Città

Palazzo Archita: via le impalcatura ma… non prima di altri due anni!

08 Mag 2026

di Silvano Trevisani

Ancora due anni… almeno. Chi si era illuso che la città avrebbe mostrato il volto rifatto del palazzo più grande e importante del Borgo si sarà da tempo disilluso. Non sono bastati nemmeno i Giochi del Mediterraneo a sollecitare lo ‘sfasciamento’ del Palazzo degli uffici, che ora si chiama ‘Palazzo Archita’, per la volontà di chi cambiando i nomi alle cose (vedi il terribile ‘Isola madre’ per la città vecchia), pensava di cambiarne la sostanza. Ma adesso, che si chiami Palazzo degli Uffici, Palazzo Archita o, come usualmente ancora viene ricordato: Tribunale vecchio, sappiamo ufficialmente che prima di due altri anni dovremo continuare a goderci le impalcature che lo fasciano da circa 30 anni!

La giunta comunale, nelle varie deliberazioni di ieri, 6 maggio, ha approvato, infatti, la proposta riguardante l’approvazione del progetto esecutivo dei lavori di restauro, recupero, riqualificazione, adeguamento funzionale e tecnologico di Palazzo Archita, che prevedono – per il momento – il restauro delle facciate, l’installazione della nuova illuminazione e un primo adeguamento delle piazze adiacenti al perimetro del palazzo.

L’approvazione della delibera su Palazzo Archita conclude un iter complesso – dicono il sindaco di Taranto, Piero Bitetti e il vicesindaco, Mattia Giorno –. Quello di oggi è un passaggio storico perché una volta per tutte chiudiamo una prima parentesi per il rilancio dell’immobile, e contestualmente cristallizziamo un indirizzo preciso di questa amministrazione che punta a riqualificare le facciate e ridare un volto diverso alla città, tanto atteso da cittadini e commercianti”. E poi concludono: “Entro due anni diremo addio per sempre alle brutte impalcature che ledono l’immagine del Borgo”.

La storia dell’edificio più grande e più importante del centro è lunga e travagliata. Nato come orfanotrofio, e opera pia, e quindi continuamente ampliato man mano che gli orfani aumentavano vorticosamente (ma più o meno come in tutta le città: anche a Roma l’edificio più grande, su Lungotevere, era un orfanotrofio), ha avuto poi varie destinazioni, compresa quella di tribunale. Ma fino agli anni Ottanta ospitò contemporaneamente 4 scuole e l’Emeroteca comunale. A metà degli anni Ottanta, quando il deterioramento faceva già intravvedere bruschi cambiamenti, la giunta Guadagnolo lo destinò a teatro comunale e incaricò per questo lo studio Canelli, uno dei più importanti studi di progettazione europei ma, come molte cose cittadine, non se ne fece niente. Più volte abbiamo raccontato questa triste e poco edificante storia, che si affianca a quella del Liceo artistico progettato da Claudio Adamo, rimasto uno scheletro e poi demolito, al monumento di Franchina, alla fontana di Carrino e a tante altre cose.

Si avanzarono progetti di restauro, nei primi anni Novanta ma, anche in seguito alle liti tra Comune e Provincia sulla proprietà, in subentro all’opera pia, si innestarono dissidi e processi che si alternarono a nuovi progetti, non sempre azzeccati, che prevedevano una sorta di ‘spartizione’ della torta che prevedeva di tutto, tranne il ritorno di tutto il liceo Archita. Nel palazzo che ora porta il suo nome.

Rifare tutta la storia dei restauro parziali o provvisori, a iniziativa di presidenti della Provincia e sindaci, sarebbe troppo lungo e forse inutile. Per ora dobbiamo accontentarci di una nuova promessa, che non è neanche tanto allettante, visto l’ulteriore, sicuro, slittamento di altri due anni.

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