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Giuseppe Fiorello diventa regista: a Taranto per “Stranizza d’Amuri”

03 Apr 2023

di Marina Luzzi

Un omaggio alla sua Sicilia ma anche la denuncia di un clima omertoso, in cui la crudeltà del branco, lo sguardo rozzo, senza compassione, riesce a cambiare il cuore anche a due madri, prima amorevoli e poi ostili, forse fino alle estreme conseguenze. Una storia d’amore e formazione, che trae spunto da un fatto di cronaca per scandagliare l’animo di chi non può che riconoscersi per quello che è, anche se per la sua famiglia e la sua comunità quel suo essere è sbagliato. “Quello che si fa di nascosto si può fare per cent’anni”, dice il fratello più grande ad uno dei due protagonisti in crisi. Continua a vivere la tua omosessualità lontano da occhi indiscreti e tutto filerà liscio, è in sostanza il consiglio tristemente ancora attuale in molte circostanze. Lui non lo ascolterà e pagherà con la vita. Si chiama “Stranizza d’amuri” il primo film di Giuseppe Fiorello alla regia. La storia è liberamente ispirata a quella di Giorgio Agatino Giammona, 25 anni, e Antonio Galatola di 15, vittime del delitto di Giarre, in provincia di Catania, avvenuto il 13 ottobre del 1980. Scomparsi da casa due settimane prima, furono trovati morti, mano nella mano, uccisi da un colpo di pistola alla testa. In un primo momento si parlò di omicidio-suicidio, ma il clima di omertà fu rotto dalla nascita del primo circolo Arcigay, che cinque anni dopo divenne nazionale proprio grazie a quei due ragazzi della provincia di Catania, accusati di omosessualità e vittime del pregiudizio e dell’omertà dei loro concittadini. Il delitto rivelò subito la sua matrice omofoba e le indagini portarono all’individuazione di un colpevole, Francesco Messina, nipote di Toni Galatola, all’epoca tredicenne e dunque impunibile. Il giovane sostenne che a chiedergli di essere uccisi fossero state proprio le due vittime sotto minaccia di morte: riferì alle forze dell’ordine che i due lo costrinsero a sparar loro minacciandolo che, in caso contrario, lo avrebbero ucciso. Due giorni dopo, però, Messina ritrattò tutto. A oggi, quel delitto non ha ancora un colpevole. Prodotto da Ibla Film con Rai Cinema, in associazione con Golden Goose e Silvio Campara e Distribuito da BIM Distribuzione, nel film spicca anche la colonna sonora, con Franco Battiato e le sue Cuccuruccucu e Stranizza d’Amuri, nel finale, brano che dà anche il titolo al film. Un racconto lento, due ore e un quarto filate, per tre anni di lavoro anche psicologico, con i due ragazzi che hanno interpretato la coppia. Si tratta di Samu Segreto, ballerino dell’ultima edizione di Amici eliminato due giorni fa dal serale, e del romano Gabriele Pizzurro.  Giuseppe Fiorello, nel tour promozionale che lo vede in giro per l’Italia, ha toccato anche Taranto, incontrando il pubblico e i giornalisti al cinema Savoia. Lo abbiamo intervistato.

Come sta andando la promozione del film?

“Direi molto bene, è in sala già da due settimane e vedo che c’è una grande attenzione e affetto. Sono felice e fiero. Ho aspettato, per la mia prima volta da regista, perché volevo arrivare ad una certa età. Io ho due figli adolescenti e, inconsciamente, penso di aver atteso che loro raggiungessero questo periodo della vita per dirigere due loro coetanei. Dovevo conoscere meglio la materia umana e quel tratto di esistenza che io ritengo essere quasi divino, che è l’adolescenza. Penso dovesse succedere tutto questo dentro di me ma non era un calcolo, è stato inconscio”.

Hai pensato ad un film che segue quasi i ritmi di quella Sicilia. Due ore e un quarto di proiezione, grande spazio per i dettagli, la fotografia, la luce naturale, le ambientazioni. Un lavoro certosino, insomma.

