Scienza

Antiche tracce di tsunami trovate nel Mediterraneo

Si tratta di una ricerca che ha riguardato un’ampia area delle profondità marine nel Mar Ionio, tra l’Italia la Grecia e l’Africa

Giulianova, 1 dicembre 2013: maltempo, fiume ingrossato, mare mosso - foto SIR/Marco Calvarese
29 Apr 2022

di Maurizio Calipari

L’ultimo disastroso tsunami di cui hanno parlato le cronache si è abbattuto sulle coste settentrionali del Giappone l’11 marzo 2011, provocando quasi 16.000 morti (il numero ufficiale è di 15.703 vittime, ma ad esse vanno aggiunti 4.647 dispersi) e una massiva devastazione territoriale. Di solito, tanto nella realtà quanto nell’immaginario, siamo portati ad associare in prima battuta questo fenomeno naturale ai mari oceanici. In realtà, non mancano lungo i secoli esempi di tsunami verificatisi – talvolta con effetti altrettanto disastrosi – anche in mari di dimensioni minori rispetto agli oceani. Ne è esempio quanto accaduto circa 1600 anni fa sulle coste del Mediterraneo, coinvolgendo anche Sicilia e Calabria meridionale. Le tracce di questo evento sono state individuate e ricostruite da un recente studio (pubblicato su “Scientific Report”), realizzato dall’Istituto di scienze marine del Consiglio nazionale delle ricerche di Bologna (Cnr-Ismar). Si tratta di una ricerca che ha riguardato un’ampia area delle profondità marine nel Mar Ionio, tra l’Italia, la Grecia e l’Africa; là è stato individuato un deposito di sedimenti marini, con uno spessore che raggiunge i 25 metri, deposto in modo quasi istantaneo dalla forza catastrofica delle correnti indotte dall’onda di uno tsunami.

In realtà, durante i millenni, in quell’area del Mediterraneo si sono verificati forti terremoti, spesso associati a tsunami, dovuti alla sua particolare conformazione geologica, vale a dire alla presenza di due sistemi di subduzione lungo il limite tra le placche africana ed eurasiatica.

“Sulla base di descrizioni storiche e dell’analisi dei sedimenti prelevati dai fondali del Mar Ionio, – spiega Alina Polonia, del Cnr-Ismar – uno di questi eventi, avvenuto nel 365 d.C., ha interessato un’ampia area geografica incluse regioni distanti circa 800 km dalla zona sorgente che si trova a Creta. I campioni di sedimento analizzati hanno permesso di verificare che il materiale che si trovava in condizioni di acqua molto bassa è stato strappato dalla zona costiera e depositato a 4000 metri di profondità. L’onda dello tsunami ha prodotto molteplici frane sottomarine lungo un fronte di migliaia di chilometri, dall’Italia meridionale alle coste africane. Le correnti hanno trascinato sedimenti costieri nelle profondità abissali anche in assenza di canyon, probabilmente attraverso flussi tabulari di grandi dimensioni. Questo ha permesso la deposizione di un volume straordinario di sedimenti di oltre 800 km3 in tutto il Mediterraneo orientale”. A riprova di ciò, vi è la descrizione di processi molto simili osservati anche durante il mega-tsunami del 2011 che ha devastato le coste giapponesi.

Ritornando a quanto osservato nel Mar Ionio, le caratteristiche del deposito hanno permesso di identificare altri due eventi più antichi, che rappresentano i predecessori di quello di Creta. Ciò ha consentito agli studiosi l’acquisizione di elementi utili per una più corretta valutazione del rischio che si verifichino tsunami sulle nostre coste. “Lo studio – conclude Polonia – dimostra che uno tsunami può scaricare volumi significativi di sedimenti e carbonio organico nelle profondità oceaniche, influenzando così il ciclo geochimico globale e gli ecosistemi dei fondali marini. Capire come vengono prodotti i mega-tsunami, e dove sono più probabili, richiede una migliore comprensione dei processi sedimentari secondari come instabilità delle scarpate continentali, generazione di frane sottomarine e correnti di sessa in tutto il bacino”.

 

foto Sir/Marco Calvarese

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