Politica internazionale

Morte del presidente iraniano Raisi, Politi (Ndcf): “Il funerale e la campagna elettorale diranno come reagisce il regime”

foto Afp-Sir
22 Mag 2024

Le immagini dei funerali del presidente dell’Iran, Ebrahim Raisi, e del ministro degli Esteri, Hossein Amir-Abdollahian, che si sono svolti martedì 21 a Tabriz, hanno detto molto sulla risposta del regime sull’incidente aereo, avvenuto a 600 chilometri di distanza da Teheran. Chi ha partecipato e chi ha parlato in occasione delle esequie ha svelato come chi muove i fili nel Paese stia reagendo all’accaduto. Per Alessandro Politi, direttore della Nato defense college foundation (Ndcf), oltre ai segnali legati al funerale, arriveranno poi le notizie sulla campagna elettorale che attende il Paese: “Una volta conosciuti i nomi degli scartati si capirà qualcosa in più”.
Nel frattempo, il procuratore capo della Corte penale internazionale, Karim Khan, ha chiesto l’arresto del primo ministro israeliano, Benjamin Netanyahu, e del capo di Hamas, Yahya Sinwar, accusati di crimini di guerra e contro l’umanità. “Si tratta – commenta Politi – di un precedente giuridico che rappresenterà un caso di studio”.

L’incidente che ha portato alla morte del presidente Raisi e del ministro Abdollahian in quale contesto si inserisce?
La notizia segue un periodo di proteste prolungate e represse. Le future elezioni vedranno prima un filtro dei candidati. Il sistema politico indicherà certamente una persona che però potrebbe anche rivelarsi un riformatore inatteso, come è capitato non di rado in regimi molto controllati. Per ora, è chiaro che si cercherà una forte continuità, sebbene le fazioni interne al potere iraniano siano vive e attive. C’è una lunga scalata al potere dei pasdaran e allo stesso tempo la necessità di tirare fuori il Paese dalle sanzioni. Di sicuro, è una morte che non fa comodo al governo iraniano.

Cosa accadrà domani in Iran?
Ora è il vicepresidente, Mohammad Mokhber, a dover, entro 50 giorni, organizzare le elezioni. Va detto che in pochi si aspettano un cambiamento radicale in Iran. La questione è a livello interno: Raisi era stato eletto con una percentuale altissima di astensionismo, era un lealista della Guida suprema, Ali Khamenei. Le alternative possono essere: un chierico, che rischia però di essere un papabile prima o poi per la successione di Khamenei, un tecnocrate o un riformista che potrebbe essere scelto quale capro espiatorio perché l’economia va male. Il fatto è che stiamo assistendo, come anche in altri paesi mediorientali (indipendentemente dal sistema elettorale) ad una militarizzazione del potere e questo è un fattore negativo per l’ecosistema regionale.

Ci sono reazioni alla morte di Raisi da parte degli altri Stati, che stupiscono?
A parte le reazioni superficiali, quella più interessante è stata da parte degli Stati Uniti che hanno subito convocato il Consiglio nazionale di sicurezza. Si tratta di una reazione professionale perché i leader politici devono pensare al domani, al dopo Raisi. Non mi stupirei se il gabinetto di guerra israeliano avesse convocato anch’esso un’apposita riunione. Quello che è importante capire è dove andrà il governo iraniano, per ora, non lo sa nessuno, nemmeno a Tehran. Il funerale ci darà le prime indicazioni: in base a chi parlerà e a quali voci circoleranno nell’ambiente politico si potrà avere un’idea più chiara.

È stato annunciato l’avvio di un’indagine sull’incidente da parte di Teheran.
Sicuramente ci sarà, è interesse del governo stesso sapere. L’indagine sarà assistita dai servizi di sicurezza perché è possibile anche sia stato causato da fuoriusciti iraniani. È una situazione complicata della quale fra qualche giorno avremo qualche dato ulteriore. Poi, aperta la campagna elettorale e conosciuti i nomi degli scartati si capirà qualcosa in più. Altra cosa è l’indicazione di chi sarà il ministro degli Esteri perché per ora sarà il numero due mentre è possibile che venga scelta successivamente una persona con più peso politico. Al momento sappiamo pochissimo, il cui prodest, cioè a chi giova questo incidente, ha confini molto ampi, non semplici da definire perché ogni presidente ha sempre molti oppositori.

