Intervista esclusiva

Le verità nascoste sul caso Moro e i misteri italiani ancora irrisolti

15 Nov 2024

di Silvano Trevisani

Intervista a Gero Grassi e Claudio Signorile

La presentazione del volume “Il caso Moro” di Claudio Signorile e Simona Colarizzi, nella biblioteca Acclavio, ci ha fornito l’occasione per intervistare Gero Grassi e di rivolgere alcune domande allo stesso Signorile. Parlamentare per tre legislature, Grassi fu membro della commissione parlamentare d’inchiesta “Moro 2”. Da sempre ha propugnato la testi di una vasto coinvolgimenti di interessi internazionali nell’uccisione del grande statista pugliese, e ha pubblicato vari volumi. Signorile è stato parlamentare e ministro dei Trasporti e ha vissuto da vicino la vicenda Moro.

A Gero Grassi abbiamo chiesto:

Un nuovo libro sul caso Moro. C’è ancora una evoluzione da raccontare? Cosa c’è ancora da sapere?

I libri non fanno ricerca e non fanno attività giudiziaria, perché nei libri si può scrivere di tutto… fermo restando che il libro di Claudio Signorile è un buon libro. In Italia i processi li fa la magistratura. Nel caso specifico la commissione d’inchiesta Moro 2 ha chiuso i battenti nel marzo 2018. Da allora tutto è fermo.

Il libro di Signorile e Colarizzi prende in esame soprattutto il periodo storico nel quale maturò e si concluse l’assassinio di Moro.

Signorile è un autorevolissimo politico e amico, ma quello che dice è ciò che dice un cittadino. Se lei vuol sapere le ultime ore di Moro non deve chiederle a Signorile, ma si va a leggere gli atti della commissione, che ha gli stessi poteri della magistratura. Attenzione a non confondere la libera opinione, rispettabilissima con i processi-inchiesta. Ma questo lo dico sottolineando ancora una volta che quello di Signorile è un buon libro, che però non fa testo giudiziario.

Insomma non apporta novità sul fronte giudizio ma semmai “politico”.

E per fortuna! Perché se un libro facesse giustizia staremmo freschi. Per conoscere tutto quello che c’è da sapere deve far riferimento alla relazione approvata dal Parlamento il 13 dicembre 2017, che è l’ultimo tassello fissato dal punto di vista giudiziario. Si può trovare facilmente sul mio sito: www.gerograssi.it.

Come mai Agnese Moro si mostra così contraria e sospettosa nei confronti di un ampliamento d’orizzonte delle indagini sulla morte del padre?

Era contraria anche alla commissione Moro.

Resta ferma all’ambito terroristico e diffida dall’inserimento di altri elementi.

Sì. La sua la definisco: una complicità passiva.

Ma si possono fare ancora passi avanti? E in quale direzione?

Passi avanti si possono ancora fare, ma oggettivamente dopo quarant’anni è difficile. Perché quello che non abbiamo potuto scoprire come commissione Moro 2 o te lo dice qualcuno che c’era o dopo quarant’anni non lo trovi. Ci sono testimoni ancora viventi che non parlano e dicono bugie. Quindi: se non c’è qualcuno di questi che parla è difficile ipotizzare nuove scoperte.

E questo caso si inquadra cala nel buio che copre molte vicende italiane. A partire da quegli anni, ma ancora prima.

Purtroppo sì, anche perché in queste vicende c’è una complicità tra pezzi dello Stato, pezzi dei servizi segreti, pezzi della criminalità.

È di questi giorni il rinvio a giudizio di quattro poliziotti incriminati per depistaggio nell’inchiesta sull’uccisione del giudice Borsellino, a tanti anni di distanza.

La vicenda Borsellino è una vicenda interna anche allo Stato. Tra trent’anni sapremo chi ha procurato la dinamite per far saltare in aria la macchina. Ma noi lo sappiamo già. Come sappiamo le complicità dei magistrati. Così come sappiamo i dna di Capaci, dove saltò in aria Falcone. Ci sono complicità, ripeto, di pezzo dello Stato.

A Claudio Signorile abbiamo chiesto:

Perché questo libro? Apporta qualche elemento conoscitivo?

Più che apportare elementi conoscitivi sul singolo episodio, questo è il primo libro, e magari non sarà l’ultimo, che pone l’interrogativo non su “chi” ha ucciso Moro, ma sul “perché”. Un argomento che non era mai stato affrontato, perché appena si affronta la questione, emerge quel contesto drammatico che noi chiamiamo “anni di piombo”. In realtà tutto si inquadra in un processo di transizione politica nel quale sono accadute tante cose, alcune ancora da capire.

E allora: perché è stato ucciso?

Perché negli equilibri mondiali tutto doveva restare come era. Gli equilibri non dovevano cambiare perché su quegli equilibri si ergeva la pace del mondo. Non era completamente sbagliato: sbagliato era considerare Moro una vittima designata.

E perché Agnese Moro è così scettica verso un ampliamento della prospettiva?

È meglio non parlarne.

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