bosco” (che pubblica libri scritti da autori appartenenti alla frangia più intransigente della destra) che aveva causato critiche e polemiche, rinunce e chiusure degli stand e una manifestazione di protesta all’interno della fiera, nei giorni in cui la stessa si stava svolgendo. In tal caso l’Associazione italiana editori aveva difeso la propria opzione, anche se qualche ripensamento deve averlo avuto, tanto che nel modulo è scritto: “Diversamente dalle precedenti edizioni, non è previsto il diritto di prelazione sullo spazio occupato nel 2025”. Quindi, non c’è più l’automatismo della prelazione, c’è tuttavia un maggior controllo sugli espositori e sui libri esposti. Tornando a quel “qualcosa che non quadra”, la domanda è istintiva: perché mai gli organizzatori della fiera hanno sentito la necessità di far sottoscrivere una cosa ovvia, logica, scontata? Temono, forse, che non sia più così ovvia, logica, scontata? Timore, questo, che non ha neppure sfiorato la premier che sull’episodio ha espresso la sua opinione: “Si chiama, banalmente, censura. E la censura è incompatibile con qualsiasi società democratica”. Messo da un lato lo stupore per l’inflazione dell’uso dell’avverbio “banalmente”, rimane il fatto che la censura è esercitata, di solito e quasi sempre, da chi ha il potere e non da altri. Rimane il fatto che i principi costituzionali e democratici – e, con questi, l’antifascismo – non sono un monopolio della sinistra: appartengono a tutti. Sono la base della nostra Repubblica e che l’antifascismo sia monopolio della sinistra è l’errore sulla base del quale è nata la seconda repubblica. Il problema, di conseguenza, non è che si comunichi una opinione “non di sinistra”, ma è, fra le righe, dare legittimità al pensiero fascista, che è ben altra cosa: è violenza, prevaricazione e negazione della libertà, come la storia ha insegnato. Quanto alla democrazia, se è vero – come in effetti è – che la censura è con questa incompatibile, è altrettanto vero che il fascismo è incompatibile con la democrazia. Malgrado ciò, la nostra Repubblica ha incarnato, dal 2 giugno del 1946 e in tutti questi ottanta anni, uno spirito autenticamente democratico. Ne sono la prova le parole di Vittorio Foa a Giorgio Pisanò: “Se aveste vinto voi, io sarei ancora in prigione. Siccome abbiamo vinto noi, tu sei senatore!”. È innegabile, però, che il MSI, nato dalle macerie della dittatura fascista e della repubblica sociale, “in opposizione al sistema democratico per mantenere viva l’idea del fascismo”, non abbia mai ufficialmente preso le distanze dal regime e nella vita dell’Italia repubblicana si sia tenuto a parecchia distanza da qualunque processo democratico di sincera compartecipazione. Dopo i fatti di Genova del 30 giugno 1960, fu creata, nel dibattito politico, la locuzione “arco costituzionale” per indicare, in pratica, i partiti che avevano preso parte ai lavori della Costituente, meno il MSI, nato successivamente. Ma tale locuzione si fondava anche sul rigetto, da parte del MSI, dei valori antifascisti contenuti nella Carta costituzionale. Ma la premier è convinta di tutt’altro. Il 4 del mese di agosto del 2022 fu protagonista di un incontro, condotto da Gennaro Sangiuliano, allora alla guida del TG2, al festival della Versiliana di Pietrasanta. In tale occasione disse: “Voglio restituire e dare orgoglio a tutte quelle persone che, in questi anni, hanno dovuto scegliere se fare finta di essere tutt’altra cosa per quieto vivere o piuttosto sapere che non sarebbero mai approdate dove potevano giungere perché non si volevano nascondere”. È la sua più grande abilità quella di capovolgere ogni cosa: vuol dire non è responsabilità nostra se voi avete il difetto di essere antifascisti.