Nel frattempo, il procuratore capo della Corte penale internazionale, Karim Khan, ha chiesto l’arresto del primo ministro israeliano, Benjamin Netanyahu, e del capo di Hamas, Yahya Sinwar, accusati di crimini di guerra e contro l’umanità. Netanyahuha già risposto che è un “oltraggio di proporzioni storiche”. È un terremoto anche questo?
Il fatto rappresenta un precedente importante. I crimini di guerra e contro l’umanità vanno al di là della qualità politica dell’imputato o del Paese coinvolto. Si tratta di un precedente giuridico che rappresenterà un caso studio. Dal punto di vista de jure, è un erga omnes. È un atto più che visibile per le persone di cui si chiede l’arresto ed è tutt’altro che banale. Non è detto che la Corte accoglierà la richiesta, ma indipendentemente dalle dinamiche in atto nelle varie sedi, l’atto prevede l’incriminazione di un capo di Stato. Le reazioni a caldo si spiegano, ma restano retoriche. La richiesta del procuratore è in linea con il principio giuridico erga omnes per il quale non esistono crimini di guerra giustificabili e altri no, pena il collasso della legge stessa. Il governo israeliano per la seconda volta, dopo il caso nella Corte internazionale di giustizia iniziato da Pretoria, vede messa in discussione la legalità e legittimità delle sue azioni in un’istanza giudiziaria internazionale, il che lo inquieta assai più delle tante risoluzioni in sede Onu. Ovviamente il dato politico è che, in un rule-based order, tutti, governi de jure o de facto, possono essere chiamati rispondere delle loro azioni: ci piaccia o no, un segno di cambiamento importante che ha conseguenze a largo raggio.

Leggi anche
Drammi umanitari

Striscia di Gaza, padre Romanelli: “Siamo al collasso”

Quando si dice che la situazione qui è disastrosa, credetemi: è davvero disastrosa, se non richiedesse addirittura un’aggettivazione ancora più forte”. È un quadro di estrema precarietà quello tracciato da padre Gabriel Romanelli, parroco della Sacra Famiglia di Gaza, in un nuovo videomessaggio diffuso sui social della comunità cattolica della Striscia e ribadito in un’intervista […]

A Gaza e in Cisgiordania Unicef denuncia nuove vittime tra i bambini

La violenza continua a colpire duramente i più piccoli a Gaza e in Cisgiordania. Nel fine settimana, secondo quanto riferito dall’Unicef, otto bambini sono stati uccisi e altri 17 feriti in diversi attacchi nella Striscia di Gaza, mentre in Cisgiordania un neonato di sette mesi ha perso la vita dopo essere stato colpito dalle forze […]

A Taybeh, escalation di incursioni e violenze dei coloni israeliani

Nuovo e dettagliato rapporto sulle violenze e le intimidazioni subite dalla popolazione di Taybeh nel mese di maggio 2026 è stato diffuso oggi dal parroco latino, padre Bashar Fawadleh. Il documento, inviato a media, diplomazie e organizzazioni internazionali, accende i riflettori su una situazione definita “in costante e grave escalation” che colpisce l’unico villaggio interamente […]
Hic et Nunc

La scomparsa di don Giovanni Monaco, parroco alla San Giovanni Bosco

È deceduto domenica sera all’età di 65 anni, don Giovanni Monaco, parroco alla San Giovanni Bosco. Già da questa mattina la salma di don Giovanni sarà esposta in chiesa (rimarrà aperta tutta la giornata) per chiunque desideri sostare in preghiera e rendergli un ultimo saluto. Alle ore 20 ci si ritroverà come Comunità educativa pastorale […]

Ex-Ilva, don Antonio Panico: “Ora serve un decreto ‘salva-Taranto”

La recente decisione della Corte d’Appello di Milano, che ha disposto la sospensione dell’area a caldo dell’ex Ilva di Taranto entro novanta giorni subordinando un’eventuale ripresa delle attività alla completa bonifica dell’amianto e alla riduzione delle emissioni di polveri sottili, rappresenta un passaggio destinato a segnare la lunga vicenda dello stabilimento siderurgico. Una pronuncia che […]
Media
08 Ago 2026