Editoriale

Shireen: senza pace anche il corteo funebre

16 Mag 2022

di Emanuele Carrieri

L’idea della morte, simbolo supremo dei limiti all’agire umano, non esiste più? Forse no. L’assalto, l’attacco – chiamatelo come volete – dei poliziotti israeliani verso il corteo funebre di Shireen Abu Akleh, giornalista palestinese ammazzata mercoledì scorso, ha il carattere della negazione della morte, della negazione dell’identità dopo la morte. Una bandiera che avvolge una bara è il nemico da uccidere. Non solo adesso, sempre. Non solo in Israele, ovunque. Noi italiani non possiamo rivendicare alcuna verginità. Un raid squadristico di identico stampo avvenne il 29 dicembre del 1925 a Milano: il corteo funebre di Anna Kuliscioff fu caricato dalle squadracce fasciste che strapparono le bandiere, calpestarono le corone di fiori, picchiarono i partecipanti, senza stare a badare se fossero attivisti o no, militanti o no. Non ci vuole mica una fervida inventiva per anticipare alcuni commenti: è un assalto ai poliziotti, è un attacco alle divise oppure a Israele. Non è così, perché esiste, è innegabile, una demarcazione etica, perfino antropologica, (che, quando si oltrepassa, non ci sono più confronti, paragoni, giustificazioni, spiegazioni che reggano): è quella che i morti si rispettano. Sempre e comunque, dovunque: a Bucha, a Gerusalemme, a Milano. Sono immagini crudeli, spietate, disumane: la bara della giornalista che ondeggia paurosamente e che sta quasi per cadere, gli attacchi di uomini in divisa contro chi portava in spalla quella bara, gli sguardi attoniti di chi piangeva. E i manganelli vibrati contro le persone, poi una bandiera palestinese sequestrata dal più zelante poliziotto. I morti si rispettano, sempre e comunque. E Shireen Abu Akleh non è stata rispettata neppure il giorno stesso del suo omicidio: cosa sono andati a fare a casa sua gli agenti israeliani? Dovevano essere semmai sul luogo del delitto a raccogliere indizi su chi ha sparato alla giornalista di Al Jazeera e non certo a casa sua. Andreotti era solito dire: a pensare male si fa peccato, ma quasi sempre s’azzecca. E se ci fosse qualcosa contro Israele? Il governo aveva già cominciato l’azione propagandistica: forse la giornalista è stata uccisa dai palestinesi … Con tutti questi antefatti, con tutte queste premesse, l’investigazione israeliana per sapere cosa è accaduto a Jenin appare fortemente influenzata da un atteggiamento pregiudiziale. Il passato non consente nessuno spazio all’ottimismo. A essere gravissimo è il fatto che Shireen Abu Akleh, volto famoso di Al Jazeera, non avrà mai alcuna giustizia in Israele, dove vige l’impunità per tutti i crimini di questo sorta: tale assenza di giustizia continua ad alimentare nuovi e vecchi rancori. Senza fare comparazioni o equiparazioni perché, nei confronti, c’è sempre qualcuno che guadagna indebitamente e qualcuno che ci scapita, oltre a una permanente sensazione di ingiustizia che lascia i palestinesi nel limbo della noncuranza e del menefreghismo, c’è quella della sindrome di accerchiamento degli israeliani, che sono incapaci di trovare una via di uscita per fuggire ai loro mali. Poi, c’è il resto, le sedicenti grandi potenze, l’America, la Cina, la Russia, via via, l’Europa, i Paesi Arabi del Medio Oriente e dell’Africa del nord, spettatori divisi in tifoserie fanatiche, autori di comportamenti da Daspo permanente, incapaci di argomentare ma solo di azzuffarsi in sterili dibattiti. Perché la Palestina è diventata vittima pure delle nostre ideologie che non ammettono, neanche in punto di morte, l’autocritica. Siamo ancora oggi di fronte a una sfida epocale che è irrisolta da ormai troppi decenni, perché ormai è da decenni che ci si pone le domande: i palestinesi hanno o no il diritto di esistere? E poi, hanno o no diritto ad avere una loro identità? Siamo ostaggi di un senso di colpa, giusto, ma che nulla ha a che fare con quello che accade oggi e che chiede giustizia. Chi ha assassinato la giornalista Shireen Abu Akleh va consegnato alla giustizia e processato con le regole del giusto processo. E va processato dalla giustizia di Israele, che avrebbe una occasione irripetibile di sottoporsi a un intervento chirurgico di plastica facciale. C’è bisogno che chi, fra quei poliziotti israeliani ha quasi fatto cadere a terra la bara contenente il corpo di una donna vittima dell’odio, chieda scusa al mondo intero e, forse, non sarebbe inopportuno che chieda scusa anche a chi sta su altri pianeti.

 

(Foto Agensir / Kad)

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