Angelus

La domenica del Papa – La fede: storia d’amore con Dio

Afferma Francesco: “Le norme religiose servono, sono buone, ma sono solo l’inizio: per dare loro compimento è necessario andare oltre la lettera e viverne il senso”

foto Siciliani-Gennari/Sir
13 Feb 2023

di Fabio Zavattaro

Nella mente, e nel cuore, le immagini di devastazioni che giungono dalla Turchia e dalla Siria, immagini di una catastrofe, dice papa Francesco all’Angelus. Parla di “dolore” per questi popoli e chiede di pregare e di pensare a “cosa possiamo fare per loro”. Non manca il pensiero all’Ucraina, una guerra iniziata quasi un anno fa: “il Signore apra vie di pace e dia ai responsabili il coraggio di percorrerle”. E nemmeno per il Nicaragua, un vescovo arrestato e condannato a 26 anni di carcere, persone deportate negli Stati Uniti: “prego per loro e per tutti quelli che soffrono in quella cara Nazione, e chiedo la vostra preghiera”. Invita poi i responsabili a cercare la pace “che nasce dalla verità, dalla giustizia, dalla libertà e dall’amore e si raggiunge attraverso l’esercizio paziente del dialogo”.
Forse non è azzardato dire che monsignor Rolando Àlvarez, vescovo di Matagalpa, con il suo rifiuto di salire sull’aereo che lo avrebbe portato in esilio negli Usa assieme a 222 oppositori del regime di Daniel Ortega, con il suo impegno in difesa dei diritti umani, vive concretamente il messaggio del discorso della montagna, che ritroviamo in questa sesta domenica del tempo ordinario. Abbiamo ascoltato l’annuncio sconvolgente delle beatitudini che, se vissute, portano a essere sale della terra e luce del mondo. Questa è la domenica del discorso delle antitesi, quel “ma io vi dico” che risuona sei volte nel testo di Matteo e che è un programma, “la chiave per comprendere parole antiche ma sempre nuove”.
Gesù, leggiamo, poteva essere visto come colui che non rispettava la legge, i profeti: d’altra parte non era entrato nella casa del pubblicano? Non aveva compiuto azioni il sabato? Matteo ci fa capire bene cosa sia la giustizia proclamata da Gesù; non una giustizia diversa, ma superiore che va oltre quella proclamata de scribi e farisei e, in un certo senso, la completa, la porta a “compimento”
Papa Francesco, nelle parole che pronuncia prima della preghiera mariana, invita a interrogarsi sul significato di questo compimento. “La Scrittura dice di ‘non uccidere’ – afferma il vescovo di Roma – ma questo per Gesù non basta se poi si feriscono i fratelli con le parole”; ancora, non commettere adulterio, “ma ciò non basta se poi si vive un amore sporcato da doppiezze e falsità”; “non giurare il falso”, ma, dice il Papa, “non basta fare un solenne giuramento se poi si agisce con ipocrisia”. Anche chi si adire con il proprio fratello dovrà essere sottoposto a giudizio, leggiamo in Matteo, così chi dice pazzo “sarà destinato al fuoco della Geèmma”. Come dire, siamo messi male un po’ tutti e quel “ma io vi dico” ci tocca davvero da vicino.
Francesco si sofferma sull’esempio che troviamo in Matteo, dell’offerta all’altare e del riconciliarsi con il fratello: “facendo un’offerta a Dio si ricambiava la gratuità dei suoi doni”. Era un rito molto importante, ricorda, “tanto importante che era vietato interromperlo se non per motivi gravi. Ma Gesù afferma che si deve interromperlo se un fratello ha qualcosa contro di noi, per andare prima a riconciliarsi con lui: solo così il rito è compiuto”. Il messaggio è chiaro, afferma il Papa: “le norme religiose servono, sono buone, ma sono solo l’inizio: per dare loro compimento è necessario andare oltre la lettera e viverne il senso”. I comandamenti poi “non vanno rinchiusi nelle casseforti asfittiche dell’osservanza formale, se no rimaniamo in una religiosità esteriore e distaccata, servi di un ‘dio padrone’ piuttosto che figli di Dio Padre”. L’obbedienza alla legge che chiede Gesù è quella di chi è pronto ad accogliere l’amore che viene dal padre. La giustizia o l’ingiustizia non riguardano soltanto la sfera delle azioni, ma anche quella più profonda delle intenzioni e dei desideri del cuore.
La fede afferma il vescovo di Roma “è una questione di calcoli, di formalismi, oppure una storia d’amore con Dio? Mi accontento di non fare del male, di tenere a posto ‘la facciata’, o cerco di crescere nell’amore a Dio e agli altri? E ogni tanto mi verifico sul grande comando di Gesù, mi chiedo se amo il prossimo come lui ama me? Perché magari siamo inflessibili nel giudicare gli altri e ci scordiamo di essere misericordiosi, com’è Dio con noi”.

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