Diocesi

Il saluto del ‘Paolo VI’ ai padri conventuali della San Massimiliano

08 Ago 2024

Appena qualche mese ancora e si sarebbero festeggiati i quarant’anni della presenza dei frati francescani conventuali nel quartiere Paolo VI, un anniversario che però coinciderà con un evento triste. Infatti il ministro generale dei conventuali, fra Carlos Trovarelli, nelle scorse settimane, ha decretato per il 31 agosto la chiusura del convento tarantino. Questo, nell’ambito della riorganizzazione delle presenza dell’Ordine in tutt’Italia, scaturita anche dalla diminuzione delle vocazioni, motivo per il quale la provincia religiosa pugliese si unirà  a quella dell’Abruzzo, mantenendo in vita solo le comunità di Bari, Gravina, Lucera, Spinazzola e Copertino.

È dunque l’occasione per ricordare gli avvenimenti che caratterizzarono l’arrivo dei frati nella zona Nord del quartiere Paolo VI, gravitante attorno all’ospedale: praticamente una landa desolata, con qualche villetta e i primi palazzi in costruzione. Proprio lì l’allora arcivescovo mons. Guglielmo Motolese volle istituire la parrocchia intitolata a San Massimiliano Kolbe, affidandola ai frati francescani conventuali. In seguito ad un attento discernimento dell’allora Ministro generale, padre Lanfranco Serrini, nell’ottobre del 1984 giunsero i primi frati: padre Pietro Carluccio, primo parroco, e padre Vittorio Ciaccia.

Tanto viene rievocato da padre Salvatore Santomasi che, assieme a padre Giovanni Iuliani e padre Vittorio Ciaccia, ha ormai la valigia pronta, carica soprattutto di ricordi e di manifestazioni di affetto da parte dei ‘paolosestini’.

Quella di padre Salvatore è ormai una figura emblematica nella storia di quella porzione di quartiere, in quanto due volte parroco: dal 2005 al 2017 (sostituendo padre Emanuele Popolizio) e poi dal 2021 ad oggi, al posto di padre Giovani Foggetta. In quel territorio assai carente di servizi e non efficientemente servita dai bus del servizio urbano, a causa anche del modo alquanto dispersivo in cui furono costruiti gli insediamenti residenziali, egli non ha mai fatto mancare la vicinanza alla sua gente, attivandosi in ogni modo per lenire tale situazione di abbandono. La sua lunga permanenza al Paolo VI è stata caratterizzata da numerosi eventi, fra tutti la costruzione della nuova chiesa  che, oltre a ospitare le funzioni liturgiche, è sede di importanti avvenimenti culturali, e la realizzazione di impianti sportivi al servizio dei giovani del quartiere.

La parrocchia è intitolata al frate minore conventuale San Massimiliano Kolbe, martire della carità,che nel campo di concentramento di Auschwitz donò la sua vita per salvare quella di un papà di famiglia. Negli anni immediatamente successivi alla guerra mons. Motolese (allora segretario dell’arcivescovo Bernardi) s’impegnò con tutte le sue forze, chiedendo e ottenendo l’intercessione di San Massimiliano, per soccorrere gli internati  del campo di concentramento “Sant’Andrea”, al Paolo VI. “Perciò quando il 10 ottobre del 1982 il martire polacco fu canonizzato – spiega – egli volle intitolargli la nuova parrocchia, affidandola ai suoi confratelli conventuali,  nell’estrema periferia della città dove, ripeto, non c’era assolutamente nulla, utilizzando locali preesistenti per le celebrazioni e per la casa canonica, realizzata ex novo nel 1998”.

“Con lo sviluppo del quartiere, l’allora arcivescovo mons. Benigno Luigi Papa volle edificare la nuova chiesa, la cui prima pietra fu posta il 3 ottobre del 2011, ultimata tre anni dopo, con la cerimonia della dedicazione svoltasi il 5 ottobre del 2014” – prosegue padre Salvatore, il quale sottolinea il generoso sostegno degli abitanti del quartiere alle necessità del luogo di culto, per loro quasi una seconda casa, che donarono anche la statua del santo che nel mese di aprile viene portata in processione.

“Tutti i parroci avvicendatisi – continua – hanno impostato il loro ministero seguendo la spiritualità francescana, sull’esempio di Francesco, Chiara e, ovviamente, di Massimiliano Kolbe, con particolare impegno nell’evangelizzazione e nella difesa dei diritti dei più poveri. Importante è stato anche il nostro servizio, come cappellani, accanto agli ammalati ema-oncologici. Tutto questo nella discrezione, nello spirito del nascondimento e nella piena obbedienza alla Chiesa locale e al suo vescovo, in comunione con tutti”.

Nella lunga permanenza al Paolo VI, padre Salvatore sottolinea come l’opera dei frati sia stata illuminata e guidata dall’icona evangelica dell’invio in missione e dei cinque pani e dei due pesci, di cui parla il Vangelo, per imparare a fidarsi del Signore, che solitamente compie grandi cose quando si mette nelle sue mani il poco di cui si ha disponibilità. “Potremmo raccontare a lungo quanto abbiamo vissuto in questo lembo di terra, camminando nella Chiesa e con la Chiesa, sempre in mezzo alla gente, mettendoci anzitutto in ascolto – conclude –  Ricordo che un giorno vidi inoltrarsi fra i banchi un uomo con una valigia il quale mi disse che negli anni trascorsi da detenuto la moglie gli raccontava nei dettagli le fatiche per la costruzione della nuova chiesa e la gioia per l’inaugurazione. Così, appena uscito dalla casa circondariale, ancor prima di tornare in famiglia, egli volle visitarla. Non riuscii a trattenere le lacrime, comprendendo ulteriormente che occorre farsi piccoli per entrare nel regno di Dio”.

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