“Ci ho messo tanto, a pensarlo e anche a girarlo. Circa tre anni di lavoro. C’erano due ragazzi al loro primo film che si dovevano amare profondamente, quindi li ho dovuti in qualche modo plasmare, farli conoscere profondamente. Purtroppo ora i tempi cinematografici sono sempre più brevi. Si producono film come fossero episodi di serie tv. Io sono andato controcorrente, proponendo un cinema classico, che ha il sapore di un altro tempo, molto apprezzato dal pubblico giovane e questo mi fa molto piacere. Ogni cosa che vedete nei due protagonisti è uno sguardo mio, lo sguardo di quando ero adolescente. Sono un po’ dentro l’uno e un po’ dentro l’altro. C’è la mia timidezza ma anche la mia ricerca di senso, il guardare il futuro con smarrimento e un po’ di paura”.

Come hai scoperto questa storia e perché hai deciso di raccontarla?

“L’ho scoperta tanti anni fa, a 30 anni da quel delitto, dai giornali. Mi incuriosì ed emozionò tantissimo. Provai smarrimento e dolore nell’immaginare la scena dei due ragazzi, quando furono trovati soli, con le mani intrecciate tra loro. Così mi feci una promessa: raccontare prima o poi quella storia, a cui mi sono liberamente ispirato (es: il delitto è del 1980 ma lui ambienta la storia nel 1982, di pari passo con i mondiali vinti dall’Italia). Ed è un film che senza esitazione mi sento di dedicare proprio a loro due, Tony e Giorgio”.

Che importanza ha avuto la famiglia in questo sogno della regia, diventato realtà?

“Mia moglie, Eleonora Pratelli, ha prodotto e protetto il mio sogno. Sono le sue parole, dette durante l’anteprima. E mi ha colpito ed emozionato tanto”.

Sei stato a far vedere il film nella tua Sicilia? Nei luoghi dove hai girato e che sono stati al centro dei fatti di cronaca?

“Siamo stati a Siracusa, poco lontano da dove sono nato e cresciuto, poi ad Augusta, Catania e Palermo. Conto di tornare perché ci sono molte altre città che aspettano il film e sono molto felice che la mia terra abbia accolto questo film con gioia e grande emozione. Ho cercato di raccontare con grande verità quei luoghi, che poi sono i miei, senza essere didascalico o patetico. Quella è una terra che genera tanto amore, cultura, passione, e non solo, come vogliono gli stereotipi, la mafia. Purtroppo con l’arresto di Matteo Messina Denaro questo aspetto è ritornato alla ribalta ma Sicilia non è solo quello. Certo da una parte è bellissimo pensare che abbiamo estirpato un male alla radice, come in questo caso, dall’altro non deve emergere questa iconografia. Mi auguro che il film faccia da contraltare”.

Stranizza d’amuri contiene due pezzi di Franco Battiato, Cucurucucu  e Stranizza d’Amuri, che dà anche il titolo al tuo lavoro. Che rapporto avevi con lui?

“Il mio rapporto con Franco Battiato è stato bellissimo ed è durato una sera ma quella sera è stata lunga dieci anni. Un’immensità. L’ho incontrato una mattina, alle 5.30, su una spiaggia siciliana, a Donnalucata. Era estate, faceva molto caldo. Andavamo in direzioni opposte, quando l’ho riconosciuto all’inizio ero impietrito. Poi ho deciso di tornare indietro e chiamarlo. Era il mio mito. E con grande sorpresa lui mi conosceva. Mi ha invitato a cena. Ho passato il pomeriggio a pensare a quali cose intelligenti dire, una volta lì ed invece è stata una serata di risate e barzellette. Era una persona profonda ma al contempo spassosa. Peraltro c’è un altro pezzo, di Giovanni Caccamo, nel film. E lui è stato un’altra scoperta di Battiato, a cui per tanto tempo ha cercato di consegnare una cassetta con dei sui brani, appostandosi accanto alla sua villa. Il film poi è uscito il 23 marzo, che è il giorno del compleanno di Battiato. Una coincidenza che mi ha sorpreso”.

Direi che la prima esperienza è andata benissimo. Altri progetti che ti vedranno alla regia?

“Diciamo che ho molte storie in testa ma per ora non dico niente. Non perché voglia essere misterioso ma perché potrebbe essere una cosa come un’altra. Io mi faccio trascinare dall’emozione e dall’istinto. Sicuramente sono attratto ancora dal mondo adolescenziale”.

 

 

 

 

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